Da piccolo glielo avevano ripetuto in tanti: Giuseppe era proprio strano. Al liceo la professoressa di educazione fisica gli aveva anche detto: “Ti boccio. Tu sei sproporzionato e io non mi fido della gente sproporzionata, quindi ti boccio.” Infatti l’avevano bocciato. Non aveva mai scoperto se fossero state davvero le sue proporzioni sballate a tradirlo così palesemente o se fosse stata colpa di quel 3 in italiano che l’aveva perseguitato durante tutto l’anno scolastico. All’università non era andata meglio: anche lì i professori non si fidavano, pensavano sempre che stesse cercando modi loschi per superare gli esami.
Giuseppe sapeva che c’era qualcosa nel suo volto che non era come gli altri: l’occhio destro più in basso rispetto al sinistro e quel sopracciglio perennemente sollevato in un eterno stupore; aveva provato a metterci sopra un cerotto ma niente, quello non si abbassava. Poi c’era la mandibola poco marcata, il mento appuntito e i capelli che non volevano stare appiattiti neanche usando un ferro da stiro industriale: il tutto dava al suo viso la forma di triangolo. Neanche triangolo equilatero, che sarebbe stato accettabile, ma più triangolo ottusangolo scaleno. C’era anche la questione che nessuno lo toccava mai perché aveva sempre la pelle troppo fredda. Un dottore gli aveva detto che gli unici pazienti che avevano la sua stessa temperatura corporale erano i defunti.
C’era qualcosa in lui che portava la gente istintivamente a diffidare. Forse era per quello che non aveva amici. E poi c’erano gli spiacevoli inconvenienti della vita di tutti i giorni: gli era capitato più di una volta che la guardia fuori dalla sua banca non lo facesse entrare. Oppure che qualcuno chiamasse la polizia quando lo vedeva entrare nel suo palazzo. “Vivo qui!” Protestava lui quando i poliziotti bussavano al suo appartamento per controllare che non ci fosse qualcuno intento a svaligiarlo. “Da anni! Mi conoscono tutti!”
“Si calmi”, aveva protestato un agente l’ultima volta. “Il suo vicino di casa ci ha chiamati, sostiene che lei tiene il proprietario chiuso in uno sgabuzzino e ne ha preso il posto, come un parassita.”
Giuseppe era rimasto a bocca aperta. Il signor Masini, suo vicino di casa, lo conosceva da quando aveva quattro anni, ovvero da quando i suoi genitori si erano trasferiti lì. Quella volta aveva dovuto mostrare agli agenti della polizia ritratti di famiglia, certificato di nascita e bollette intestate a suo nome. Alla fine se n’erano andati senza scusarsi, anzi uno di loro l’aveva avvertito: “Torneremo presto, quindi non si rilassi troppo!”
Giuseppe era stato adottato quando era piccolissimo, per cui non sapeva chi gli aveva fatto quel gran regalo, passandogli dei geni tutti storti ed enigmatici, ma sapeva che se un giorno fosse riuscito a incontrare qualche suo parente di sangue, l’avrebbe preso a pugni fino a raddrizzargli tutti i lineamenti. E forse il parente avrebbe fatto altrettanto, risparmiandogli le migliaia di euro che avrebbe presto speso per il complesso intervento di chirurgia plastica che aveva in programma.
Giuseppe era abituato agli insulti e al sospetto della gente. Ma niente avrebbe potuto prepararlo a ciò che accadde quando, quel mercoledì 14 ottobre, qualcuno suonò al campanello.
“Vorremmo parlarle”, disse una voce acuta.
“Se siete testimoni di Geova potete arrendervi subito.”
Sentì un confabulare, poi la voce riprese: “Non siamo testimoni di niente.”
“Allora cosa volete?”
“Dobbiamo parlarle.”
“Ma chi siete?”
“Eh, è proprio di questo che dobbiamo parlare!”
Giuseppe si arrese e li fece salire: se era la polizia in borghese non se ne sarebbe sbarazzato facilmente. Attese con la porta aperta e ascoltò il suono di tacchi echeggiare lungo la scalinata. Quando giunsero al suo piano, li invitò ad accomodarsi ma, per tutta risposta, uno di loro tirò fuori un apparecchietto e lo passò di fronte al volto di Giuseppe: ne scaturì un raggio blu che gli percorse il viso per poi spegnersi automaticamente. Dopo una breve attesa, la macchinetta emise un bip, e l’uomo che la teneva in mano si rivolse agli altri due che lo accompagnavano: “Affermativo.”
Senza dare altre spiegazioni, i tre si accomodarono in salotto e fecero cenno a Giuseppe di sedersi, come se l’ospite fosse lui.
“Le porto un bicchiere d’acqua”, disse il terzo uomo, talmente mingherlino da sembrare un ragazzino.
“No, non si preoccupi…” Disse Giuseppe.
“Mi creda, ne avrà bisogno”, ribatté l’altro prima di sparire in cucina.
“Se vi ha mandati la polizia, l’ho già detto, questa è casa mia, abito qui da ventisei anni. Non è che adesso ogni volta che il mio vicino di casa ha un attacco di Alzheimer dovete venire a controllare…”
Gli uomini si guardarono, mentre il terzo posizionava il bicchiere d’acqua in mano a Giuseppe, assicurandosi che le sue dita si chiudessero salde intorno al vetro.
“Non siamo della polizia. Vede la situazione è complessa.”
L’uomo tirò fuori un quaderno e lo appoggiò sulle ginocchia di Giuseppe, poi lo aprì. Conteneva fotografie. Foto di lui da piccolo, nel girello. Di lui da adolescente, con i capelli ancora più ingobbiti di quanto non fossero ora. Foto strane, come se fatte da telecamere nascoste in qualche angolo del soffitto.
“Che diavolo significa?” Chiese. Poi un dubbio gli portò alle labbra un altro quesito: “Vi hanno mandato i miei genitori veri? Mi hanno tenuto sott’occhio finora?”
Quello era stato uno dei suoi sogni di adolescente: che in realtà non fosse stato abbandonato in un orfanotrofio, ma che i suoi veri genitori lo stessero mettendo alla prova, e che un giorno sarebbero venuti a presentarsi… Se lui avesse raggiunto un qualche traguardo da loro stabilito, traguardo a lui sconosciuto.
“Non proprio”, rispose l’uomo, poi sorrise. “Ma…. Fuochino…”
Fuochino? Che diavolo erano venuti a fare, una caccia al tesoro? Se questo era uno scherzo di quel cretino di Ernesto, un collega di Giuseppe, gliel’avrebbe fatta pagare. Ernesto lo metteva sempre in situazioni che lo facevano sentire un demente patentato.
“Voglio dire…” l’uomo si schiarì la gola. “Si prepari un attimo perché le devo dare un notizia che lei farà fatica ad accettare. Ma quando lo farà, tante cose si chiarificheranno.”
La situazione stava per cadere nel precipizio dell’assurdo. “Tante cose? Ad esempio?” Chiese Giuseppe, con una nota di sarcasmo.
“Ad esempio… Lei si sarà senz’altro sentito fuori posto per tutta la vita. Non è mai riuscito a entrare negli schemi. Si è adattato a questa società come meglio poteva, ma è sempre stato come un pezzo incastrato nel puzzle sbagliato. E il suo desiderio è quello di non venire notato, perché ogni volta che viene notato la gente la guarda con sospetto, come un foruncolo che sta per esplodere. Giusto?”
Giuseppe lo guardò in silenzio. Poi posò il bicchiere d’acqua sul tavolo- se pensavano avesse bisogno di un po’ d’acqua per ricevere l’ennesimo insulto si sbagliavano. Essere paragonato a un foruncolo era senz’altro originale, ma aveva ricevuto ingiurie peggiori.
“Ora dovrei andare, ho un appuntamento…”
“Sì, va bene, va bene, vengo al dunque”, riprese l’uomo. “Allora. Qui viene la parte che le sarà difficile da ingoiare. Siamo stati mandati dal Comitato Intergalattico di Recupero Spore. ‘Che significa?’ Lei chiederà, e io ora glielo spiego. Circa trent’anni fa gli abitanti del pianeta Guttighinger della galassia ZYYK sono entrati in guerra e hanno decimato la popolazione. Pochi individui si sono salvati, e tra i più giovani sono state selezionate delle ‘spore’, che sarebbero state sparse su pianeti idonei per garantirne la preservazione, fino a quando non fossimo riusciti a ristabilire un ambiente consono alla vita sul pianeta Guttighinger. Gli abitanti rimasti sono stati resi sterili dalle radiazioni seguite alla guerra. Sono passati quasi trent’anni e ora è giunto il momento del recupero: l’atmosfera sul pianeta è tornata accettabile e noi siamo stati incaricati di riportare le spore, per poi creare una nuova generazione.”
L’uomo si fermò per un attimo. La reazione che si aspettava era che Giuseppe cercasse di cacciarli fuori, ma la spora non si mosse.
“Ha capito? Lei era parte di questo progetto. Cioè, lei è quello che verrebbe definito un alieno. Noi facciamo parte della Commissione…”
“Sì, vi ho sentito, ho capito” disse Giuseppe.
L’uomo guardò gli altri due, che gli fecero segno di proseguire.
“Dunque… Chiaramente non possiamo forzarla… Ma il progetto prevede appunto il rimpatrio delle spore. Sta a lei decidere. Le lasciamo una settimana per decidere. Le ho portato delle fotografie del suo pianeta natale, perché capisco che sia una decisione difficile…” Concluse consegnandogli una cartelletta.
“Torneremo tra una settimana per sapere cos’ha deciso.” Gli uomini si spostarono verso l’uscita, ma prima di andarsene, uno di loro strinse la mano di Giuseppe dicendogli: “Ci pensi bene. Ci sono tante spore che, come lei, sanno di non appartenere al luogo dove vivono. Che non hanno niente da perdere. La prenda come un’avventura, e le garantisco che non se ne pentirà. Le spore sono trattate con riverenza. Siete la nostra unica speranza di rigenerazione.”
Prima che Giuseppe potesse rispondere, i tre s’infilarono nell’ascensore e sparirono. Lui rimase sul pianerottolo a guardarsi là dove la mano dell’uomo l’aveva stretto un momento prima. Era stato come se l’avesse toccato un pezzo di marmo: la cute era completamente fredda.
La porta del suo vicino si aprì, e il signor Masini apparve. Guardò Giuseppe per un secondo, poi si riparò il viso, gridando: “Non mi spari! Io non l’ho vista in faccia, prenda quello che vuole prendere ma non mi uccida!”
“Signor Masini, sono io, il suo vicino.”
“Tenga!” Rispose l’altro, buttandogli il portafogli ai piedi. “Mi lasci stare!”
Giuseppe tornò in casa e chiuse la porta, lasciando il suo vicino a tremare.
Si sedette e iniziò a sfogliare la cartelletta che gli aveva lasciato l’uomo. Se quello era uno scherzo, era al di là delle capacità di Ernesto. Le fotografie ritraevano un ambiente spoglio, brullo, e poi altre lo mostravano durante una fase di ricostruzione. E infine, con infrastrutture ultramoderne, circondate da vegetazione lussureggiante. Ma la cosa principale che catturò la sua attenzione era che le fotografie ritraevano gente che gli pareva familiare: tutti avevano una testa a triangolo ottusangolo scaleno. Giuseppe avrebbe scommesso che anche loro avevano una temperatura corporale pari a quella dei defunti.
Rimase in uno stato di shock per quasi tutta la giornata. Avrebbe voluto chiamare gli uomini e porre domande più precise, ma non gli avevano lasciato nessun modo di contattarli. Studiò di nuovo la cartelletta. Sotto le fotografie era stato infilato un foglio con sopra scritto:
REGOLAMENTO
- Come spora, le chiediamo di seguirci in questa missione. Se non dovesse riuscire a reinserirsi nel suo pianeta natale, dopo un periodo di dieci anni potrà richiedere di essere rimandato sul suo pianeta adottivo, ma solo dopo aver contribuito alla creazione di nuovi individui.
- Non potrà portare ospiti, parenti o amici. Tuttavia, le nostre spore non dovrebbero avere parenti né amici nel loro pianeta adottivo. Sono state programmate come individui solitari.
- Come spora, lei ha una settimana per decidere, al termine della quale la sua decisione sarà finale e irrevocabile.
Non c’erano altre regole.
Nei giorni successivi, Giuseppe non parlò con nessuno perché non c’era nessuno con cui parlare. Se avesse creduto in Dio, forse avrebbe pregato, o chiesto aiuto ai suoi genitori adottivi defunti. Ma non credeva in Dio, non credeva nella vita dopo la morte. L’unica cosa nella quale aveva iniziato a credere con fatica, era il fatto che da qualche parte potesse esserci un posto pieno di gente che non avrebbe diffidato di lui.
La settimana passò in fretta, ma Giuseppe non riusciva a prendere una decisione. Se la questione era uno scherzo, pazienza, avrebbe fatto la figura dell’idiota, che in ogni caso era una sua specialità. E se invece era vero, avrebbe abbandonato tutto quello che aveva? D’accordo, era solo, ma almeno aveva una casa, un lavoro… Aveva una macchina. Il suo vicino di casa gli rompeva un po’ le palle, ma andarsene su un altro pianeta forse era una soluzione un po’ drastica. Certo, sarebbe stata un’avventura… E lì si perdeva a fantasticare di poter trovare una compagna dalla testa a triangolo. Ma a lui la sua testa a triangolo non piaceva, perché mai avrebbe voluto una compagna che gli assomigliasse?
Quando infine giunse il gran giorno, il citofono suonò per annunciare l’arrivo dei tre uomini. Giuseppe li fece salire. I tre rimasero in silenzio a lungo, attendendo che fosse lui a fare il primo passo. Infine Giuseppe disse: “Vorrei porvi una domanda: se dovessi rifiutare di venire con voi adesso, e poi dovessi cambiare idea… Potrei venire in futuro?”
L’uomo che aveva parlato l’ultima volta sorrise: “Negativo. Ci servono solo individui nel pieno delle proprie capacità riproduttive. Fra qualche anno potrebbe essere troppo tardi. Deve capire che venire fino qui a recuperare lei e le altre spore non è una missione da poco. E poi ci sono quelle spedite su altri pianeti: se dovessimo accontentare tutti, questa non sarebbe una Commissione Recupero Spore ma un’agenzia di viaggi.”
“Capisco”, disse Giuseppe, poi riconsegnò la cartelletta. “Ho un’altra domanda: in quanti hanno accettato finora?”
“Finora, nessuno.”
“Ma quanti eravamo in totale?”
“Sulla terra, duecentocinquatasei.”
“E nessuno ha accettato?”
“No. Ma non abbiamo ancora contattati tutti. Ce ne mancano una decina, più o meno.”
“Mi dispiace”, disse Giuseppe, sentendosi in colpa per ciò che stava per annunciare, ma non poteva fare altrimenti: “Non posso venire. La mia vita non è il massimo ma non è neanche così male. Preferisco restare. Grazie dell’offerta.”
“Va bene” gli rispose l’uomo, riprendendosi la cartelletta. Ma prima che Giuseppe potesse accompagnarli all’uscita, il secondo uomo gli infilò un ago nel braccio e gli iniettò qualcosa nel corpo. Giuseppe gridò, e gli uomini iniziarono a trascinarlo via. Sul pianerottolo, incrociarono il signor Masini appena uscito per buttare la pattumiera.
“Chiami la polizia! Signor Masini, questi sono criminali, è un rapimento!” Gridò Giuseppe disperato, mentre sentiva il liquido che gli avevano iniettato fare effetto, rendendogli il corpo pesante.
“Bravi! Portatelo via!” Urlò il signor Masini alzando il medio in risposta alla sua richiesta d’aiuto.
Prima che Giuseppe si addormentasse del tutto, sentì uno degli uomini sussurrare a un altro: “Almeno il programma di diffida ha funzionato. Non lo verrà a cercare nessuno.”
Per tutta risposta, l’altro scosse il capo: “Sì però… Dammi del romantico, ma sarebbe bello se almeno una spora venisse volontariamente…”
Poi chiusero Giuseppe nel retro di un furgoncino e si avviarono verso l’astronave, dove i loro colleghi li attendevano con tutte le altre spore, pronti per mollare gli ormeggi.
-The End-
Questo racconto è stato ispirato dalle ultime esplorazioni su Marte
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