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Racconto n.28: CASO STRANO

Da piccolo glielo avevano ripetuto in tanti: Giuseppe era proprio strano. Al liceo la professoressa di educazione fisica gli aveva anche detto: “Ti boccio. Tu sei sproporzionato e io non mi fido della gente sproporzionata, quindi ti boccio.” Infatti l’avevano bocciato. Non aveva mai scoperto se fossero state davvero le sue proporzioni sballate a tradirlo così palesemente o se fosse stata colpa di quel 3 in italiano che l’aveva perseguitato durante tutto l’anno scolastico. All’università non era andata meglio: anche lì i professori non si fidavano, pensavano sempre che stesse cercando modi loschi per superare gli esami.

Giuseppe sapeva che c’era qualcosa nel suo volto che non era come gli altri: l’occhio destro più in basso rispetto al sinistro e quel sopracciglio perennemente sollevato in un eterno stupore; aveva provato a metterci sopra un cerotto ma niente, quello non si abbassava. Poi c’era la mandibola poco marcata, il mento appuntito e i capelli che non volevano stare appiattiti neanche usando un ferro da stiro industriale: il tutto dava al suo viso la forma di triangolo. Neanche triangolo equilatero, che sarebbe stato accettabile, ma più triangolo ottusangolo scaleno. C’era anche la questione che nessuno lo toccava mai perché aveva sempre la pelle troppo fredda. Un dottore gli aveva detto che gli unici pazienti che avevano la sua stessa temperatura corporale erano i defunti.

C’era qualcosa in lui che portava la gente istintivamente a diffidare. Forse era per quello che non aveva amici. E poi c’erano gli spiacevoli inconvenienti della vita di tutti i giorni: gli era capitato più di una volta che la guardia fuori dalla sua banca non lo facesse entrare. Oppure che qualcuno chiamasse la polizia quando lo vedeva entrare nel suo palazzo. “Vivo qui!” Protestava lui quando i poliziotti bussavano al suo appartamento per controllare che non ci fosse qualcuno intento a svaligiarlo. “Da anni! Mi conoscono tutti!”

“Si calmi”, aveva protestato un agente l’ultima volta. “Il suo vicino di casa ci ha chiamati, sostiene che lei tiene il proprietario chiuso in uno sgabuzzino e ne ha preso il posto, come un parassita.”

Giuseppe era rimasto a bocca aperta. Il signor Masini, suo vicino di casa, lo conosceva da quando aveva quattro anni, ovvero da quando i suoi genitori si erano trasferiti lì. Quella volta aveva dovuto mostrare agli agenti della polizia ritratti di famiglia, certificato di nascita e bollette intestate a suo nome. Alla fine se n’erano andati senza scusarsi, anzi uno di loro l’aveva avvertito: “Torneremo presto, quindi non si rilassi troppo!”

Giuseppe era stato adottato quando era piccolissimo, per cui non sapeva chi gli aveva fatto quel gran regalo, passandogli dei geni tutti storti ed enigmatici, ma sapeva che se un giorno fosse riuscito a incontrare qualche suo parente di sangue, l’avrebbe preso a pugni fino a raddrizzargli tutti i lineamenti. E forse il parente avrebbe fatto altrettanto, risparmiandogli le migliaia di euro che avrebbe presto speso per il complesso intervento di chirurgia plastica che aveva in programma.

Giuseppe era abituato agli insulti e al sospetto della gente. Ma niente avrebbe potuto prepararlo a ciò che accadde quando, quel mercoledì 14 ottobre, qualcuno suonò al campanello.

“Vorremmo parlarle”, disse una voce acuta.

“Se siete testimoni di Geova potete arrendervi subito.”

Sentì un confabulare, poi la voce riprese: “Non siamo testimoni di niente.”

“Allora cosa volete?”

“Dobbiamo parlarle.”

“Ma chi siete?”

“Eh, è proprio di questo che dobbiamo parlare!”

Giuseppe si arrese e li fece salire: se era la polizia in borghese non se ne sarebbe sbarazzato facilmente. Attese con la porta aperta e ascoltò il suono di tacchi echeggiare lungo la scalinata. Quando giunsero al suo piano, li invitò ad accomodarsi ma, per tutta risposta, uno di loro tirò fuori un apparecchietto e lo passò di fronte al volto di Giuseppe: ne scaturì un raggio blu che gli percorse il viso per poi spegnersi automaticamente. Dopo una breve attesa, la macchinetta emise un bip, e l’uomo che la teneva in mano si rivolse agli altri due che lo accompagnavano: “Affermativo.”

Senza dare altre spiegazioni, i tre si accomodarono in salotto e fecero cenno a Giuseppe di sedersi, come se l’ospite fosse lui.

“Le porto un bicchiere d’acqua”, disse il terzo uomo, talmente mingherlino da sembrare un ragazzino.

“No, non si preoccupi…” Disse Giuseppe.

“Mi creda, ne avrà bisogno”, ribatté l’altro prima di sparire in cucina.

“Se vi ha mandati la polizia, l’ho già detto, questa è casa mia, abito qui da ventisei anni. Non è che adesso ogni volta che il mio vicino di casa ha un attacco di Alzheimer dovete venire a controllare…”

Gli uomini si guardarono, mentre il terzo posizionava il bicchiere d’acqua in mano a Giuseppe, assicurandosi che le sue dita si chiudessero salde intorno al vetro.

“Non siamo della polizia. Vede la situazione è complessa.”

L’uomo tirò fuori un quaderno e lo appoggiò sulle ginocchia di Giuseppe, poi lo aprì. Conteneva fotografie. Foto di lui da piccolo, nel girello. Di lui da adolescente, con i capelli ancora più ingobbiti di quanto non fossero ora. Foto strane, come se fatte da telecamere nascoste in qualche angolo del soffitto.

“Che diavolo significa?” Chiese. Poi un dubbio gli portò alle labbra un altro quesito: “Vi hanno mandato i miei genitori veri? Mi hanno tenuto sott’occhio finora?”

Quello era stato uno dei suoi sogni di adolescente: che in realtà non fosse stato abbandonato in un orfanotrofio, ma che i suoi veri genitori lo stessero mettendo alla prova, e che un giorno sarebbero venuti a presentarsi… Se lui avesse raggiunto un qualche traguardo da loro stabilito, traguardo a lui sconosciuto.

“Non proprio”, rispose l’uomo, poi sorrise. “Ma…. Fuochino…”

Fuochino? Che diavolo erano venuti a fare, una caccia al tesoro? Se questo era uno scherzo di quel cretino di Ernesto, un collega di Giuseppe, gliel’avrebbe fatta pagare. Ernesto lo metteva sempre in situazioni che lo facevano sentire un demente patentato.

“Voglio dire…” l’uomo si schiarì la gola. “Si prepari un attimo perché le devo dare un notizia che lei farà fatica ad accettare. Ma quando lo farà, tante cose si chiarificheranno.”

La situazione stava per cadere nel precipizio dell’assurdo. “Tante cose? Ad esempio?” Chiese Giuseppe, con una nota di sarcasmo.

“Ad esempio… Lei si sarà senz’altro sentito fuori posto per tutta la vita. Non è mai riuscito a entrare negli schemi. Si è adattato a questa società come meglio poteva, ma è sempre stato come un pezzo incastrato nel puzzle sbagliato. E il suo desiderio è quello di non venire notato, perché ogni volta che viene notato la gente la guarda con sospetto, come un foruncolo che sta per esplodere. Giusto?”

Giuseppe lo guardò in silenzio. Poi posò il bicchiere d’acqua sul tavolo- se pensavano avesse bisogno di un po’ d’acqua per ricevere l’ennesimo insulto si sbagliavano. Essere paragonato a un foruncolo era senz’altro originale, ma aveva ricevuto ingiurie peggiori.

“Ora dovrei andare, ho un appuntamento…”

“Sì, va bene, va bene, vengo al dunque”, riprese l’uomo. “Allora. Qui viene la parte che le sarà difficile da ingoiare. Siamo stati mandati dal Comitato Intergalattico di Recupero Spore. ‘Che significa?’ Lei chiederà, e io ora glielo spiego. Circa trent’anni fa gli abitanti del pianeta Guttighinger della galassia ZYYK sono entrati in guerra e hanno decimato la popolazione. Pochi individui si sono salvati, e tra i più giovani sono state selezionate delle ‘spore’, che sarebbero state sparse su pianeti idonei per garantirne la preservazione, fino a quando non fossimo riusciti a ristabilire un ambiente consono alla vita sul pianeta Guttighinger. Gli abitanti rimasti sono stati resi sterili dalle radiazioni seguite alla guerra. Sono passati quasi trent’anni e ora è giunto il momento del recupero: l’atmosfera sul pianeta è tornata accettabile e noi siamo stati incaricati di riportare le spore, per poi creare una nuova generazione.”

L’uomo si fermò per un attimo. La reazione che si aspettava era che Giuseppe cercasse di cacciarli fuori, ma la spora non si mosse.

“Ha capito? Lei era parte di questo progetto. Cioè, lei è quello che verrebbe definito un alieno. Noi facciamo parte della Commissione…”

“Sì, vi ho sentito, ho capito” disse Giuseppe.

L’uomo guardò gli altri due, che gli fecero segno di proseguire.

“Dunque… Chiaramente non possiamo forzarla… Ma il progetto prevede appunto il rimpatrio delle spore. Sta a lei decidere. Le lasciamo una settimana per decidere. Le ho portato delle fotografie del suo pianeta natale, perché capisco che sia una decisione difficile…” Concluse consegnandogli una cartelletta.

“Torneremo tra una settimana per sapere cos’ha deciso.” Gli uomini si spostarono verso l’uscita, ma prima di andarsene, uno di loro strinse la mano di Giuseppe dicendogli: “Ci pensi bene. Ci sono tante spore che, come lei, sanno di non appartenere al luogo dove vivono. Che non hanno niente da perdere. La prenda come un’avventura, e le garantisco che non se ne pentirà. Le spore sono trattate con riverenza. Siete la nostra unica speranza di rigenerazione.”

Prima che Giuseppe potesse rispondere, i tre s’infilarono nell’ascensore e sparirono. Lui rimase sul pianerottolo a guardarsi là dove la mano dell’uomo l’aveva stretto un momento prima. Era stato come se l’avesse toccato un pezzo di marmo: la cute era completamente fredda.

La porta del suo vicino si aprì, e il signor Masini apparve. Guardò Giuseppe per un secondo, poi si riparò il viso, gridando: “Non mi spari! Io non l’ho vista in faccia, prenda quello che vuole prendere ma non mi uccida!”

“Signor Masini, sono io, il suo vicino.”

“Tenga!” Rispose l’altro, buttandogli il portafogli ai piedi. “Mi lasci stare!”

Giuseppe tornò in casa e chiuse la porta, lasciando il suo vicino a tremare.

Si sedette e iniziò a sfogliare la cartelletta che gli aveva lasciato l’uomo. Se quello era uno scherzo, era al di là delle capacità di Ernesto. Le fotografie ritraevano un ambiente spoglio, brullo, e poi altre lo mostravano durante una fase di ricostruzione. E infine, con infrastrutture ultramoderne, circondate da vegetazione lussureggiante. Ma la cosa principale che catturò la sua attenzione era che le fotografie ritraevano gente che gli pareva familiare: tutti avevano una testa a triangolo ottusangolo scaleno. Giuseppe avrebbe scommesso che anche loro avevano una temperatura corporale pari a quella dei defunti.

Rimase in uno stato di shock per quasi tutta la giornata. Avrebbe voluto chiamare gli uomini e porre domande più precise, ma non gli avevano lasciato nessun modo di contattarli. Studiò di nuovo la cartelletta. Sotto le fotografie era stato infilato un foglio con sopra scritto:

REGOLAMENTO

  1. Come spora, le chiediamo di seguirci in questa missione. Se non dovesse riuscire a reinserirsi nel suo pianeta natale, dopo un periodo di dieci anni potrà richiedere di essere rimandato sul suo pianeta adottivo, ma solo dopo aver contribuito alla creazione di nuovi individui.
  2. Non potrà portare ospiti, parenti o amici. Tuttavia, le nostre spore non dovrebbero avere parenti né amici nel loro pianeta adottivo. Sono state programmate come individui solitari.
  3. Come spora, lei ha una settimana per decidere, al termine della quale la sua decisione sarà finale e irrevocabile.

Non c’erano altre regole.

Nei giorni successivi, Giuseppe non parlò con nessuno perché non c’era nessuno con cui parlare. Se avesse creduto in Dio, forse avrebbe pregato, o chiesto aiuto ai suoi genitori adottivi defunti. Ma non credeva in Dio, non credeva nella vita dopo la morte. L’unica cosa nella quale aveva iniziato a credere con fatica, era il fatto che da qualche parte potesse esserci un posto pieno di gente che non avrebbe diffidato di lui.

La settimana passò in fretta, ma Giuseppe non riusciva a prendere una decisione. Se la questione era uno scherzo, pazienza, avrebbe fatto la figura dell’idiota, che in ogni caso era una sua specialità. E se invece era vero, avrebbe abbandonato tutto quello che aveva? D’accordo, era solo, ma almeno aveva una casa, un lavoro… Aveva una macchina. Il suo vicino di casa gli rompeva un po’ le palle, ma andarsene su un altro pianeta forse era una soluzione un po’ drastica. Certo, sarebbe stata un’avventura… E lì si perdeva a fantasticare di poter trovare una compagna dalla testa a triangolo. Ma a lui la sua testa a triangolo non piaceva, perché mai avrebbe voluto una compagna che gli assomigliasse?

Quando infine giunse il gran giorno, il citofono suonò per annunciare l’arrivo dei tre uomini. Giuseppe li fece salire. I tre rimasero in silenzio a lungo, attendendo che fosse lui a fare il primo passo. Infine Giuseppe disse: “Vorrei porvi una domanda: se dovessi rifiutare di venire con voi adesso, e poi dovessi cambiare idea… Potrei venire in futuro?”

L’uomo che aveva parlato l’ultima volta sorrise: “Negativo. Ci servono solo individui nel pieno delle proprie capacità riproduttive. Fra qualche anno potrebbe essere troppo tardi. Deve capire che venire fino qui a recuperare lei e le altre spore non è una missione da poco. E poi ci sono quelle spedite su altri pianeti: se dovessimo accontentare tutti, questa non sarebbe una Commissione Recupero Spore ma un’agenzia di viaggi.”

“Capisco”, disse Giuseppe, poi riconsegnò la cartelletta. “Ho un’altra domanda: in quanti hanno accettato finora?”

“Finora, nessuno.”

“Ma quanti eravamo in totale?”

“Sulla terra, duecentocinquatasei.”

“E nessuno ha accettato?”

“No. Ma non abbiamo ancora contattati tutti. Ce ne mancano una decina, più o meno.”

“Mi dispiace”, disse Giuseppe, sentendosi in colpa per ciò che stava per annunciare, ma non poteva fare altrimenti: “Non posso venire. La mia vita non è il massimo ma non è neanche così male. Preferisco restare. Grazie dell’offerta.”

“Va bene” gli rispose l’uomo, riprendendosi la cartelletta. Ma prima che Giuseppe potesse accompagnarli all’uscita, il secondo uomo gli infilò un ago nel braccio e gli iniettò qualcosa nel corpo. Giuseppe gridò, e gli uomini iniziarono a trascinarlo via. Sul pianerottolo, incrociarono il signor Masini appena uscito per buttare la pattumiera.

“Chiami la polizia! Signor Masini, questi sono criminali, è un rapimento!” Gridò Giuseppe disperato, mentre sentiva il liquido che gli avevano iniettato fare effetto, rendendogli il corpo pesante.

“Bravi! Portatelo via!” Urlò il signor Masini alzando il medio in risposta alla sua richiesta d’aiuto.

Prima che Giuseppe si addormentasse del tutto, sentì uno degli uomini sussurrare a un altro: “Almeno il programma di diffida ha funzionato. Non lo verrà a cercare nessuno.”

Per tutta risposta, l’altro scosse il capo: “Sì però… Dammi del romantico, ma sarebbe bello se almeno una spora venisse volontariamente…”

Poi chiusero Giuseppe nel retro di un furgoncino e si avviarono verso l’astronave, dove i loro colleghi li attendevano con tutte le altre spore, pronti per mollare gli ormeggi.

-The End-

Questo racconto è stato ispirato dalle ultime esplorazioni su Marte

 

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Racconto n.19: COME UN UNCINO

Il palmo della sua mano era secco come la terra che, nonostante le preghiere, rimaneva dimenticata dalla pioggia. Non sembrava né giovane né vecchia, ma la gente non rimaneva mai a guardarla abbastanza a lungo da riuscire a indovinare quanti anni avesse, né di quale razza fosse. Una cosa era certa: non apparteneva a nessun luogo. Aspettava, seduta vicina alla finestra, rabbrividendo nonostante il calore, sollevato solo momentaneamente dalle pale del ventilatore che giravano con un leggero sibilo metallico. Quando lui entrò, lei non si voltò nemmeno.

“L’hai trovata?” Chiese soltanto, continuando a osservare il paesaggio fuori, immobile, abbandonato.

Lottando contro la propria esitazione, l’uomo andò ad appoggiarsi al davanzale, scrutando la donna, in cerca di qualche segno sul viso di lei che potesse ricondurla a se stesso, all’immagine che vedeva ogni giorno allo specchio, ma non riuscì a cogliere nulla.

Due giorni prima aveva ricevuto una telefonata; una voce anonima gli aveva semplicemente annunciato che sua madre voleva vederlo prima di morire.

“Io non ho una madre.”

“Ah sì”, aveva risposto la voce, con distacco formale. “Ci ha avvertiti che lei avrebbe risposto così. Ha detto di confermare che lei è nato il quindici ottobre 1963, ed è stato trovato dal cane di una donna su una panchina fuori dall’ospedale di St. George. Sua madre ha detto di porle le sue scuse, ma ora non è rimasto molto tempo per discutere i dettagli. Deve venire, perché dice che le restano solo tre giorni di vita. Non mi chieda come fa a saperlo, però le posso confermare che la sua situazione non sta migliorando.”

Lui era rimasto immobile, col telefono appiccicato all’orecchio e la mente smontata in mille atomi, ognuno preso da un vortice irrecuperabile. Quando finalmente aveva riacquistato l’abilità di parlare, aveva dovuto assicurarsi che la persona fosse ancora in ascolto.

“Mi dispiace, ma avete sbagliato numero”, era riuscito a dire prima d’interrompere la comunicazione. La donna aveva chiamato più volte e aveva lasciato un messaggio con un indirizzo. Era dall’altra parte del paese. Lui ci aveva passato su una notte insonne, ma il giorno successivo era andato all’aeroporto e aveva preso il primo volo, diretto forse verso l’errore più grave che avrebbe mai commesso. Ma, dovette ammetterlo, non aveva scelta. Se davvero quella donna era sua madre, e se davvero le mancavano solo tre giorni di vita, ignorare la sua chiamata era qualcosa che non poteva permettersi di fare. Quel mattino ci aveva impiegato più del solito a scegliere cosa indossare e, mentre aspettava in aeroporto si era anche fatto lucidare le scarpe.

“Ho deciso che prima di morire avrei dovuto rovinarti la vita”. Quella era stata la prima cosa che sua madre gli aveva detto. La prima cosa, dopo una vita senza spiegazioni, senza radici, senza conforto, senza risposte.

“Come hai fatto a trovarmi?” Le aveva chiesto, incapace di formulare altre domande. Durante gli anni aveva immaginato spesso un possibile incontro: sua madre si sarebbe piegata in due dal dolore provato dal senso di colpa, o forse gli avrebbe spiegato che l’avevano rapita, e lei aveva dovuto abbandonarlo. Oppure gli avrebbe detto che, se fosse tornata a casa con un bambino, suo padre l’avrebbe uccisa. Mai si sarebbe aspettato quel tono distaccato, come se lei avesse già vissuto un’esperienza simile migliaia di volte, come se il tutto fosse già stato collaudato e lei dovesse solo ripetere le stesse parole di sempre.

La donna aveva scrollato le spalle, come per indicare che la sua domanda non era importante. “Ti devo dire un paio di cose. Non ti piaceranno. Se non vuoi ascoltarle, vattene ora. Se le vuoi ascoltare, preparati a non credermi.”

Per tutta risposta, lui aveva preso una sedia e l’aveva avvicinata al letto dov’era sdraiata lei. “Sono pronto.”

“Non credo proprio. Ma l’intenzione è ciò che conta.” Prima d’iniziare la donna aveva tratto qualche respiro tenendo gli occhi chiusi. Poi con voce roca aveva inziato: “Durante questi anni non mi sono mai pentita di ciò che ho fatto. Sono gli atti crudeli che tornato a tormentarci, ma le decisioni che sappiamo essere giuste non ci danno tanti problemi. Ti ho abbandonato perché con me non ti volevo, e non ho mai cambiato idea. Lo so cosa ti stai chiedendo: ti stai chiedendo se davvero questo è tutto quello che ho da dire, se questo è abbastanza per cancellare tutte le persone con le quali non sei stato capace di instaurare un rapporto, tutte le relazioni che non hai saputo mantenere, tutte le pillole che hai dovuto prendere per non affondare nella depressione, tutti i sonniferi che hai dovuto assumere per riuscire a dormire. Stai pensando che forse io non sono chi dico di essere ma sono solo una vecchia diabolica, venuta per tormentarti. Hai torto ma hai anche ragione: sono esattamente quella che dico di essere, e sono davvero una vecchia diabolica, venuta a tormentarti.”

“Non è quello che stavo pensando” la corresse lui, punto sul vivo. Per un qualche motivo, il fatto che quella donna volesse indovinare i suoi pensieri era una violazione che non era disposto ad accettare. Lei gli aveva lanciato uno sguardo divertito.

“Non mi mentire. È esattamente quello che ti sta passando per la testa.”

Si erano guardati, madre e figlio, una vita che li separava, e poche parole che, come punti su una cucitura sfaldata, tenevano la speranza attaccata al vuoto fra loro.

“Ma mi sei rimasto dentro con un uncino, che ogni giorno mi scavava dentro sempre più profondamente, sempre più spietato. Più mi allontanavo, più sentivo l’uncino tirarmi le labbra della ferita, allargando il buco che mi hai lasciato.”

Lui era rimasto immobile, incapace di rispondere: dunque in tutta questa faccenda, la vittima era lei? L’aveva invitato forse nella speranza che lui le porgesse delle scuse? Che rimovesse l’uncino e le pulisse la ferita?

La donna si era fermata, lo sguardo lontano. Poi aveva ricominciato a parlare. “Dimmi, ti capita mai di sapere cosa sta per succedere? Ti sei mai reso conto di saper leggere i pensieri delle altre persone? Sei capace di predire la miseria che sta per attaccare qualcuno che hai incontrato?”

Ma di che diavolo stava parlando? Prima che potesse aprir bocca, lei aveva sorriso. “Mi fa piacere sapere che a te non è ancora capitato. Perché ti posso assicurare che è la condanna più atroce che possa affliggere chiunque. Ti ho dovuto lasciare, perché non volevo far crescere un’altra persona come me.”

La donna era evidentemente fuori di testa. Non era neanche sicuro che fosse sua madre, come poteva saperlo? E allora perché stava sprecando tempo ad ascoltarla? Che razza di spiegazione bislacca. E se anche ci fosse un fondo di realtà in quelle frasi campate per aria, perché non darlo in adozione? Perché abbandonarlo su una panchina?

“Perché non volevo che vivessi” sbottò lei, come se fosse la frase più semplice da dire. “Non volevo darti in adozione, perché uno come noi è una condanna per tutti quelli che gli stanno accanto. Sindrome da Cassandra, ne hai mai sentito parlare? Saper prevedere il futuro senza che nessuno ti ascolti mai. Beh, mi fa piacere vedere che per il momento non sembri aver ereditato la mia stessa sentenza.”

“Ti fa piacere?” Era riuscito a dire lui e, incapace di trovare altre parole, si era avviato verso la porta, ma la voce di sua madre l’aveva raggiunto prima che potesse andarsene.

“Lo so che non hai mai avuto nessuno in vita tua. Una famiglia, una ragazza, una moglie, nessuno: lo so che è colpa mia”, disse, ma nella sua voce non c’era un’ombra di rimpianto. “Ti avevo detto che questa conversazione non ti sarebbe piaciuta. Ma fammi rimediare.”

“E come?”

“Vai fuori, in giardino. Trova una foglia secca e portamela.”

La donna era evidentemente irrecuperabile.

“Una foglia? E per fare?”

“Sto per morire. Fammi questo favore, portami una foglia.”

Ci mancava solo il ricatto emotivo. Lui rimase a bocca aperta, poi se ne andò, chiudendosi la porta alle spalle. La donna attese qualche momento, poi lentamente andò a sedersi di fronte al davanzale, rabbrividendo ogni volta che le pale del ventilatore portavano una lieve brezza alla sua pelle. Non dovette attendere a lungo: l’uomo tornò e rimase fermo dietro di lei.

“L’hai trovata?” Domandò.

Per tutta risposta, lui si spostò vicino al davanzale e le posò una grossa foglia color curcuma in grembo. “Ora posso andarmene?”

“Sul più bello?” Ribatté la donna, poi prese la foglia in mano e l’accartocciò tra le dita. “La Sindrome di Cassandra prevede che io non venga mai creduta, perciò accettiamo entrambi il fatto che rifiuterai quello che sto per dirti, fino a quando tra qualche anno non diverrà realtà”, la donna riaprì la mano, ristendendo la foglia accartocciata. Vittima della sua stretta, le venature della foglia si erano sbriciolate, lasciando un motivo bucherellato sulla superficie. La donna la sollevò in controluce, studiandola. Poi disse: “Incontrerai una donna, fra tre mesi. Sarà una relazione tumultuosa, che ti causerà molti problemi. Lei cercherà di suicidarsi due volte.”

Lui l’ascoltò incantato dai suoi gesti, ma quando finalmente si rese conto di ciò che stava dicendo, la sua pazienza si prosciugò all’istante.

“Aspetta!” Gridò la donna improvvisamente. “Non essere impaziente, non ho finito. Vedi qui?” Chiese, indicando un buco nel centro della foglia. “Da questa relazione avrai una bambina. E dovrai occupartene da solo, perché la madre passerà la vita in ospedali psichiatrici. Ma non ti devi spaventare, perché vedi qui?” Sulla superficie c’era una serie di buchi più grandi. “Quella sarà l’esperienza che ti renderà più ricco.”

La donna gli consegnò la foglia, poi lo scrutò a lungo. “Lo so che hai molte domande da farmi, ma è meglio che io non ti risponda”, disse. “Ora vai.”

Con la foglia in mano e il torace bucherellato dal rancore, lui si ritrovò a obbedire alla richiesta della donna senza fare domande. Una volta fuori, si sedette su una sedia di plastica, mentre dottori e infermiere andavano e venivano. Guardò la foglia, e un grido gli salì fino alla bocca, lacerandogli le labbra e lasciando tutti intorno a lui incapaci di reagire. Quando ebbe finito, si aggiustò i capelli, mise la foglia nella borsa che si era portato dietro e si avviò lentamente, senza un’ombra d’emozione sul volto.

La foglia rimase a seccare tra le pagine di un libro, dimenticata eppure sempre presente tra i suoi pensieri. Il libro lo seguì tra i vari traslochi, con il suo segreto seppellito dentro.

Anni dopo, curiosando tra i suoi averi, sua figlia trovò la foglia. ”Che cos’è?” Gli chiese.

Lui si avvicinò e cautamente gliela sfilò dalle dita. Rimase in silenzio a lungo, tanto che la bambina pensò si fosse scordato di darle una spiegazione. Infine, rispose: “Questo è un regalo che mi ha fatto tua nonna.”

“Che regalo brutto!” Ribatté la bambina.

“È quello che ho pensato anch’io, per molto tempo.”

“E poi?”

“E poi sei arrivata tu”, le disse, prendendola in braccio e portandola a giocare con qualcosa di meno prezioso.

-The End-

Foto di Simona Camporesi- editor, scrittrice, viaggiatrice. Per leggere degli scritti di Simona, clicca qui: http://www.leavesonpaper.com

 

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Racconto n.13: IL PATTO

(Brano musicale suggerito per la lettura: Muse, Time is Running Out)

La giornata era polverosa. Il vento portava onde di sabbia sollevate dal deserto e spinte per miglia senza tregua, mirate a un solo obiettivo: riempire i suoi occhi di lacrime. Hanan sollevò il foulard in modo che le coprisse le narici e continuò ad attendere. La donna al bancone stava friggendo delle verdure in chissà quale miscuglio di olii e spezie dall’odore acre, ma Hanan non aveva mangiato niente dal giorno precedente, e non avrebbe certo storto il naso adesso.

La donna le servì il mangiare guardandola con occhio sospetto: “Che ci fa una ragazza come te in giro da sola?”

Hanan non rispose subito, ma si scoprì le labbra dal foulard, immerse una forchetta nella poltiglia grigiastra che aveva davanti e se la riversò in bocca con avidità, tenendo lo sguardo fisso sul tavolo per evitare che la donna la riconoscesse. Era da tre giorni che il suo volto appariva a intervalli costanti su tutti gli schermi televisivi della regione.

Il locale era spoglio, fatta eccezione per qualche tavolo di plastica coperto da polvere e unto, e qualche poster sbiadito attaccato ai muri. Folate di vento entravano dalla porta finestra aperta, lasciando sul vetro un alone di sabbia. Una lampadina spoglia illuminava l’aria della sera a intermittenza: guizzi di luce si alternavano a brandelli d’ombra.

“Dove sono i tuoi genitori?” Incalzò la donna.

“Non sono così giovane come sembro”, riuscì a rispondere Hanan. Sapeva che sarebbe sembrata una scusa inventata su due piedi, che forse avrebbe dovuto dire qualcosa di più probabile, ma negli ultimi tempi aveva imparato una nuova lezione: la verità è la spiegazione più semplice da dare, anche quando non viene creduta.

“Hai un posto dove stare?” Le chiese di nuovo la donna, pulendosi le mani su un grembiule macchiato.

“Non sto da nessuna parte. Sono pronta a partire per la mia prossima destinazione.”

“No”, asserì quella, con tono impassibile. “Non ti posso lasciar andare, così da sola. Prima occorre chiamare qualcuno. I tuoi genitori, e se non hai genitori, il tuo tutore.”

“Te l’ho detto, non sono giovane come sembro.”

“Senti”, la donna si piazzò di fronte a lei e con la mano spazzò via dal tavolo delle briciole lasciate da qualche altro cliente. “Io non sono il tipo di persona che evita di prendersi responsabilità. Sei entrata nel mio negozio, e adesso sei diventata una responsabilità mia.”

Hanan tirò un sospiro profondo e lasciò andare la forchetta. Senza aggiungere altro, si tolse il copricapo, mostrando alla sua interlocutrice il cranio calvo e coperto da rovi tatuati sulla pelle. Le labbra della donna si aprirono senza emettere alcun suono.

“Non volevo disturbarti”, spiegò la giovane. “Avevo solo fame. Se vuoi chiamare qualcuno, fallo pure, ma penso tu sappia che quando arriverà, io sarò lontana e tu sarai morta.”

La donna rimase immobile, e Hanan poteva quasi sentire i pensieri contrastanti che le avevano assediato la mente, impedendole di pensare.

“Fammi finire di mangiare”, la pregò, e ancora una volta le sembrò strano implorare qualcuno che avrebbe pagato quella cortesia con la propria vita. “Me ne vado appena ho finito.”

La donna si lasciò cadere sulla sedia di fronte a lei.

“Perché hai scelto questo posto?” Le chiese. Era la domanda che le facevano tutti. Sempre la stessa: perché me, perché qui? Non c’era risposta: da qualche parte doveva pure andare. Qualcuno le aveva chiesto se avesse mai provato a farsi chiudere in una stanza e ordinare che la chiave venisse gettata via. Certo che l’aveva fatto. Diverse volte. Non funzionava mai, prima o poi qualcuno veniva a riaprire la porta, per curiosità o per errore, e tutto ricominciava come prima. Non era possibile fermare il destino.

Ce n’erano altri, come lei. Non sapeva esattamente quanti fossero, ma un paio di volte ne aveva incrociato uno: in silenzio si erano guardati, riconoscendo a vicenda quegli stessi occhi grigi senza pupilla, quel cranio liscio coperto da tatuaggi – se uno avesse guardato da vicino avrebbe notato che i disegni si muovevano, che i rovi che ornavano il suo capo s’intrecciavano, si moltiplicavano, crescevano in una creazione perpetua. E allora i due annuivano, ben coscienti del fardello che l’altro portava, allontanandosi senza parlare.

La donna la stava guardando, ma i suoi pensieri erano lontani: avevano attraversato le strade polverose fino ad arrivare ai suoi figli, a suo marito, che normalmente lavorava lì con lei e, in un momento di rabbia, si chiese perché lui avesse scelto proprio quel giorno per stare male e rimanere a casa. Si domandò cosa avrebbe fatto senza di lei, lui che era incapace di farsi bollire un uovo, per non parlare poi del prendersi cura dei figli. Si domandò se potesse fare un patto con la ragazza, far portare lì suo marito, che non era utile a nessuno, e barattare la sua vita in modo che lei potesse tornare a casa. Fece per aprire bocca, ma si vergognò di quel pensiero e si morse le labbra.

Hanan finì di mangiare. Posò la forchetta sul tavolo. “Tutti hanno la stessa reazione”, la rassicurò, come se le avesse letto i pensieri. “Tutti sperano di poter fare qualche scambio, pregandomi di prendere qualcun altro, magari un vecchio, che non serve più.”

“L’hai mai fatto?”

La ragazza scrollò le spalle. “Non sono io che ho inventato le regole.”

Non voleva stare a spiegare come, all’inizio, quando aveva capito come funzionava il tutto, aveva evitato il contatto con qualsiasi persona, come avesse cercato di non parlare con nessuno, di non incrociare il loro sguardo. Ma prima o poi tutti i suoi tentativi avevano fallito. Ci erano voluti secoli prima che fosse riuscita ad accettare il proprio destino e, per molto tempo, ogni volta che aveva visto il terrore negli occhi di chi la riconosceva, aveva provato un terrore ancora più profondo, un orrore davanti a ciò che lei rappresentava, davanti alla sua crudele condanna. Poi, quando si era ritrovata incapace di negare la propria natura, aveva cercato di avere a che fare solo con gente anziana- ma anche quella fase era durata poco. Bastava solo che il suo sguardo incrociasse qualcuno, e anch’egli passava alla lista dei caduti. Era sufficiente che qualcuno la toccasse, che le rivolgesse la parola per fare la stessa fine.

Negli ultimi anni, di tanto in tanto si vedevano le sue immagini sui televisori o sulle pagine dei giornali, annunci che intimavano la popolazione di un luogo o di un altro di rimanere in casa, perché un angelo della morte era stato avvistato. Ma il mondo non poteva fermarsi, e prima o poi la gente ricominciava a vivere. Alcuni andavano avanti, altri incontravano lei, o uno come lei.

La donna era rimasta di nuovo in silenzio, il volto svuotato dal sangue, mentre la sua mente ripercorreva avanti e indietro i tunnel di un labirinto nel quale non riusciva a trovare un’uscita. “Ci dev’essere un modo. Ci dev’essere qualcosa che ti posso dare in cambio.”

“In cambio della tua vita? Cosa c’è di equivalente che mi puoi offrire?”

“Abbiamo un cane, qui fuori, in cortile.”

La ragazza non rideva mai, perché il ridere non era nella sua natura, ma un sorriso le apparve sulle labbra sottili a sentire ancora una volta l’offerta che aveva sentito così tante volte.

“Dimmi, ci dev’essere un modo”, la implorò la donna. “Ho tre figli piccoli e un marito incapace. Come faranno senza di me?”

Finalmente sul suo volto apparvero i sentimenti di chi inizia a capire la gravità della situazione. La sua voce iniziò a tremare, gli occhi si allargarono, l’animale nascosto in lei venne fuori senza preoccuparsi di mascherare il terrore dietro le buone maniere. Si mise in ginocchio, implorando la ragazza. Ma Hanan aveva recitato la stessa parte nella stessa scena da millenni e, ancora una volta, decise di utilizzare l’unica via d’uscita: “Un modo c’è”, disse infine. “Ma devi fare esattamente ciò che ti dirò.”

La donna annuì, sigillando le labbra in attesa.

“Portami il cane. Io me ne andrò con lui. Tu dovrai rimanere qui, con gli occhi chiusi, senza creare panico, senza urlare alla gente qui fuori, facendo finta che il nostro incontro non sia mai avvenuto. Dopo una decina di minuti, quando sentirai che tutto si è quietato, potrai aprire gli occhi.”

“E funzionerà?” Chiese la donna, aggrappata a quella goccia di speranza.

“Funziona sempre.”

Senza esitare, la vittima andò a prendere il cane, e lo consegnò alla ragazza. La bestia le si avvicinò docilmente e si fece accarezzare senza indugio. La donna si sedette e chiuse gli occhi.

L’angelo della morte si ricoprì il capo spoglio e fece un fischio al cane, che la seguì. Camminò per le strade deserte, mentre il vento del deserto continuava a spargere quella sabbia color ocra in ogni angolo del villaggio, tra i carretti del mercato abbandonato, tra le strade spoglie. Una volta giunta ai margini del paese, fece un altro fischio e il cane si allontanò, probabilmente tornando verso casa. Ormai era passato abbastanza tempo. Ormai, la donna del negozio aveva finito di respirare, ed era passata al mondo delle ombre forse senza accorgersene, come avevano fatto in tanti, confortati dalla speranza di esser riusciti nell’impossibile: aver fatto un patto con la morte, e averla convinta ad aspettare.

-The End- 

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Racconto n.11: SCAGLI LA PRIMA PIETRA

Di solito il giovedì andava da Veronika, ma era da qualche settimana che la donna non si faceva più trovare, e la cosa l’aveva alquanto spiazzato, perché i cambiamenti non gli piacevano affatto. Forse era stata colpa sua: se lo era domandato già dal primo giorno dell’assenza della donna; l’ultima volta che si erano visti, lei gli aveva confidato che desiderava tornare in Ucraina per visitare la tomba di sua madre, morta mentre la figlia era in Italia. Lui aveva ribattuto che lei, col lavoro che faceva, forse non avrebbe dovuto andare al cimitero: va bene essere magnanimi, ma si trattava pur sempre di un luogo sacro! Veronika l’aveva guardato senza ribattere e a lui non era piaciuto affatto quel silenzio, perché aveva sentito come se la donna gli avesse ficcato le unghie negli occhi, tutte insieme, come sparate da una catapulta carica d’odio. Se n’era andato con la coda tra le gambe, ma con la consapevolezza di aver ragione. A volte chi ha ragione deve scagliare la prima pietra.

Così Antonio aveva iniziato a vedere Dina, che veniva da un altro paese dell’ex Unione Sovietica, uno di quegli stati dei quali tutti ignorano l’esistenza fino a quando non si scopre che la loro popolazione sta emigrando in massa in Italia. Antonio non era un esperto di paesi dell’est, ma le ragazze di là gli piacevano sempre meno. Però costavano meno delle asiatiche, e l’unica esperienza che aveva avuto con una tailandese (lei aveva detto di essere del Vietnam, come se ci fosse qualche differenza) era stata terrificante: la donna aveva giurato di avere quasi 30 anni, ma aveva il corpo mingherlino e senza forme di una ragazzina, tanto che per tutta la durata dell’incontro lui si era sentito profondamente scosso e per giorni dopo l’esperimento si era domandato se non fosse un pedofilo. Era quindi tornato a quelle della Russia e dintorni, più facili da categorizzare in fasce d’età. Antonio non era sciocco: non viveva in una bolla di sapone, e sapeva benissimo che non si devono sfruttare le donne, ma dopotutto lui pagava e dava anche una mancia, che neutralizzava  il suo senso di colpa con ampio margine.

A Dina non piaceva parlare, ma con tutto quello che si faceva pagare, era giusto che almeno ascoltasse. Dopo qualche incontro, Antonio sentì di potersi fidare e decise di chiedere il suo aiuto: “Ho bisogno del parere di una donna non sposata, e non posso chiedere alle mie colleghe, perché magari mi riderebbero in faccia”, disse tirando fuori dal taschino della giacca un pezzetto di carta stropicciato. “Te lo leggo e tu mi dici cosa ne pensi, va bene?”

Dina lo guardò un po’ perplessa mentre rifaceva il letto. Antonio si apprestò a leggere, ricordandosi che era inutile sentirsi imbarazzato, perché la donna non poteva certo permettersi di esprimere un giudizio su di lui.

“Allora. Cercasi: ragazza di bella presenza, sotto i 35 anni, dolce e disponibile.” Sollevò gli occhi speranzoso, ma Dina si limitò a fare spallucce. “Va beh, dimmi cosa ne pensi, no? Lo voglio far pubblicare sul giornale locale”, spiegò lui.

Gli amici gli avevano consigliato di tentare qualche agenzia per appuntamenti on-line, ma lui non si voleva far ciulare soldi solo per incontrare delle donne che non erano riuscite a farsi sposare perché troppo repellenti per un incontro in carne e ossa. No, lui preferiva fare le cose per bene, nella maniera già collaudata da generazioni.

“Che ne pensi? Funziona? Cioè, se tu non facessi la battona e fossi che so, una commessa in un centro estetico, risponderesti a questo annuncio?” Lo sguardo di Dina assunse le stesse note di quello utilizzato da Veronika, ma Antonio non si lasciò distrarre. “Oppure aggiungeresti qualcosa?”

La donna andò a prendergli il pezzetto di carta dalle dita, lo rilesse e poi rispose, con quel suo accento storpio: “Manca qualcosa di te.”

“Giusto! Eh, vedi che sei brava?” Antonio prese una biro e scarabocchiò qualche riga sul pezzetto di carta. “Allora, mettiamo: uomo maturo… Maturo? Maturo sembra vecchio, no?” Dina scosse il capo. Non sembrava vecchio. “Va bene, maturo. Amante della natura, della buona cucina, di macchine e appassionato di fossili. Cerca ragazza di bella presenza, sotto i 35 anni, dolce e disponibile.” Nuovamente guardò la donna in cerca di approvazione.

“Ma per fare cosa, perché la cerchi?” Chiese lei, struccandosi. Erano le tre del mattino ed evidentemente aveva finito il turno.

“Giusto”, Antonio chinò il capo e scrisse: “Per unione matrimoniale a lungo termine.”

Il braccio di Dina si fermò a mezz’aria, con un batuffolo di cotone sporco di nero tra le dita. “Cerchi una moglie sul giornale?”

“Perché, cosa c’è di strano, tu cerchi l’amore per strada.”

“Ma lo facevano i miei nonni.”

“I tuoi nonni si prostituivano?” Chiese incredulo.

“Ma no… Anche loro mettevano annunci sul giornale.”

“Beh, perché me lo dici, loro vivevano in Russia, cosa c’entra?”

“Non vivevano in Russia. Vivevano in Uzbekistan.”

“Ascolta Dina, a me fa piacere per i tuoi nonni, ma ho bisogno di un’opinione: secondo te, si tratta di un bell’annuncio?”

“Bello, non so. Spero che sarà utile.”

“Anch’io”, asserì Antonio prima di andarsene.

Ma prima di portare l’annuncio al giornale, c’era qualcun altro che avrebbe dovuto interpellare: Don Riccardo aveva poco tempo da dedicare alla gente perché era sempre impegnato in opere di carità, ma per Antonio, che da piccolo era stato un chierichetto esemplare, trovava sempre cinque minuti. Lesse l’annuncio e poi sentenziò: “Secondo me se vieni a messa più spesso qualche ragazza la incontri qui.”

“Perché, c’è qualcosa che non va se metto l’annuncio sul giornale?”

“No, è che non sai chi ti risponde, magari gente che ti vuole fregare o qualche prostituta.”

“E se aggiungo che voglio una donna onesta?”

Don Riccardo gli sorrise. “Se vuoi, prova… Ma cerca di essere specifico.”

Così, dopo qualche alterazione, l’annuncio fu pubblicato: “Uomo maturo, amante della natura, della buona cucina, di macchine e appassionato di fossili. Di bella presenza, alto, ben piazzato, intelligente e diplomato, con impiego fisso a contratto indeterminato, dotato di pazienza, amabilità e appartamento con mutuo a tasso fisso, automunito, che mastica inglese e spagnolo, cerca ragazza di bella presenza, sotto i 35 anni, dolce, disponibile, onesta, qualificata, con lavoro di natura esemplare (come: commessa, cassiera, avvocato, segretaria, insegnante, etc, mentre non va bene: massaggiatrice, passeggiatrice di strade e impieghi simili) per un matrimonio a lungo termine. Inviare referenze con foto all’indirizzo qui sotto. Perditempo e transessuali statemi alla larga.”

Antonio passò l’intera giornata a controllare di non aver perso delle chiamate sul cellulare. A metà mattina, notò che qualcuno aveva lasciato un messaggio, ma quando l’ascoltò, sentì solo una voce maschile che gli dava del pirla. Lo cancellò immediatamente, col cuore che gli stringeva la gola.

“Non funziona”, si lamentò quel giovedì con Dina. “Da quando ho fatto pubblicare l’annuncio, ho ricevuto solo tre chiamate: due per insultarmi e una di un pervertito.”

“Perché non provi su internet?”

“Ma non mi piace! È triste su internet, è proprio da disperati!”

Passò quasi un mese, e Antonio pagò affinché l’annuncio venisse ripetuto a giorni alterni, augurandosi che qualcuno lo leggesse. “Forse la mia donna ideale è in vacanza, devo aspettare il prossimo mese.”

Così attese. E attese. Arrivò Natale, Capodanno e Pasqua, e lui continuò ad attendere. Ormai i suoi concittadini avevano letto l’avviso talmente tante volte da saperlo a memoria, ma nessuno si era fatto avanti. Poi un giorno, il suo cellulare squillò.

“Antonio”, esordì una voce vagamente familiare.

“Sì, sono io.”

“Sono Veronika.”

“Chi?”

“Veronika, ti ricordi?”

Si ricordava, ma pensava che fosse in Ucraina al cimitero di sua madre. “Come hai fatto a trovare il mio numero di telefono?”

“È sul giornale”, rispose la donna.

“Ma tu come fai a sapere che era il mio?”

“Lo sanno tutti…”

“Va beh, cosa vuoi?”

“Ascolta… Volevo proporti una cosa.”

“No, guarda, c’è scritto sull’annuncio, non posso sposare una prostituta”, disse abbassando il volume per non farsi sentire, anche se era a casa da solo col gatto che, fino a quel momento, non aveva dato segno di capire il linguaggio umano.

“Non per me”, l’interruppe lei. “È mia figlia.”

“Tua figlia? Per chi mi hai preso, un pedofilo?” Senz’altro Veronika aveva parlato con la tailandese!

“No, mia figlia ha 23 anni. Studia in università in Ucraina. E lei dice che può venire qui a sposare te.”

“Ma cosa studia?”

“Ingegneria.”

“E com’è?”

“Bella.”

“Ma non mi ha mai incontrato, come fa a dire che vuole sposarmi?”

“Lei non è stupida- ha bisogno di lasciare Ucraina.”

“E così mi vuole sfruttare?”

“No sfruttare. Uno scambio. Lei sarà moglie perfetta, tu le dai opportunità. Incontrala, lei viene a trovare me fra due settimane.”

Antonio dovette pensarci su a lungo, ma alla fine accettò d’incontrare la giovane, anche se aveva i suoi dubbi: se l’avessero scoperto i suoi amici, l’avrebbero preso in giro per tutta la vita per aver sposato la figlia di una prostituta. Senza contare il fatto che lui con quella prostituta c’era anche andato a letto, ma quello era il problema minore perché non l’avrebbe mai saputo nessuno.

Yelena, quello era il suo nome, non parlava italiano ma era una bellissima ragazza. Sua madre assicurò Antonio che nel giro di pochi mesi avrebbe imparato la lingua, e che era una ragazza fedele: aveva avuto solo un fidanzato fino ad allora e si erano lasciati perché lui si era fatto prete. Questa connessione remota alla chiesa lo rassicurò.

Antonio e Yelena passarono due giorni da soli in silenzio, poi lei dovette tornare in Ucraina, su un pulmino gremito di emigrati dell’est. Quando l’aiutò a salirvi, Antonio si sentì stringere il cuore: non gli andava che la giovane facesse un viaggio di due giorni insieme a tutta quella gente sporca. La trascinò giù dal pulmino e la portò a Linate, dove la mise sul primo volo verso il paese dell’est più vicino all’Ucraina. Poi passò quasi un mese senza sentirla, e durante quel mese si convinse che, figlia di puttana o meno, Yelena era una donna più che adatta a lui. Decise di comunicarglielo tramite sua madre Veronika. Ma quando la chiamò, trovò il telefonino sempre spento. Dopo qualche giorno, il suo cellulare vibrò con l’arrivo di un messaggino. Antonio l’aprì con curiosità e sullo schermo apparve la scritta: “Mi spiace, ma mia figlia dice che non gli vai bene. Saluti, Veronika.”

Antonio rilesse il messaggio dieci volte prima di capire esattamente cosa volesse dire, poi si sdraiò sul letto. Tutta quella fatica. Quel forzarsi ad accettare una donna che veniva dall’Ucraina. Quell’essere galante… Non era servito a niente. Passò i tre giorni seguenti in una depressione profonda. Il giovedì mancò anche di andare da Dina per la prima volta in mesi, cosa non da lui, tanto che lei lo chiamò per assicurarsi che stesse bene. Solo dopo una settimana Antonio iniziò a emergere dallo stato di crisi nel quale l’avevano spinto Veronika e sua figlia. Si fece coraggio, si fece la barba e uscì di casa per andare alla redazione del giornale, dove chiese che il suo annuncio venisse cancellato per sempre.

“Sai una cosa?” Chiese al suo gatto quando tornò a casa col cuore più leggero. “Non ne vale la pena. Io sto bene così, senza una moglie. Meglio così. Solo io, tu, e le prostitute di viale Abruzzi.”

- The End-

Questo racconto è ispirato a una storia vera. Non  sto scherzando.

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Racconto n.9: LA LEGGE DELLE PROBABILITÀ


Lo chiamavano ‘Il Bambino di Gomma’ perché a guardarlo non gli avresti dato più di sei anni, e perché sapeva piegarsi in tutte le direzioni senza mai spezzarsi. Il suo vero nome era Wong Kam-ming, ma non lo sapeva quasi nessuno.

Intrappolato in quel corpo malleabile c’era in realtà un ragazzino di sedici anni, i cui arti si erano rifiutati di crescere perché troppo impegnati ad annodarsi in posizioni sempre meno probabili, sempre più complesse, che attiravano sempre più sguardi. La scuola che gli aveva insegnato quei trucchi l’aveva venduto dapprima a un circo, e poi alla televisione, che lo utilizzava a intervalli regolari per distrarre il pubblico dalle guerre internazionali che stupravano il pianeta. Ogni tanto lo invitavano a una trasmissione dove, dopo la solita domanda (“Dicci davvero, quanti anni hai?” “Sedici”, il tutto seguito dal silenzio del pubblico colto di sorpresa), gli chiedevano di fare qualche esercizio che lasciava tutti senza fiato. Wong sapeva che alcuni lo chiamavano ‘l’invertebrato’ ma cercava di non farci caso. Annodarsi era l’unica cosa che sapeva fare, ed era l’unica attività alla quale gli permettevano di dedicarsi. Tutti i giorni, senza tregua, si allenava, tirando gli arti come se non fossero collegati da tendini, come se fluttuassero all’interno del suo corpo, e lui potesse riassestarli come più gli pareva.

Una volta, il giorno del suo tredicesimo compleanno, un intervistatore gli aveva chiesto cosa volesse fare da grande. Wong era rimasto a guardarlo: sulle sue labbra era calata una saracinesca di piombo.

“Ce lo dirai un’altra volta, eh?” Aveva scherzato l’intervistatore, cercando di dirottare l’attenzione del pubblico, ma prima che potesse cambiare argomento, Wong aveva risposto: “Io non diventerò grande. Sarò sempre un bambino.”

“E bravo il nostro Wong!” Aveva esclamato l’intervistatore, sorvolando con abilità sulle note cupe della voce del ragazzino. “Vuoi rimanere sempre giovane e sempre giovane rimarrai! Un bell’applauso per il Bambino di Gomma!”

Wong era convinto che se avesse incontrato qualcuno come lui, avrebbero potuto piegarsi insieme e aiutarsi a vicenda a snodare le incertezze nascoste tra le forme che i loro corpi sapevano assumere, ma qualcuno come lui era difficile da trovare. Aveva incontrato una miriade di ragazze acrobate, dai corpi flessibili quanto il suo ma, per qualche ragione al di là di ogni spiegazione, loro non si erano bloccate a sei anni: erano cresciute, forse un po’ meno rispetto alla media, ma comunque avevano l’aspetto di ragazze avviate verso l’età adulta e non perse lungo la strada, rapite da un’infanzia eterna. Quando lavorava insieme a loro per qualche spettacolo, le ragazze della sua età lo facevano sedere sulle loro ginocchia e gli tiravano le guance cantandogli delle canzoncine, e ogni verso si andava a ficcare nelle sue ossa come schegge di vetro delle quali tutti ignoravano l’esistenza, ma che lui portava con sé, incapace di scrollarsele di dosso.

Pochi mesi prima del suo quindicesimo compleanno si era ripromesso che entro un anno avrebbe trovato una persona come lui, e aveva iniziato a chiedere in giro se qualcuno conoscesse una ragazzina (ma che diamine, anche un maschio sarebbe andato bene) con la testa da adulto ma il corpo da bambino. Tutti avevano riso alla sua richiesta, pensando stesse parlando di qualche mostro leggendario, tutti a parte la sua istruttrice, Mei-Zhen Cui, che lo conosceva da anni e che era l’unica persona che una volta gli aveva chiesto se voleva smettere di allenarsi e dedicarsi ad attività diverse, come gli altri ragazzini della sua età. Ma quella possibilità, anziché incoraggiarlo ad aprire le porte verso una vita meno prevedibile, l’aveva bloccato nell’indecisione e, per forza d’inerzia, era andato avanti con le attività che conosceva, che lo facevano sentire al sicuro.

“Secondo te esiste qualcuno come me?” Aveva chiesto  a Mei-Zhen durante un allentamento.

La sua istruttrice era rimasta a guardare quelle curve perfette che creava il corpo di Wong con la grazia degna di un cigno, quella sua morbidezza che nascondeva tutte le sue spaccature interiori con tale abilità che anche lei, a volte, si dimenticava del precipizio nel quale il ragazzo stava scivolando, un poco ogni giorno. Mei-Zhen non l’aveva mai trattato da bambino, anche quando lo era stato. Gli aveva sempre detto ciò che pensava in quella maniera secca e diretta di chi non ha tempo da perdere con lodi. Forse per quello Wong sapeva che, qualsiasi risposta gli avesse dato, sarebbe stata la verità. O la sua versione della verità.

“La legge delle probabilità ci insegna che, con tutte le galassie, con tutte le stelle, con tutti i pianeti nell’universo, è impossibile che non esista un’altra Terra. Forse non la vedremo mai, ma che esista, è molto, molto probabile”, gli disse Mei-Zhen.

Wong si era sciolto da una posizione ed era transitato verso un’altra, con la naturalezza dell’acqua che incontra un sasso nel fiume e aggiusta il suo corso per evitarlo.

“Cosa devo fare per incontrarla?” Aveva chiesto.

“Andare avanti”, gli aveva detto Mei-Zhen, prima di correggere la posizione del suo dito mignolo, che tendeva sempre a squilibrare la forma quando Wong si distraeva.

Passarono i mesi, e gli anni, ma la terra dall’altra parte dell’universo rimase nascosta in una nebulosa densa e impenetrabile.

Poco dopo il suo diciottesimo compleanno, Wong fu invitato a una trasmissione televisiva nel sud America, e per la prima volta lasciò l’inverno del suo paese per un posto dove il sole brillava con costanza infinita. Durante il viaggio continuò a cercare, e s’informò anche con gli organizzatori della trasmissione: avevano mai sentito di qualcuno che gli somigliasse? Ma l’espressione sul volto dei suoi interlocutori rimase confusa, incapace di rassicurarlo.

“Prova a chiedere in diretta TV”, gli suggerirono. E così fece: quando il conduttore della trasmissione gli chiese se aveva qualche messaggio per il pubblico, lui rispose: “Se c’è qualche ragazza, o ragazzo, il cui involucro, come il mio, non è riuscito a crescere perché troppo molle, troppo flessibile, ma che nel contenuto è già adulto, per favore contattatemi. Sarebbe bello incontrarsi.”

Wong tornò al suo paese, e riprese ad allenarsi con il circo che l’aveva preso a lavorare e che ne sfruttava la fama per presentare numeri sempre più elaborati, più costosi, più ostentati. Wong interpretò per loro tutti i ruoli del suo repertorio: Gesù Bambino, piegato come una palla e poi lanciato in aria, dove lui si apriva come un ventaglio, precipitava verso il basso e poi veniva ripreso solo a pochi millimetri dal suolo da Maria e Giuseppe.


Quando interpretava Peter Pan, il pubblico rimaneva incantato a guardarlo fluttuare nell’aria, legato solo a un cavo, intento ad attorcigliarsi con disperazione, abbracciato a una Trilly più grande di lui. Come Puck, l’elfo, si era dilettato a fare scherzi agli altri personaggi per poi tramutarsi in una sedia o quant’altro; le sue trasformazioni erano ciò che il pubblico applaudiva con più tenacia.

Un giorno, dopo uno spettacolo, Wong tornò nel suo camerino e, posata contro lo specchio, trovò una lettera sigillata, con un francobollo del sud America. Sulla busta c’era scritto: ‘Per il Ragazzo di Gomma.’

Wong l’aprì, e dentro vi trovò solo poche righe battute a macchina: ‘Caro Ragazzo di Gomma. Io non sono come te, ma vorrei incontrarti lo stesso. Ho convinto mio padre a portarmi in viaggio fino da te perché, anche se non soffro di quello che soffri tu, penso che potremmo essere amici. Mi chiamo Mariana, ho sedici anni, ma tutti pensano che ne abbia la metà. Se per te va bene, io e mio padre verremo al tuo spettacolo il dieci di gennaio e aspetteremo fuori dal tuo camerino dopo che avrai finito.’

Wong attese con ansia l’arrivo del dieci di gennaio e quel giorno, durante lo spettacolo, rimase così distratto cercando di osservare il pubblico che per poco non cadde dall’asta sulla quale doveva contorcersi a ritmo di musica.

A spettacolo terminato, corse verso il camerino e si bloccò quando vide che davvero, davanti alla sua porta,  lo attendevano degli ospiti. Wong si avvicinò lentamente e vide un uomo che spingeva una sedia a rotelle. Costui lo notò e gli sorrise, spostando la sedia in modo che la passeggera potesse vederlo. Wong si bloccò. Aveva cercato così a lungo una persona uguale a lui, e ora gli stava davanti il suo opposto. Mariana, la ragazzina che gli aveva scritto, era immobile. Solo il suo sguardo sembrava vivo e, quando parlò, le sue labbra fecero dei movimenti appena appena percettibili.

“Ciao”, gli disse con fatica, poi guardò suo padre, che iniziò a spiegare, per far sì che la figlia non facesse troppi sforzi.

“Mariana è voluta venire a trovarti perché dice che avete qualcosa in comune.” Wong non riuscì a trovare neanche una parola da dire, e il padre della ragazza continuò: “Vedi, la chiamano la Bambina di Granito. È così da quando era piccola e non è cresciuta. Le sue ossa sono come calcificazioni di cemento e per lei è impossibile muoversi, ma è voluta venire fin qui per incontrarti.” Nella voce dell’uomo c’era nascosta una scusa, come se sapesse che il Bambino di Gomma si aspettava qualcuno di diverso; ma Wong non l’ascoltò nemmeno. Si avvicinò alla sedia e prese la mano della ragazzina: la sua pelle era morbida ed era facile da stringere, come se l’immobilità fosse sepolta solo al suo interno.

“Possiamo andare a fare un giro?” Chiese Wong al padre di Mariana, e spinse la sedia a rotelle lungo il corridoio che portava al palcoscenico. Lì iniziò a esibirsi in contorsioni elaborate di fronte a lei, e sulle labbra di cristallo della ragazza si formò un piccolissimo sorriso. Quando Wong ebbe finito di presentarsi, si sedette di fianco a lei e le chiese: “Ti senti mai sola?”

Lentamente, la ragazza rispose: “Sempre.”

“Allora nel sentirci soli, siamo insieme.”

Il sorriso di Mariana si allargò leggermente.

“Sai che dall’altra parte dell’universo forse c’è un’altra Terra, uguale alla nostra?” Chiese, e Mariana batté le ciglia, che era il suo modo per annuire. “Noi siamo così, siamo due terre, separate da un universo, ma uguali. È solo l’universo che ci tiene separati che ci rende diversi l’uno dall’altra. Per il resto, siamo identici.”

Mariana e Wong passarono quasi una settimana insieme, al termine della quale lei tornò a casa con suo padre, e Wong riprese i suoi allenamenti con più brio. Il giorno dopo la partenza della ragazza, il Bambino di Gomma tornò al suo camerino e scrisse una nota per Mei-Zhen che diceva: “La legge delle probabilità è in mio favore.”

Quella sera, sdraiato sul letto, si accorse che la punta delle schegge infilate nelle sue ossa si erano smussate un poco.

-The End-

 

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