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Racconto n.29: QUANDO C’È DI MEZZO…

‘Si è messa di mezzo, per quello è andato tutto storto, ma io non c’entro’, avevo già la spiegazione adatta, e me la sono ripetuta come una filastrocca per ricordarmi esattamente le parole da usare, il tono giusto e anche il volume. Avevo subito deciso che non era il caso di gridare, perché Dio ha senz’altro un ottimo udito, altrimenti non avrebbe mai potuto sentire tutte le preghiere che gli ho inviato durante gli ultimi anni, da quando mi ha arruolata. Prima di allora, non avevo pensato mai al paradiso; ma negli ultimi tempi è diventato un punto di riferimento quotidiano, una stella che m’illumina il cammino attraverso il fumo che si alza nella mia mente quando cerco di bruciare pensieri vecchi, che non mi appartengono più, pensieri che risalgono a prima del mio incontro con Dio.

Non avendo niente da fare, passeggio avanti e indietro nella mia cella, aspettando che mi portino davanti a un giudice: mi darà la pena di morte che attendo con ansia, perché ormai ho compiuto il mio dovere e non mi resta nulla da fare. Mi hanno assegnato un avvocato, che si è seccato quando non ho voluto co-operare. È giovane, ha quasi cinque anni meno di me e, non avendo compiuto il mio stesso cammino, non può capire. Più passo il tempo con lui, più mi prende una smania di abbracciarlo, perché lo vedo perso, e voglio bisbigliargli in un orecchio di lasciar perdere, di arrendersi davanti al suo fallimento, perché non si può vincere contro Dio. Più crescono le sue insicurezze, più sale la mia voglia di arrivare al termine del processo, di vedere la forca, di salirci e mettermi il cappio al collo da sola, le mie mani guidate dalla Divina Provvidenza, per poi attendere la luce che mi accoglierà.

“Non ti lasceranno infilarti il cappio da sola”, mi ha detto l’avvocato quando gli ho spiegato quale fosse il mio ultimo desiderio. “E non ti metteranno neanche sulla forca. Qui c’è l’iniezione letale.”

Detto ciò, ha chiuso il suo quaderno e mi ha dato appuntamento al giorno successivo per la prima udienza. Si è alzato e ha aperto la porta ma, prima di andare via, si è girato a chiedermi: “Ti rendi conto di quello che hai fatto? Ragazzi giovani, con tutta la vita davanti.”

“Dovevano essere tutti maschi, ma quella ragazza si è messa di mezzo e ho colpito lei, che non c’entrava niente, e ho fallito.”

“Ma cosa diavolo pensavi di ottenere?” Mi ha chiesto, e il suo tono era diverso: non stava utilizzando più la sua voce d’avvocato. Era come se davvero fosse interessato a sapere quello che avevo da dire, e solo per questo motivo ho cercato di spiegarglielo: “Io sono una messaggera divina. Ho ricevuto un messaggio dal mio Dio. Ho fatto ciò che mi è stato richiesto dopo essermi preparata per quattro anni.”

“E cosa diceva questo messaggio?”

“Che dovevo uccidere dieci infedeli.”

“E perché secondo te il tuo dio ti avrebbe chiesto di fare qualcosa del genere?”

“Per mandare un messaggio al mondo. Che solo i fedeli possono sopravvivere.”

“Ma tu non sopravviverai.”

Un sorriso mi ha squarciato le labbra e, mentre gli spiegavo, ho sentito un’ebrezza salirmi in petto, un attimo d’estasi: “Ti sbagli. Io sopravviverò nel regno dei cieli.”

“Non so se io ti posso aiutare. Credo che questo processo sia al di là della mia portata.”

“Non devi farlo. Il mio Dio mi sta già aiutando.”

“A domani.”

Se n’è tornato a casa dalla sua ragazza, senz’altro ha la ragazza, e io sono stata riportata in cella. Sono rimasta a occhi aperti tutta la notte e, quando una delle guardie si è accorta che non dormivo, si è avvicinata e mi ha guardata a lungo. Poi mi ha chiesto: “Come puoi usare dio per giustificare quello che hai fatto?”

“Sei credente?” Le ho chiesto in risposta.

“Con ogni atomo del mio corpo.”

“E allora come puoi giustificare davanti a Dio quello che mi faresti se non ci fossero queste sbarre a separarci?”

La guardia mi ha guardata, incrociando le braccia sul suo petto ampio, ed è rimasta a lungo in silenzio. Poi si è avvicinata alle sbarre e ha sussurrato: “Dio approverebbe quello che ti farei per aver massacrato quei ragazzi.”

“Allora abbiamo qualcosa che ci accomuna: il mio Dio approva ciò che ho fatto, perché ho solo obbedito a un suo ordine. Sono solo una messaggera. Per cui, non posso portare alcuna colpa sulle mie spalle.”

La guardia ha fatto un passo indietro. Non era la prima volta che notavo come il mio Dio sapeva ravvivare gli istinti primordiali nella gente che m’incontrava. Ci ha creati così: siamo solo emozioni sotto questo strato sottile di pelle glabra.

“Ti farà male, lo sai? Sai come funziona, l’iniezione letale? Prima un liquido t’immobilizza per non farti reagire, e poi un altro di uccide, ma piano, molto lentamente e dicono che provochi un bruciore immenso. Sai perché? Così ti abitui alle fiamme dell’inferno.”

Ho scrollato le spalle. “Sarà solo un attimo, poi Dio mi accoglierà a braccia aperte perché gli sono rimasta fedele. Un attimo di dolore per un’eternità di gioia. Penso che chiunque sarebbe disposto a fare questo baratto.”

La guardia se n’è andata senza aggiungere altro. Ho notato che quando menziono ciò che vuole Dio, la gente spesso rimane senza parole. È questo il suo grande potere, e io sono solo un suo strumento: ma ne vado fiera.

Durante il processo, l’avvocato dell’accusa mi ha posto la domanda che attendevo e, di fronte a tutti, mi sono alzata in piedi, pronta ad annunciare come il mio Dio mi aveva contattata, ma mi hanno forzata a risedermi, facendomi bollire dalla rabbia. Però ho saputo comunque rispondere con freddezza.

“Signorina, dica, cosa intende dire quando afferma che Dio le ha chiesto di uccidere dieci infedeli?”

“Dio mi parla. Quando mi concentro, sento la sua voce chiarissima. E mi ha chiesto di prepararmi a una missione speciale, quattro anni fa. Mi ha detto di pregare e di continuare a farlo fino a che non sarebbe tornato a dirmi quale fosse la missione. Poi, una settimana fa, me l’ha comunicato. Mi ha detto di recarmi alla scuola musulmana e punire dieci infedeli con la morte, e che fossero tutti uomini perché in quella comunità la donna non conta. E così ho fatto.”

L’aula è rimasta in silenzio, e sapevo che Dio stava guidando i loro pensieri verso l’accettazione del fatto che la Sua parola non può essere contraddetta né contestata: nessuno al posto mio avrebbe potuto fare altrimenti.

“Non sono stata la prima”, ho spiegato. “Molti altri personaggi storici hanno ricevuto richieste simili. E abbiamo dovuto obbedire, come prova della nostra fede.”

“E cosa l’ha resa così certa del fatto che fosse la voce di Dio a parlarle?”

“Come hanno fatto i profeti antichi a dire altrettanto? Anche loro sono stati incompresi, ridicolizzati all’inizio, ma poi, con il senno dato dalla storia, hanno acquistato il rispetto che si erano meritati.”

Mi hanno riportata in cella, mentre la giuria ha dibattuto a lungo. Non capivo perché dovessero dibattere: sapevo che mi avrebbero dato la pena di morte, ed era solo una questione di poco tempo prima che Dio mi avrebbe accolta tra le sue braccia.

Dopo quasi due giorni è arrivato il momento. Mi hanno fatta mettere in piedi e io ho alzato le mani al cielo, con le braccia aperte, pregando ad alta voce mentre la giuria leggeva il suo verdetto, ma delle guardie mi hanno fatto abbassare le braccia e poi, poiché non la smettevo di pregare, mi hanno portata via, di nuovo in cella. Poco dopo è arrivato l’avvocato. Mi ha parlato attraverso le sbarre, senza che nessuno si procurasse di aprirgli la porta.

“Dimmi, quando morirò?” Ho chiesto.

“Non morirai.”

Sono rimasta in silenzio.

“Almeno non per il momento. Ti hanno dato l’ergastolo, passerai la tua vita rinchiusa non qui, ma in una prigione per malati di mente.” Nonostante il terrore che mi ha preso la gola, non ho potuto notare una scintilla di piacere nei suoi occhi. “Sono sicuro che ti divertirai, passando anni a chiedere spiegazioni al tuo dio.”

Non ha aggiunto altro e se n’è andato, mentre io mi sono sentita sprofondare in un precipizio di rabbia. Ho gridato, urlato, ho battuto le mani contro il muro e le sbarre, ho cercato di staccare il lavandino dalla parete, ho preso a calci il letto, e mi sono sbattuta contro il muro più e più volte, fino a che delle guardie non sono venute, mi hanno bloccata e mi hanno iniettato qualcosa nel braccio.

Quando mi sono svegliata, non ero più nella stessa cella, ma nella stanza dove mi trovo ora. Una volta al giorno qualcuno viene, mi slega la braccia e mi fa camminare in un giardino spoglio, poi mi riporta qui dentro. Quattro mura, nessuna possibilità di parlare con qualcuno o vedere fuori. Ho pregato Dio che venisse a consolarmi, a darmi una spiegazione, ma ancora non si è fatto vivo. E poi ho capito: ci sarà un’altra missione, e questa è la mia preparazione. Poiché non ho colpito uno dei miei bersagli, Dio mi vuole dare un’altra occasione per dimostrare che sono in grado di obbedirgli. Presto, molto presto, si farà vivo. E allora sarò pronta a eseguire il suo nuovo ordine, qualunque esso sia.

-The End-

Questo racconto è stato ispirato a una frase tratta da un libro di Terry Pratchett:

“Alcune delle cose più terribili al mondo sono fatte da persone che davvero pensano di agire per il bene di tutti, soprattutto quando c’è di mezzo qualche dio.”

 

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Racconto n.18: IL MIO TSUNAMI

Doveva assolutamente scrivere una biografia, e doveva dirlo al più presto alla sua agente, quella cretina dai pensieri sconnessi di Sabrina, che non sapeva far altro se non lamentarsi.

Fabrizio ci pensava già da tempo, e vedendo che la sua pagina di Facebook non riusciva più ad attirare così tanti ‘Mi Piace’ quanto l’anno precedente, aveva iniziato a preoccuparsi. L’ondata di successo che l’aveva trasformato in divo della TV nel giro di poche settimane si stava rivelando uno tsunami, che prima arriva sconquassando tutto e poi si trascina via quello che ha portato. ‘Bel titolo però’, pensò. ‘Il mio Tsunami’. Suonava quasi come la storia di un samurai.

Anche se tra tutti gli altri partecipanti del Grande Fratello dell’anno precedente Fabrizio era stato il più amato, i suoi fan erano stati tutti colpiti da Alzheimer galoppante e a volte non lo riconoscevano neanche più in TV… Non che riuscisse ad andarci poi così spesso. Poche sere prima aveva visto una sua ex-collega del Grande Fratello che su un programma in seconda serata aveva denudato un seno: grazie a ciò il suo rating era salito. Fabrizio aveva controllato: improvvisamente la pagina Facebook di Nadia era andata in defibrillazione. Anche a lui serviva una mano di fortuna del genere. Le donne avevano senz’altro dei vantaggi a riguardo, perché avevano più cose da svelare. Se lui avesse avuto anche un seno solo, non avrebbe esitato a denudarlo, ma purtroppo era un uomo e non poteva denudare nulla senza passare dalla categoria ‘Divo’ alla categoria ‘Pervertito’ in una sola mossa.

C’era anche l’altra finalista dell’anno precedente, Angela, che era rimasta incinta grazie all’operato di un personaggio della politica, sposato, e naturalmente ora non si parlava d’altro. Poi c’era Michela, che era stata eliminata subito, ma aveva fatto scalpore quando aveva annunciato che si sarebbe fatta suora. Le donne avevano davvero un sacco di vantaggi e modi per rimanere sulla cresta dell’onda. Fabrizio ne aveva parlato con sua madre, chiedendo a lei se era il caso di farsi prete, solo per qualche giorno per creare scalpore, ma sua madre, che non aveva fatto altro che dargli contro da quando era stato selezionato per il Grande Fratello, aveva detto che gli avrebbe dato fuoco alla tunica. Quando le aveva chiesto se, nel tentativo di mantenere qualche barlume di celebrità, lui avrebbe potuto fare qualcosa col suo corpo, magari un calendario, lei gli aveva chiesto perché non donare il suo corpo alla scienza? Magari così avrebbero scoperto il buco nero che aveva al posto del cervello, e allora sì che avrebbe fatto notizia.

Fabrizio sapeva che sua madre non amava che lui avesse successo. Forse perché lei, che aveva sempre lavorato al Supermercato della Scarpa, non capiva il mondo nel quale lui era entrato e quanta fatica gli era costata la fama. Infatti dopo che Fabrizio aveva vinto, quelli della rete televisiva erano andati a intervistare sua madre, ma avevano dovuto tagliare i suoi commenti. Quando le avevano chiesto se c’era qualche caratteristica che Fabrizio aveva avuto fin da bambino e che era ancora presente in lui da adulto, lei aveva risposto: “Sì. Ha mantenuto la sua infantilità completamente intatta.” Ma che razza di commento era?! Fabrizio se l’era chiesto migliaia di volte. Tutte le mamme del mondo avrebbero fatto i salti mortali per vedere il proprio figlio vincere qualcosa in TV e sua madre invece non era riuscita neanche a dire una sola parola d’incoraggiamento!

Corroso dalla rabbia scatenata da quei pensieri, Fabrizio s’infilò in macchina, diretto verso l’ufficio di Sabrina: l’ultima volta che si erano visti lei aveva cercato di scaricarlo perché aveva detto che aveva troppo clienti, ma Fabrizio l’aveva minacciata di raccontare al suo ragazzo che erano stati a letto insieme. Non era neanche vero, ma era un’emergenza e quella era stata la prima cosa che gli era venuta in mente; ad ogni modo, aveva funzionato: Sabrina era tornata a cuccia. Tutto era lecito nella lotta per avverare il suo desiderio più rovente: vedere quei pollici all’insù aumentare su Facebook.

Si fece strada lungo il corridoio dell’ufficio ed entrò nello studio di Sabrina senza che lei lo potesse evitare. La sua agente era al telefono e gli fece cenno di sedersi, ma Fabrizio continuò a camminare avanti e indietro, fino a quando lei non si arrese e sospese la telefonata. “Cosa c’è?” Gli chiese, stremata.

“Ho deciso di scrivere una biografia.”

“E di chi?”

“Come di chi? Mia. Di me!”

“Intendi un’auto-biografia.”

“È quello che ho detto. Non stiamo a mettere i puntini sulle i. S’intitolerà Il Mio Tsunami. Suona come il nome di un samurai.”

“Va bene, scrivila, poi chiamami quando hai finito e vedremo se c’è qualcuno che è ancora interessato.”

“Nel frattempo mi fai un po’ di promozione.”

Sabrina si prese la testa tra le mani. Sul muro dietro di lei c’erano le foto delle ultime celebrità apparse in TV, nuovi clienti dell’agenzia che lei in qualche modo doveva cercare di mantenere sulle pagine dei giornali.

“Il fatto è, Fabrizio…” Cercò di spiegare mantenendo la calma. “Che io non ho niente da promuovere.”

“Promuovi me.”

“Sì ma di te- non ho niente da promuovere!” La voce di Sabrina si era fatta stridula.

Fabrizio rimase di stucco. L’arroganza delle donne era davvero interstellare. “Beh se non hai niente, inventatelo! È compito tuo farmi promozione!”

Con gli anni, Sabrina aveva imparato a non sottovalutare mai il destino: tante volte delle celebrità quasi morte erano risorte senza preavviso, e la resurrezione portava sempre nuove ondate di pubblicità e soldi per la sua agenzia. Solo per quel motivo si trattenne dal chiedere all’addetto alle pulizie di portare via anche Fabrizio, insieme al resto della spazzatura.

“Ho perso otto ‘Mi Piace’ ieri, su Facebook. Nessuno parla di me”, le disse con tono ammaccato.

“Fabrizio… Devi capire che il mondo dello spettacolo è così. Il pubblico vuole qualcosa di nuovo ogni giorno, una moda nuova, facce che non ha ancora visto, vuole sviluppare nuove ossessioni, scaricare foto di nuovi idoli, rinfrescare la pagina.”

“Senti. Per vincere il Grande Fratello ci vuole una certa abilità, e questa abilità è apprezzata dalla gente. Bisogna solo ricordarglielo!”

Da quando l’aveva arruolato tra i suoi clienti, Fabrizio non aveva fatto altro che spiegarle cosa ci voleva per vincere il Grande Fratello. A quanto pare occorrevano talmente tante doti che, a distanza di mesi, la lista non si era ancora esaurita. A sentire Fabrizio, ci volevano coraggio, auto-stima e saggezza; ci voleva un buon fisico. Un ottimo senso dell’umorismo. Il saperci fare con le donne. Saper scherzare con gli uomini senza dare segnali di omo-erotismo. Occorreva saper utilizzare la claustrofobia. Bisognava far credere al pubblico che lui era uno di loro, un uomo comune, un mortale che avrebbe potuto giungere agli dèi solo tramite grandi sacrifici. Ci voleva la precisione di un chirurgo (Sabrina quella volta non aveva ascoltato il contesto, per cui non aveva afferrato a cosa gli fosse servita tutta quella precisione).

“Almeno mandami sull’isola dei famosi.”

“A fare cosa?”

“Posso vincere anche lì. Ho tutte le doti necessarie. Perseveranza. Dedizione. So sedurre le donne. So nuotare…”

“Vedrò cosa posso fare.” Sabrina cercò d’interromperlo, ma si rese subito conto che Fabrizio aveva iniziato a snocciolare una delle sue liste e c’era il rischio che continuasse fino a che la voce non gli fosse venuta a meno.

“…So accendere un falò. So camminare sui carboni ardenti. Ci vedo bene al buio. Mi abbronzo facilmente. Sto bene in costume. Sono il Luke Skywalker della foresta- la forza è con me. Sono come Aragorn, figlio di Arathorn. Sono Jason Bourne, nel terzo film, non nel primo, dove non si ricordava un cazzo. Sono Jack Bauer, sono il dottor House, sono tutti i personaggi di Lost, anche quelli morti nella prima serie. Io sono fatto per la TV, Sabrina, e prima lo accetti, meglio sarà per tutti.”

La donna trasse un profondo respiro. Doveva stare attenta a quali parole scegliere, altrimenti Fabrizio se ne sarebbe uscito con altre idiozie, o qualche minaccia come l’ultima volta, quando le aveva detto che se avesse perso altri fan su Facebook avrebbe tentato il suicidio in diretta TV. Lei non aveva ben capito dove fosse riuscito a trovare un produttore disposto a trasmettere in diretta il suo suicidio, ma con gli anni aveva imparato a non sottovalutare le meteore colpite da isteria da successo scomparso.

“Ascolta Fabrizio…”

“Ti sto ascoltando, è da quando sono arrivato che sto aspettando che tu dica qualcosa di assennato.”

“Con tutte le tue capacità, tutte le tue doti… Perché non creare uno show tuo? Solo tuo?”

Quella era un’idea fantastica. Infatti, perché non ci era arrivato lui?

“Potrai impersonare chi vorrai, sarai Luke, o Bourne, o House. E potrai dare consigli al pubblico su come affrontare le difficoltà.”

“Ecco, vedi che arriviamo a qualcosa d’interessante?” Forse l’aveva sottovalutata. Forse, nonostante avesse le gambe un po’ corte ed era un attimo in sovrappeso, Sabrina era capace di fare il suo lavoro.

“Dove lo giriamo?” Chiese Fabrizio, desideroso di passare subito ai dettagli.

“A casa tua. Un vero reality TV. Tutto filmato su un telefonino. Che dici?”

“Perché su un telefonino?”

“Così sembra più realistico. Il capo sei tu. Decidi tu quando girarlo, quali scene fare, che dialogo inventarti, tutto quanto. Poi, quando hai un filmato di una ventina di minuti, me lo mandi, io lo spedisco a un produttore e vediamo se ne salta fuori qualcosa.”

“Come s’intitolerà?”

“Il mondo di Fabrizio.”

“No. Si chiamerà Il Mio Tsunami. Sottotitolo: vita di un samurai in Italia.”

“Ma tu sai cos’è un samurai?”

“Tom Cruise era un samurai. E ci sta bene con la parola tsunami, perché sono giapponesi tutti e due, no?”

Senza attendere una risposta, Fabrizio si dileguò, lasciando Sabrina incredula: ancora una volta era riuscita a sbarazzarsi di quell’idiota senza causare una sceneggiata.

Pochi giorno dopo però le arrivò in allegato a un’email da Fabrizio il primo filmato. Sorprendentemente, il contenuto era talmente assurdo da avere un potenziale di vendita. Sabrina lo passò immediatamente a un vecchio amico produttore, sempre in cerca di idee nuove: in meno di un mese, un canale TV su internet iniziò a trasmettere puntate del ‘Il Mio Tsunami, vita di Fabrizio’.

Fabrizio rimase deluso del fatto che non volessero utilizzare la parola Samurai, che stava bene con Tsunami, ma tutto sommato contava solo una cosa: i suoi ‘Mi Piace’ su Facebook avevano iniziato ancora una volta a crescere.

-The End- 

Ispirato da questo video di Pasolini: http://www.youtube.com/watch?v=4ZucVBLjA9Q


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Racconto n.17: FIDATI DELLO SCONOSCIUTO

I colpi alla porta erano così forti da far tremare l’edificio. Florence si avvolse nella coperta ma quando scese dal letto il freddo le prese a morsi le gambe nude, attraversandole la pelle fino alle ossa. Si guardò intorno cercando suo marito, ma la stanza era vuota. Si avvicinò alla finestra e sbirciò fuori. Dei lampi squarciavano il cielo color piombo a intervalli regolari, ma le fu impossibile capire chi fosse quella figura ricoperta da un mantello che stava cercando di buttare giù la porta a suon di pugni. Florence sentì l’uscio aprirsi e poi richiudersi facendo vibrare le pareti di legno. Suo marito Arne doveva aver aperto a chiunque fosse quel pellegrino sorpreso dalla tempesta. La donna si avvicinò al corridoio per assicurarsi che non avessero bisogno d’aiuto e rimase in ascolto: la voce agitata di un uomo echeggiava tra le stanze, mentre quella di suo marito cercava di calmarlo dicendogli di abbassare il volume. Ma era troppo tardi e già il neonato che dormiva nella culla di fianco al letto si era messo a gemere. Lei lo prese in braccio, poi decise di scendere le scale giusto per dare un’occhiata.

Se solo ci fossero state più candele accese, lo sconosciuto non avrebbe avuto un aspetto così sinistro: la pelle candida con ombre scure intorno agli occhi, i denti spezzati, i capelli scompigliati. Indossava l’abito dei monaci che vivevano nel monastero in cima al colle, non lontano da casa di Florence e di Arne: aveva una corda bianca fissata sui fianchi, e dei sandali dai quali spuntavano le dita dei piedi nudi. Le sue mani tremavano e le sue parole inchiodarono i passi di Florence, impedendole di muoversi e rivelare la sua presenza. Rimase nascosta nelle ombre del corridoio, con il bambino che aveva ripreso a dormire appoggiato con la guancia schiacciata sulla sua spalla.

“Sono tornato da un pellegrinaggio solitario, e non mi hanno aperto la porta”, cercava di spiegare l’uomo, e dentro le parole c’era un grido che riusciva a malapena a controllare. “Mi sono arrampicato dentro usando una finestra, ero già fradicio per via del temporale. Pensavo che dormissero, ma c’è sempre qualcuno che fa la veglia… Sono andato in cucina a cercare qualche cosa da mangiare, ero a digiuno da due giorni. Ma quando sono entrato, ho visto che c’erano macchie di sangue sui tavoli e a terra, come se qualcuno avesse ammazzato un animale e poi ne avesse usato la carcassa sanguinante per spazzare il pavimento.”

Florence fece capolino dal buio per osservare lo sconosciuto. Ogni tanto andava a comprare erbe medicamentose o liquori dai monaci, ma il volto di quell’uomo le era del tutto estraneo. Rimase a osservarlo agitare le mani mentre spiegava l’accaduto a suo marito. Ogni sua parola prosciugava il sonno dagli occhi di Arne. Solo allora Florence si accorse delle ombre scure che chiazzavano la toga dello sconosciuto e non fu in grado di capire se fossero macchie di sangue o acqua.

“… E sono andato a vedere se qualcuno si fosse fatto male, e dapprima non ho trovato niente, e ho aperto la porta della dispensa, e già sentivo il diavolo che mi fiatava sul collo, e quando l’ho aperta ho trovato tutti i miei fratelli del monastero, tutti accatastati l’uno sull’altro, e a qualcuno mancavano le mani, erano state tagliate via, altri avevano la bocca frantumata, come se qualcuno li avesse presi a martellate sui denti, altri erano aperti in due, e ho sentito il diavolo in un angolo della stanza, sapevo che era lì che soffocava una risata e ballava sul posto, incapace di contenere la sua gioia per avermi sorpreso, e allora sono scappato sotto la pioggia, e sono capitato qui, era la prima casa che ho trovato, e ho bisogno d’aiuto, ho bisogno che qualcuno torni con me al monastero per aiutarmi a fare uscire il demonio allo scoperto, prima che sia troppo tardi e conquisti tutto il villaggio.”

Il monaco afferrò Arne per un braccio e cercò di trascinarlo verso la porta. Florence si fece avanti, emergendo dalle ombre e facendo sussultare entrambi.

“Calmatevi”, gli ordinò. “Non è compito nostro- il diavolo non può essere scacciato da noi”, spiegò, cercando il consenso di Arne, che continuava a guardare il monaco incapace di muoversi. Ma Florence aveva abbastanza risolutezza per entrambi: non conoscevano quell’uomo e non avrebbe lasciato che suo marito se ne andasse da solo con lui. Le sue unghie erano sporche, e le gambe nude sotto la tunica erano chiazzate da fango e striature di sangue… Come aveva fatto a ricoprirsi di sangue se aveva trovato i suoi confratelli già morti? Istintivamente, la donna fece un passo all’indietro. Doveva trovare un modo per far uscire quell’uomo da casa loro immediatamente.

Sapeva che più parlava più le sue parole assumevano tratti incongruenti, lo capiva da come lo stava guardando quella donna con in braccio il neonato. Per un istante gli era sembrato morto anche lui, ma poi si era mosso leggermente nel sonno. Il monaco andava avanti a parlare, a spiegare, eppure non sembrava essere in grado di raggiungere un punto in cui tutti i dubbi si sarebbero esauriti. Davvero aveva visto quello che pensava di aver visto? Era certo che il demonio stesse giocando con lui, invitandolo a prendere parte a quello scherzo macabro, ma forse era stata un’allucinazione? Eppure il sangue sulle sue vesti era reale, ed erano gli sguardi della donna che gliene davano conferma. Voleva che l’uomo lo seguisse al monastero, per controllare di non aver sognato, far confermare da altri occhi l’orrore che aveva trovato al suo ritorno. Ma c’era qualcosa nel giovane uomo, una riluttanza che poteva quasi assaporare- sapeva di diffidenza, di paura, di desiderio di sbarazzarsi di lui, di chiudergli la porta in faccia come a un incubo che ha sbagliato mente, che è andato a tormentare il contadino con le paure di un cardinale.

“Venite solo a vedere. Poi domani mattina possiamo chiamare qualcuno. Ci potrebbe essere qualcuno ancora vivo, ma non posso a tornare da solo!” Insistette il monaco.

“Siete voi il vicario di Dio, dovreste essere in grado di affrontare il diavolo anche da solo”, s’intromise di nuovo la donna. Che razza di marito lascia parlare così la propria moglie senza darle una sberla sulle labbra? Ma il marito rimaneva immobile a guardarlo, spostandosi un poco alla volta indietro, lasciando il monaco da solo nella goccia di luce creata dalla candela.

“E in nome di Dio, vi chiedo aiuto!” Implorò.

La coppia rimase in silenzio. Possibile che non si rendessero conto che non si poteva rifiutare un favore a Dio, anche se si trattava di andare a trovare il diavolo sul luogo prescelto da esso per uno dei suoi festini?

“Venite con me” pregò rivolgendosi di nuovo all’uomo.

Finalmente il giovane ruppe il suo silenzio: “Restate qui questa notte, poi domattina raccogliamo un gruppo di uomini e andiamo a dare un’occhiata.”

“Occorre fare qualcosa per fermare il diavolo”, ribatté lui.

“Il diavolo non può essere fermato”, disse il giovane. “Se lo desidera, può venire anche qui questa notte. State solo attento a non aprirgli la porta.”

Il monaco soppesò quell’opzione per qualche istante. Non sapeva neanche lui perché volesse tornare al monastero, ad annegare di nuovo nella visione di quel lago di sangue. Forse il giovane aveva ragione. Forse con l’arrivo dell’alba, l’incubo si sarebbe dissolto.

“Va bene” disse infine. “Rimango qui fino a domattina.”

‘Era quello che desiderava fin dall’inizio’ pensò immediatamente Florence, e volle immediatamente avvisare Arne, dirgli di cacciare quel monaco, che andasse a chiedere aiuto altrove. Per quanto ne sapevano, poteva non avere niente a che fare con il monastero. Ma come si può rifiutare di aiutare una persona così disperata? L’unica alternativa era che Arne andasse con lui al monastero, e quella prospettiva le piaceva ancora meno.

La donna continuava a guardarlo con sospetto, e il monaco percepiva con riluttanza che lei avrebbe voluto tutto tranne farlo rimanere in casa loro, e che sarebbe stata molto più tranquilla se invece l’avessero cacciato fuori, sotto la pioggia, a cavarsela da solo col demonio. Quasi si sentì in colpa quando il giovane lo accompagnò lungo il corridoio scuro e lo fece entrare in una stanzetta dove c’era un letto vuoto. “Potete dormire qui”, gli disse, accendendo una lampada.

Il monaco lo ringraziò, poi socchiuse la porta dietro di sé. Non voleva chiuderla a chiave per paura che il demone lo trovasse: se avesse iniziato a urlare, la coppia non avrebbe potuto entrare e salvarlo.

Florence salì al piano di sopra, il dubbio come sabbia che entrava nei suoi gesti, rallentandoli. Non avrebbe dormito quella notte, non con quello sconosciuto sotto il suo tetto. Arne sembrava calmo, come se capitasse tutti i giorni che un disperato venisse ad annunciare un massacro.

“Dormi” le disse, ma lui rimase seduto sul letto a guardare fuori. Il temporale era cessato d’un tratto. Uno spicchio di luna posava su una nube, e il cielo violaceo si era rasserenato.

Florence chiuse gli occhi, e rimase a contare i respiri del marito, fino a quando lo sentì sollevarsi e aprire la porta per poi tornare in corridoio. Forse sarebbe andato a controllare che il monaco non avesse bisogno di nulla. Forse a controllare che non fosse posseduto dal demonio e non stesse per salire in camera loro per ridurli a brandelli. Il sonno l’abbracciò in una stretta salda e la lasciò andare solo all’alba.

Quando aprì gli occhi, vide che Arne era di nuovo di fianco a lei, addormentato. Il bambino si muoveva nella culla senza piangere. Il cielo era ancora chiaro. Il primo pensiero di Florence fu: ‘Siamo ancora vivi’, seguito da: ‘Ma per quanto?’ Aprì la porta e scese le scale, un gradino alla volta, sbirciando nel corridoio per vedere se il monaco era sveglio. A quell’ora, avrebbe dovuto essere immerso nella preghiera. Florence si avvicinò alla sua stanza. La porta era socchiusa. La spinse leggermente con il piede per dare un’occhiata dentro. Le lenzuola erano intatte. I sandali dell’uomo giacevano al lato del letto, ma a parte ciò, la stanza era vuota. Florence tornò indietro. L’uomo non era in cucina, non era in sala, non era nel cortile. Se n’era andato, lasciando i suoi sandali. Era così impegnata a cercare di spiegare l’assenza dell’uomo che non notò la striscia di sangue che macchiava le assi di legno del pavimento dalla stanza all’uscita sul retro. Né un pezzetto di scalpo, con attaccati dei capelli sporchi di fango, che giaceva in un angolo. Né le impronte di mani sullo stipite della porta, impronte di qualcuno che si era aggrappato al legno con tutta la sua forza prima di essere trascinato fuori, prima che qualcuno gli desse una martellata sulle dita per farlo capitolare, prima che il diavolo avesse la meglio. Il diavolo, che per divertirsi l’aveva condotto dritto alla tana del lupo e lì l’aveva abbandonato.

-The End-

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Racconto n.16: IL MAMMO

Era come essere in battaglia. Una battaglia pacifica, ma comunque: battaglia. Le notti passate a dormire velocemente, senza badarci perché un attacco avrebbe potuto capitare da un momento all’altro. I pianti come sirene anti-aereo, che li buttavano giù dal letto disfatti dal sonno, barcollanti nel buio senza sapere bene se l’allarme fosse stato innescato da fame, cacca o coliche. La casa come bombardata, con pezzetti di cibo negli angoli che restavano trascurati, il cesto della biancheria strabordante di bavaglie, mentre Ivan doveva indossare camice macchiate perché non c’era tempo di candeggiarle, per non parlare poi dello stirarle: i vestiti ben curati con i quali si era sempre presentato in ufficio erano già un ricordo lontano.

Ma la guerra vera era tra loro due: Anna non era nata per accontentarsi di fare la madre a tempo pieno. Dopo quattro mesi dalla nascita del pargolo, il suo risentimento si era già fatto pungente; le domande erano sempre le stesse: “Perché devo essere io ad aver lasciato il lavoro?” “Perché non provi tu a passare la giornata a cantare filastrocche?” “Perché pensi che una donna debba sentirsi appagata a fare la mamma?” “Guarda che ho una carriera e non ho intenzione di stare a casa per sempre.” Anna aveva anche ripreso a fumare, nonostante gli avesse promesso che avrebbe smesso per il bambino. “Mica gli fumo addosso!” Aveva gridato quando lui le aveva chiesto se non poteva aspettare ancora un po’. “E poi non lo sto allattando più, no?” A volte Ivan si chiedeva se sua moglie stesse vivendo la maternità come una sorta di condanna.

Dal canto suo, non poteva fare un granché per migliorare la situazione: la mattina usciva di casa così presto che Anna era ancora in coma, e la sera tornava giusto in tempo per cena, quando Tommaso già dormiva. In quella relazione a tre, Ivan si sentiva come il vertice di un triangolo acuto: la sua presenza era necessaria affinché la famiglia mantenesse un equilibrio, ma lui restava distante dalla moglie e dal figlio… Era la parte facile da dimenticare, la persona la cui opinione contava meno.

Quando aveva suggerito ad Anna di prendere un anno sabbatico dopo la maternità in modo da non dover mandare il piccolo all’asilo nido, lei si era lanciata in un attacco che aveva mirato a tutti i pilastri della loro relazione: “Tu vuoi annientarmi”, “Non posso essere una brava madre se mi sento in prigione”, o l’altisonante e spesso ripetuto “Tu vuoi una schiava!”  In quelle occasioni, Ivan rimaneva in silenzio a osservare mentre una furia entrava in possesso del corpo della moglie e si scatenava su tutto ciò che la circondava.

“A me sembrava una buona idea”, aveva spiegato al suo amico Davide. “Siamo fortunati, possiamo permetterci di avere una sola entrata, non capisco perché Anna non voglia approfittarne.”

“Ascolta, perché non inverti un po’ le cose?” Gli aveva suggerito l’amico. “Stai un po’ a casa tu e lascia che lei torni a lavorare. Vedrai che sentirà subito la mancanza del bambino”.

Ivan l’aveva proposto ad Anna, aspettandosi un’altra tirata infinita sul fatto che comunque le cose non sarebbero cambiate; invece, con sua sorpresa, la moglie aveva accettato immediatamente e, pochi istanti dopo, era già al telefono col suo capo per annunciare che sarebbe tornata al lavoro prima del previsto.

E così la mattina del sei ottobre segnò l’inversione dei ruoli: Anna si alzò per tempo e sgattaiolò fuori dopo aver bevuto un caffè veloce, mentre Ivan rimase a cambiare pannolini e preparare pappe. Aveva sempre trovato Tommaso facile da gestire: quando lui era a casa il bambino dormiva quasi sempre e durante i weekend c’erano i nonni che se lo spupazzavano. Quando Anna si lamentava per via dei pianti infiniti del bambino, Ivan non riusciva a immaginare come un pupattolo sorridente e paffuto potesse creare così tanta confusione. Non dovette attendere molto per scoprirlo da sé: prima dell’arrivo di mezzogiorno del sei ottobre, Ivan aveva già iniziato a domandarsi come mai un essere così piccolo cagasse così tanto. Non era normale. Chiamò subito il pediatra per fissare un appuntamento; la segretaria gli chiese se era un problema grave e lui rispose: “Va molto di corpo.”

“Ha la diarrea?”

“No.”

“Quante volte è andato di corpo?”

“Questa mattina, una.”

Ci fu un silenzio dall’altra parte della linea. Poi la donna chiese: “Non capisco, qual è il problema esattamente, se è andato una volta sola?”

“Non è la frequenza il problema. È la quantità. Lei non ha idea.”

Solo su insistenza la segretaria accettò di prenotargli un appuntamento, che peraltro fu inutile, perché neanche il pediatra riuscì a capire esattamente quale fosse il dramma.

Dopo una settimana dall’inversione dei ruoli, la casa era un disastro, Tommaso aveva il raffreddore perché Ivan si era dimenticato di chiudere la finestra quando l’aveva messo a dormire, i pigiamini erano tutti macchiati, il frigo era vuoto e Ivan era esausto. Il rapporto con suo figlio era passato da triangolo a cerchio, dove Tommaso era il centro e Ivan correva costantemente lungo il perimetro, come centrifugato.

Quel sabato sera, Anna lo convocò per una discussione seria sullo stato della casa: “So che è difficile badare a tutto mentre Tommaso ha uno dei suoi attacchi di pianto,” disse. “Ma io lavoro più di dieci ore al giorno. Non posso venire a casa e svuotare la lavastoviglie, lavare le pentole, cambiare le lenzuola eccetera. Queste sono cose alle quali devi pensare tu.”

“Ma io ci ho pensato”, si difese Ivan. “Solo che non ho avuto tempo di tramutare i pensieri in azione.”

Il lato positivo di quella nuova situazione era che Anna era tornata a essere la donna che aveva sposato: il demone che l’aveva posseduta dalla nascita di Tommaso si era dissolto; non fumava più, la sua voce si era abbassata di qualche tono ed era tornata quasi normale, priva di quegli strascichi d’isteria che l’avevano caratterizzata per mesi.

In realtà non era il caos, né i pianti infiniti di Tommaso, né i pannolini, né le pappe che iniziarono a rodere i nervi di Ivan: erano le passeggiate ai giardinetti. Sua moglie gli aveva consigliato di portare fuori il piccolo almeno una volta al giorno, per mantenere un livello accettabile di salute mentale, e Ivan aveva iniziato a farlo immediatamente. Ciò che non si era aspettato era la reazione delle altre mamme ai giardini pubblici: l’avevano guardato subito con sospetto, come se avesse deciso di portare a spasso un bambino rubato. Dapprima si era avvicinato al gruppo di donne cercando di attaccare discorso, ma loro gli avevano sorriso cordialmente e la conversazione si era prosciugata all’istante. Dal secondo giorno in poi, Ivan si era seduto su una panchina a parte, rimanendo a osservare gli altri bambini giocare fino a quando non si era accorto che la cosa poteva sembrare ancora più sospetta.

“Cresci Tommaso”, ripeteva a suo figlio. “Cresci così puoi andare a giocare con gli altri bambini e le loro mamme mi rivolgeranno la parola.”

Se non con indifferenza, veniva accolto come un incapace: più di una volta gli capitò che qualche donna lo fermasse per strada per dirgli che il bambino aveva bisogno di una sciarpa, altrimenti si sarebbe ammalato.

Ivan imparò però ad apprezzare i momenti in cui lui e suo figlio erano da soli, specialmente quando accadeva qualcosa di minuscolo, ma che a lui sembrava enorme: il fatto che il bambino si voltasse a guardarlo in volto quando era incerto se piangere o meno, per non parlare di quando aveva imparato a girarsi da solo sul materasso. Da pancia in giù a pancia in su. Da pancia in su a pancia in giù. Ivan l’aveva osservato dimenare le braccia e rotolare come un salamino, affascinato. Ogni volta che Tommaso faceva qualcosa di nuovo, lui tirava fuori il cellulare e lo filmava, per poi spedire il video ad Anna, che lo guardava in ufficio.

Quando, dopo mesi, finalmente il circolo di mamme accettò Ivan come degno membro delle chiacchierate mattutine, la loro preoccupazione passò a sua moglie: come mai Anna aveva abbandonato il figlio? E Tommaso aveva subìto qualche trauma? Come mai una madre non sentiva il legame col suo bambino, era capitato qualcosa in ospedale? L’avevano forse ripiccata al lavoro per farle abbandonare la maternità? E lui come si sentiva ad avere tutte le responsabilità sulle proprie spalle? Pensava che la loro relazione avrebbe superato quel momento? O aveva già avuto altre storie? Più i giorni passavano, più le domande si facevano personali e allo stesso tempo irrilevanti.

Ma era stata la reazione dei suoi ex-colleghi a turbarlo più profondamente: quando era passato nel suo vecchio ufficio in banca per far vedere Tommaso, gli uomini gli avevano sorriso senza sapere cosa dire. Prima che andasse via, il suo ex-capo gli aveva chiesto per quanto tempo pensava di andare avanti a fare ‘il mammo’. Ivan era rimasto di pietra, incapace di rispondere. Si era voltato verso Rosalba, la sua vecchia segretaria, sperando che lei intervenisse con uno dei suoi commenti pungenti sulla condizione della donna, ma anche lei era rimasta a labbra serrate. Implicito nella domanda del capo c’era l’affermazione che non toccasse a lui prendersi cura di Tommaso, che in qualche modo avesse fallito, che fosse un debole per aver mandato al lavoro la moglie e per farsi mantenere a casa a leggere libri di Winnie the Pooh.

“Lei ha chiesto mai a una donna per quanto tempo ha intenzione di fare la mamma?” Riuscì a rispondere. Il capo si mise a ridere, tra l’imbarazzato e l’arrogante, sapendo di esser stato colto con le mani nel barattolo della marmellata.

“Ma non è la stessa cosa, per una donna è diverso.”

“Infatti, io non sono un mammo, il faccio il papà. Il papà a tempo pieno, a differenza di quei poveracci qui dentro che riescono a farlo solo part-time e a differenza di altri, che lo fanno a tempo perso. Che si nascondono in ufficio fino a sera tarda per evitare di pensare a come intrattenere i bambini, che magari poi portano i propri figli a Disneyland ma che non li sanno neanche accompagnare al gabinetto. Che quando la moglie è sfinita perché è stata in piedi tutta la notte a pulire vomito, ne approfittano per farsi un giretto tra le gambe di altre donne. Quello che faccio io dovrebbe far parte della norma, non dell’eccezione. Quello che fanno loro, dovrebbe essere punito con sanzioni a norma di legge.”

Finì che era quasi senza fiato mentre una vampata di calore gli aveva acceso il petto. Senza attendere, raccolse i giochini che Tommaso aveva fatto cadere a terra e se ne andò con passo dignitoso lasciandosi alle spalle un ufficio ammutolito.

“Ecco, vedete cosa succede quando si fa il lavoro delle donne? Anche agli uomini vengono gli attacchi ormonali!” Aveva sbottato il capo, cercando d’incrinare il gelo che si era formato sui volti dei suoi dipendenti. Ma il gelo non sciolse.

Più tardi, a casa, Ivan si sedette sul divano mettendosi il figlio scalciante sulla pancia, ascoltando i suoi tentativi di formulare qualche suono nuovo. “Vedi Tommaso? Stiamo crescendo tutti e due”, gli disse, e sfilò di tasca il telefonino giusto in tempo per filmare il bambino mentre formulava la sua prima parola.

-The End-



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Racconto n.13: IL PATTO

(Brano musicale suggerito per la lettura: Muse, Time is Running Out)

La giornata era polverosa. Il vento portava onde di sabbia sollevate dal deserto e spinte per miglia senza tregua, mirate a un solo obiettivo: riempire i suoi occhi di lacrime. Hanan sollevò il foulard in modo che le coprisse le narici e continuò ad attendere. La donna al bancone stava friggendo delle verdure in chissà quale miscuglio di olii e spezie dall’odore acre, ma Hanan non aveva mangiato niente dal giorno precedente, e non avrebbe certo storto il naso adesso.

La donna le servì il mangiare guardandola con occhio sospetto: “Che ci fa una ragazza come te in giro da sola?”

Hanan non rispose subito, ma si scoprì le labbra dal foulard, immerse una forchetta nella poltiglia grigiastra che aveva davanti e se la riversò in bocca con avidità, tenendo lo sguardo fisso sul tavolo per evitare che la donna la riconoscesse. Era da tre giorni che il suo volto appariva a intervalli costanti su tutti gli schermi televisivi della regione.

Il locale era spoglio, fatta eccezione per qualche tavolo di plastica coperto da polvere e unto, e qualche poster sbiadito attaccato ai muri. Folate di vento entravano dalla porta finestra aperta, lasciando sul vetro un alone di sabbia. Una lampadina spoglia illuminava l’aria della sera a intermittenza: guizzi di luce si alternavano a brandelli d’ombra.

“Dove sono i tuoi genitori?” Incalzò la donna.

“Non sono così giovane come sembro”, riuscì a rispondere Hanan. Sapeva che sarebbe sembrata una scusa inventata su due piedi, che forse avrebbe dovuto dire qualcosa di più probabile, ma negli ultimi tempi aveva imparato una nuova lezione: la verità è la spiegazione più semplice da dare, anche quando non viene creduta.

“Hai un posto dove stare?” Le chiese di nuovo la donna, pulendosi le mani su un grembiule macchiato.

“Non sto da nessuna parte. Sono pronta a partire per la mia prossima destinazione.”

“No”, asserì quella, con tono impassibile. “Non ti posso lasciar andare, così da sola. Prima occorre chiamare qualcuno. I tuoi genitori, e se non hai genitori, il tuo tutore.”

“Te l’ho detto, non sono giovane come sembro.”

“Senti”, la donna si piazzò di fronte a lei e con la mano spazzò via dal tavolo delle briciole lasciate da qualche altro cliente. “Io non sono il tipo di persona che evita di prendersi responsabilità. Sei entrata nel mio negozio, e adesso sei diventata una responsabilità mia.”

Hanan tirò un sospiro profondo e lasciò andare la forchetta. Senza aggiungere altro, si tolse il copricapo, mostrando alla sua interlocutrice il cranio calvo e coperto da rovi tatuati sulla pelle. Le labbra della donna si aprirono senza emettere alcun suono.

“Non volevo disturbarti”, spiegò la giovane. “Avevo solo fame. Se vuoi chiamare qualcuno, fallo pure, ma penso tu sappia che quando arriverà, io sarò lontana e tu sarai morta.”

La donna rimase immobile, e Hanan poteva quasi sentire i pensieri contrastanti che le avevano assediato la mente, impedendole di pensare.

“Fammi finire di mangiare”, la pregò, e ancora una volta le sembrò strano implorare qualcuno che avrebbe pagato quella cortesia con la propria vita. “Me ne vado appena ho finito.”

La donna si lasciò cadere sulla sedia di fronte a lei.

“Perché hai scelto questo posto?” Le chiese. Era la domanda che le facevano tutti. Sempre la stessa: perché me, perché qui? Non c’era risposta: da qualche parte doveva pure andare. Qualcuno le aveva chiesto se avesse mai provato a farsi chiudere in una stanza e ordinare che la chiave venisse gettata via. Certo che l’aveva fatto. Diverse volte. Non funzionava mai, prima o poi qualcuno veniva a riaprire la porta, per curiosità o per errore, e tutto ricominciava come prima. Non era possibile fermare il destino.

Ce n’erano altri, come lei. Non sapeva esattamente quanti fossero, ma un paio di volte ne aveva incrociato uno: in silenzio si erano guardati, riconoscendo a vicenda quegli stessi occhi grigi senza pupilla, quel cranio liscio coperto da tatuaggi – se uno avesse guardato da vicino avrebbe notato che i disegni si muovevano, che i rovi che ornavano il suo capo s’intrecciavano, si moltiplicavano, crescevano in una creazione perpetua. E allora i due annuivano, ben coscienti del fardello che l’altro portava, allontanandosi senza parlare.

La donna la stava guardando, ma i suoi pensieri erano lontani: avevano attraversato le strade polverose fino ad arrivare ai suoi figli, a suo marito, che normalmente lavorava lì con lei e, in un momento di rabbia, si chiese perché lui avesse scelto proprio quel giorno per stare male e rimanere a casa. Si domandò cosa avrebbe fatto senza di lei, lui che era incapace di farsi bollire un uovo, per non parlare poi del prendersi cura dei figli. Si domandò se potesse fare un patto con la ragazza, far portare lì suo marito, che non era utile a nessuno, e barattare la sua vita in modo che lei potesse tornare a casa. Fece per aprire bocca, ma si vergognò di quel pensiero e si morse le labbra.

Hanan finì di mangiare. Posò la forchetta sul tavolo. “Tutti hanno la stessa reazione”, la rassicurò, come se le avesse letto i pensieri. “Tutti sperano di poter fare qualche scambio, pregandomi di prendere qualcun altro, magari un vecchio, che non serve più.”

“L’hai mai fatto?”

La ragazza scrollò le spalle. “Non sono io che ho inventato le regole.”

Non voleva stare a spiegare come, all’inizio, quando aveva capito come funzionava il tutto, aveva evitato il contatto con qualsiasi persona, come avesse cercato di non parlare con nessuno, di non incrociare il loro sguardo. Ma prima o poi tutti i suoi tentativi avevano fallito. Ci erano voluti secoli prima che fosse riuscita ad accettare il proprio destino e, per molto tempo, ogni volta che aveva visto il terrore negli occhi di chi la riconosceva, aveva provato un terrore ancora più profondo, un orrore davanti a ciò che lei rappresentava, davanti alla sua crudele condanna. Poi, quando si era ritrovata incapace di negare la propria natura, aveva cercato di avere a che fare solo con gente anziana- ma anche quella fase era durata poco. Bastava solo che il suo sguardo incrociasse qualcuno, e anch’egli passava alla lista dei caduti. Era sufficiente che qualcuno la toccasse, che le rivolgesse la parola per fare la stessa fine.

Negli ultimi anni, di tanto in tanto si vedevano le sue immagini sui televisori o sulle pagine dei giornali, annunci che intimavano la popolazione di un luogo o di un altro di rimanere in casa, perché un angelo della morte era stato avvistato. Ma il mondo non poteva fermarsi, e prima o poi la gente ricominciava a vivere. Alcuni andavano avanti, altri incontravano lei, o uno come lei.

La donna era rimasta di nuovo in silenzio, il volto svuotato dal sangue, mentre la sua mente ripercorreva avanti e indietro i tunnel di un labirinto nel quale non riusciva a trovare un’uscita. “Ci dev’essere un modo. Ci dev’essere qualcosa che ti posso dare in cambio.”

“In cambio della tua vita? Cosa c’è di equivalente che mi puoi offrire?”

“Abbiamo un cane, qui fuori, in cortile.”

La ragazza non rideva mai, perché il ridere non era nella sua natura, ma un sorriso le apparve sulle labbra sottili a sentire ancora una volta l’offerta che aveva sentito così tante volte.

“Dimmi, ci dev’essere un modo”, la implorò la donna. “Ho tre figli piccoli e un marito incapace. Come faranno senza di me?”

Finalmente sul suo volto apparvero i sentimenti di chi inizia a capire la gravità della situazione. La sua voce iniziò a tremare, gli occhi si allargarono, l’animale nascosto in lei venne fuori senza preoccuparsi di mascherare il terrore dietro le buone maniere. Si mise in ginocchio, implorando la ragazza. Ma Hanan aveva recitato la stessa parte nella stessa scena da millenni e, ancora una volta, decise di utilizzare l’unica via d’uscita: “Un modo c’è”, disse infine. “Ma devi fare esattamente ciò che ti dirò.”

La donna annuì, sigillando le labbra in attesa.

“Portami il cane. Io me ne andrò con lui. Tu dovrai rimanere qui, con gli occhi chiusi, senza creare panico, senza urlare alla gente qui fuori, facendo finta che il nostro incontro non sia mai avvenuto. Dopo una decina di minuti, quando sentirai che tutto si è quietato, potrai aprire gli occhi.”

“E funzionerà?” Chiese la donna, aggrappata a quella goccia di speranza.

“Funziona sempre.”

Senza esitare, la vittima andò a prendere il cane, e lo consegnò alla ragazza. La bestia le si avvicinò docilmente e si fece accarezzare senza indugio. La donna si sedette e chiuse gli occhi.

L’angelo della morte si ricoprì il capo spoglio e fece un fischio al cane, che la seguì. Camminò per le strade deserte, mentre il vento del deserto continuava a spargere quella sabbia color ocra in ogni angolo del villaggio, tra i carretti del mercato abbandonato, tra le strade spoglie. Una volta giunta ai margini del paese, fece un altro fischio e il cane si allontanò, probabilmente tornando verso casa. Ormai era passato abbastanza tempo. Ormai, la donna del negozio aveva finito di respirare, ed era passata al mondo delle ombre forse senza accorgersene, come avevano fatto in tanti, confortati dalla speranza di esser riusciti nell’impossibile: aver fatto un patto con la morte, e averla convinta ad aspettare.

-The End- 

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Racconto n.12: L’ULTIMO GIOCO

La luce del giorno andava spegnendosi velocemente, e il notaio accese una lampada sulla scrivania prima di proseguire. Più si protraeva il silenzio, più l’ufficio sembrava stringersi attorno a Thomas, soffocandolo.

“Non capisco”, disse infine.

Il notaio si schiarì la voce, posando il testamento della nonna di Thomas su una cartelletta. “Detto in parole povere, tua nonna ti ha lasciato seimila sterline…”

“Sì quello l’avevo capito, è il resto.”

“E avrai accesso a questa somma se riuscirai a terminare la caccia al tesoro prima di domani sera al tramonto.”

La parte sinistra del cervello di Thomas desiderò urlare, perché sua nonna aveva deciso che il dolore della perdita non era abbastanza: doveva anche metterlo alla prova. Ma la parte destra della mente di Thomas non poté fare a meno di sorridere perché la donna, anche da morta, non si era smentita.

“Domani mattina”, proseguì il notaio, “ti verrà recapitato…” S’interruppe, cercando una qualche spiegazione sul documento che teneva davanti agli occhi ma non trovandolo, proseguì: “… Ti verrà dato qualcosa- all’alba- che darà inizio a questo… Gioco, se vogliamo chiamarlo così.” Era evidente che anche per lui i confini tra il macabro e il comico si erano fatti quasi indistinti.

Seimila sterline non erano certo una fortuna, ma non erano neanche da buttare via, soprattutto nella situazione in cui si trovava Thomas: non lavorava ormai da sei mesi perché la sua ditta aveva chiuso i battenti. Alla lettura del testamento era stata invitata anche Beth, la sua ex-ragazza: a lei era stata lasciata una catenina d’oro –niente di vistoso, un ricordo più che altro sentimentale- ma Thomas aveva il sospetto che forse la nonna l’avesse voluta lì solo per ricordargli che avevano commesso un errore nel lasciarsi. Come se la loro separazione fosse stata una scelta facile… Dopo quasi sei anni insieme, a lui avevano offerto un lavoro in Nuova Zelanda e lei non avrebbe potuto seguirlo, perché a sua madre, ancora giovane, avevano diagnosticato un inizio di Alzheimer e Beth non se la sentiva di lasciarla sola. Erano quindi giunti alla conclusione che le loro vite erano indirizzate verso destini disgiunti.

“È tutto”, terminò il notaio, e strinse la mano di Thomas. “Fammi sapere se riesci a trovare il tesoro, qualsiasi cosa sia.”

Anche Beth si alzò. Poi, una volta fuori, disse solo: “Io vado.”

“Va bene”, riuscì a rispondere Thomas, anche se il vederla andare via da sola gli faceva stridere ogni atomo del corpo. La stessa cosa era capitata tutte e tre le volte che si erano incontrati dopo la separazione ma, anziché sfumare, lo stridio si faceva sempre più acuto. Tornò a casa, ripetendosi che aveva dall’alba al tramonto per trovare questo tesoro e che avrebbe fatto bene a riposarsi. Era la sfida più audace che la nonna gli avesse lanciato: di solito non metteva limiti di tempo; una volta gli aveva preparato un’altra caccia al tesoro che era andata avanti per due giorni, al termine dei quali Thomas si era arreso. Un’altra volta gli aveva posto un indovinello che lui aveva impiegato quasi tre anni a risolvere. Era fatta così. Da giovane aveva lavorato per i servizi segreti e la passione per tutto ciò che è arcano non le era mai passata: amava creare complicazioni anche là dove tutto avrebbe dovuto essere semplice. All’età di settantasei anni, aveva avuto un infarto durante una delle sue visite non richieste presso la casa del suo ex-marito ed era morta due giorni più tardi in ospedale. Da quando il nonno l’aveva lasciata per un’altra donna, lei aveva preso a intrufolarsi nella loro dimora settimanalmente per fargli qualche dispetto; a volte gli svitava tutte le lampadine, a volte gli metteva dei vermetti sulle piante di basilico, altre volte gli nascondeva le bollette, in modo che si dimenticasse di pagarle. La coppia aveva provato a cambiare serratura, ma non c’era chiavistello né catenaccio che sapesse resistere all’abilità della nonna. D’altro canto non potevano neanche chiamare la polizia: cosa avrebbero potuto dire, che qualcuno si era intrufolato in casa loro per fare un po’ di disordine? Così la nonna era andata avanti per anni, tanto che ormai non mettevano neanche più l’antifurto, per non disturbare i vicini. Per evitare di recare danno alla porta, le avevano anche fatto avere le chiavi di casa.

Thomas andò a dormire, cercando di non pensare alle seimila sterline e a cosa avesse preparato quella donna come ultimo regalo per suo nipote.

Alle sei e quarantesei in punto, quando i primi raggi di sole iniziarono a macchiare il blu notturno, qualcuno bussò alla porta: un impiegato della DHL recapitò un pacchetto e sparì nella via deserta. Thomas trasse un respiro profondo e si disse ad alta voce: “Diamo il via ai giochi!” Poi aprì il pacchetto, e una piccola tartaruga di pietra ne scivolò fuori: non ebbe dubbi su cosa significasse. Come al solito la nonna aveva iniziato con qualcosa di semplice. Thomas s’infilò la giacca e andò a prendere la macchina.

Dopo quasi due ore, giunse alla grande casa d’epoca dove da piccolo passava le vacanze coi nonni: ora era abitata da un’altra famiglia, che di solito veniva solo d’estate. Dopo aver suonato il campanello diverse volte, Thomas si assicurò che non lo vedesse nessuno e scavalcò il cancello. Sentì un cane abbaiare nel giardino adiacente, ma non esitò: iniziò a correre verso il laghetto e s’infilò nella stretta grotta dove una volta da bambino aveva trovato un nido di tartarughe. Non dovette stare a cercare: trovò immediatamente l’indizio successivo. Era una busta di plastica: dentro, lo attendeva un biglietto d’entrata per lo zoo.

“Lo zoo?” Si chiese. Non capiva proprio perché la nonna gli avesse procurato quel biglietto. Ma era meglio non porsi domande e proseguire, altrimenti non ci sarebbe stata alcuna speranza di venire a capo di quella caccia al tesoro prima del tramonto.

Quando tornò in città lo zoo aveva appena aperto. Gli addetti lo guardarono con sospetto mentre correva da una gabbia all’altra cercando un qualche indizio. Riguardò il biglietto d’entrata, ma non trovò alcun riferimento a un animale particolare. “Perché lo zoo, nonna?!” Continuava a chiedersi, mentre sentiva il panico svegliarsi nello stomaco e, con ogni minuto, quelle seimila sterline diventavano sempre più allettanti. Thomas ripercorse i suoi ricordi di bambino: quand’era stata l’ultima volta che la nonna lo aveva portato lì? Cos’avevano visto? I soliti felini, gli elefanti… Che altro? Finalmente riuscì ad afferrare un ricordo utile: lo zoo all’epoca aveva appena acquistato dei piccoli di koala. Thomas corse fino ad arrivare alla recinzione. Dei guardiani stavano annaffiando le piante, e i koala dormivano aggrappati a tronchi di alberi rachitici.

“Scusate… Non è che per caso qualcuno vi ha lasciato un messaggio per me?”

I guardiani scossero il capo incerti, e Thomas si sentì perso. Se l’indizio non era la recinzione dei koala… Allora cos’era? E poi lo vide: avrebbe potuto passare inosservato, ma Thomas notò che su uno degli alberi dove riposava un marsupiale erano state incise delle lettere. Da lontano riuscì a distinguerle con fatica, ma dicevano: NHM. Che diavolo volevano dire?

“Mi scusi…” Thomas sentì una voce dietro di sé: un addetto alle pulizie lo stava guardando. “Mi hanno detto che oggi qualcuno sarebbe venuto a dare un’occhiata ai koala di prima mattina, e mi hanno chiesto di consegnare questa”, disse porgendogli una busta. Dentro, c’era il disegno di un dinosauro. Da piccolo Thomas era ossessionato dai quei mostri preistorici. Riprese a correre, sapendo esattamente dove voleva mandarlo la nonna: NHM, National History Museum, il museo di storia naturale.

Decise che il metrò sarebbe stato più veloce. Percorse in fretta la discesa verso la banchina, dove saltò su un treno e guardò l’orologio: erano già le undici passate. Aveva tempo, ma non sapeva quanti altri indizi avesse ancora da decifrare. A poche fermate da South Kensington la Circle Line si bloccò in un tunnel; Thomas attese che il treno riprendesse il cammino, sentendo la sua pazienza evaporare. Quando finalmente giunse a destinazione, si ritrovò di fronte all’immenso edificio, elegante e quieto nel traffico della Cromwell Road, e si tuffò tra la folla di scolaresche. Raggiunse la sala centrale, dove l’enorme ricostruzione del Diplodoco accoglieva i turisti. Si fece strada verso la galleria dei dinosauri dove, ancora una volta, rimase spiazzato: ogni angolo era gremito di ragazzini annoiati e da bambini elettrizzati. L’entusiasmo che fino a quel momento lo aveva spinto gli cadde di dosso come corteccia secca e il vociare nelle varie sale iniziò a stordirlo. Dov’era nascosto il prossimo indizio?

Thomas passò da un’area all’altra, sprecando ore a cercare freneticamente un qualsiasi dettaglio che avrebbe potuto rispondere alla sua domanda. Erano quasi le due del pomeriggio quando si sedette sfinito su una panchina in un corridoio e riguardò il disegno che gli era stato dato e che l’aveva condotto fino a lì: non c’era niente di specifico, niente che avrebbe potuto condurlo a qualcosa. Poi si domandò cos’avrebbe fatto la nonna se si fosse trovata nei suoi panni… Avrebbe senz’altro ripetuto il suo motto: la mancanza d’indizi è in se stessa un indizio importante. La mancanza di indizi… Forse non c’era qualcosa di specifico che doveva trovare: forse l’intero museo era la chiave. Thomas tornò nel salone principale e si avvicinò a un bancone dove c’era un cartello che diceva a grandi lettere: DIVENTA ANCHE TU UN BENEFATTORE DEL NOSTRO MUSEO!  “Se la soluzione non è nascosta in una parte, dev’essere nascosta nel tutto”, pensò e si avvicinò.

“Vorrei diventare un benefattore” disse, insicuro. Era un rischio, perché non aveva certo soldi da buttare via. Un’addetta gli sorrise e gli offrì subito un modulo da compilare- ma quando Thomas scrisse il proprio nome e cognome lei lo interruppe: “Ah, signor Towers? No, la sua quota d’adesione è già stata pagata. Qui, ho pronto il suo pacchetto…” La donna si chinò e dopo aver scartato delle buste, gliene consegnò una. All’interno c’era una lettera di benvenuto e un biglietto laminato con sopra scritto il suo nome. Possibile che fosse questo il tesoro? Che la nonna gli avesse regalato l’adesione al circolo dei benefattori di un museo che non frequentava da quando aveva dodici anni? Forse insieme al cuore le era partito anche il cervello. Con la delusione già seduta sul petto, Thomas diede un’occhiata al biglietto con sopra scritto il suo nome. Poi i suoi occhi sfrecciarono a cercare quelli della signorina che gli stava di fronte:

“È uno scherzo?” Le chiese, e lei lo guardò stupita. Thomas indicò il numero sul biglietto. “Qui c’è scritto che sono il benefattore numero 221b.”

“C’è scritto così? Che strano, i nostri benefattori non hanno un codice…” Rispose la donna, ma Thomas si era già messo in marcia: destinazione 221b, Baker Street. La casa che Arthur Conan Doyle aveva scelto per Sherlock Holmes.

Fermò un taxi nero e quasi urlò l’indirizzo, poi attese impaziente che l’auto si facesse strada tra il traffico denso del pomeriggio, risalendo verso Marble Arch e poi più su, passando sulla Marylebone Road fino a raggiungere Baker Street. Thomas riconobbe a distanza quell’edificio non vistoso, dove l’eroe della nonna aveva smascherato complotti e assassini, ed entrò. Una donna gli consegnò un depliant e gli disse di salire al piano superiore, ma Thomas non aveva bisogno di aiuto: la nonna l’aveva portato talmente tante volte in quel minuscolo museo che sapeva esattamente dove doveva andare. La carta da parati rossa, le pipe appese al muro, i libri sulla scrivania, quel leggero odore di muffa: niente era cambiato. E naturalmente, non c’era nessun indizio in evidenza. Erano quasi le tre del pomeriggio e in una giornata d’inverno il sole sarebbe tramontato per le cinque- non gli rimaneva molto tempo: poteva solo sperare che quella fosse l’ultima parte della caccia. Scrutò la stanza con attenzione: ogni quadro, il titolo di ogni libro, persino la scritta sulle bottiglie di liquore che sedevano su un tavolino, intatte da anni… Ma non trovò nulla, nessun segnale, niente che avrebbe potuto indirizzarlo verso la meta.

Tornò dalla signora all’entrata e le chiese se qualcuno avesse lasciato un messaggio per lui, visto che finora quello era stato il metodo scelto dalla nonna per fargli avere dei suggerimenti, ma la donna scosse il capo, guardandolo come se fosse un idiota. E forse lo era, lì a sprecare tempo a giocare con una persona defunta. A mani vuote, si avvicinò all’uscita e rimase sulla soglia: una guardia lo scrutò con curiosità. “Sto cercando qualcosa che è stato lasciato qui da una vecchia signora”, gli spiegò.  L’uomo indicò uno stanzino nel sottoscala.

“Là teniamo tutto quello che viene dimenticato.”

Thomas non se lo fece dire due volte: aprì la porta e iniziò a frugare in uno scatolone che conteneva ombrelli, sciarpe, guanti logori e polvere. Sul fondo trovò un taccuino ricoperto di pelle. Lo aprì: incollata alla copertina, c’era una chiave, ma nessuna istruzione indicava a quale porta appartenesse. Si fece scorrere le pagine tra le dita e notò che su quelle centrali, in basso a sinistra, c’era una lettera scritta a mano: una sola per pagina. D-A-N-N-O N-U-O-T-O. Danno nuoto. Cosa significava? Forse la chiave apriva l’armadietto negli spogliatoi di una piscina pubblica? Danno nuoto. Chi dà nuoto? O il nuoto fa danno? Era un indizio troppo vago e la frase troppo strana- troppo strana per essere un frase vera. Thomas si sedette a terra, si sfilò una penna di tasca e iniziò a smontare quelle parole e ricomporre l’ordine delle lettere fino a quando, dieci minuti più tardi, arrivò alla soluzione dell’anagramma, e si precipitò di nuovo in strada con la chiave stretta tra le dita.

Dopo un altro viaggio in taxi, si ritrovò davanti alla serratura che la nonna aveva violato per anni. V’infilò la chiave e l’aprì. “C’è qualcuno?” Gridò.

Suo nonno, vestito di tutto punto com’era suo solito, slittò con le pantofole lungo il pavimento di legno, sorpreso di vedere il nipote.

“La nonna mi ha lasciato un messaggio: dice ‘da tuo nonno’. Ti ha lasciato qualcosa da darmi?”

Suo nonno gli fece segno di seguirlo, poi gli consegnò una busta. Thomas pregò che contenesse la chiave del tesoro ma, quando l’aprì, dentro vi trovò solo un pezzo di carta con sopra scritto: ‘Vai dove ti porta il cuore’. Il giovane guardò suo nonno, che scrollò le spalle e disse: “Era pazza, che ci vuoi fare?”

Dove voleva mandarlo esattamente? Pensò di andare a casa della nonna e frugare tra i suoi libri, per vedere di trovare qualcosa di romantico, forse si riferiva a quello? Ma la nonna non era mai stata sdolcinata. Non parlava mai di amore, e qualsiasi dimostrazione d’affetto l’aveva sempre lasciata a disagio. Quel messaggio doveva avere un significato pratico. “Dove porta il cuore, nonno?” Chiese.

“In rovina”, rispose il vecchio, tornando a leggere il giornale.

‘In rovina’ si ripeté Thomas. “Esatto!” Esclamò. “Posso prendere la tua macchina?”

Il giovane attraversò nuovamente le vie della capitale fino a quando non giunse a Harley Street, e salì nell’ufficio del cardiologo della nonna: esattamente dove l’aveva portata il cuore. Quando aprì la porta, l’assistente del dottore gli sorrise, annunciando che lo stavano aspettando. Senza farlo accomodare, il medico gli porse un’altra busta, con sopra il timbro di un ospedale. Che cosa gli aveva lasciato in eredità, il suo elettrocardiogramma? Thomas l’aprì, ma ciò che ne estrasse non era un elettrocardiogramma, né di certo apparteneva a sua nonna. Per un momento le ginocchia gli cedettero, ma il dottore gli fece cenno di alzarsi: “Non manca molto!”

L’orologio indicava le quattro e un quarto. Thomas scese le scale e raggiunse la macchina, stanco e stordito. Si mise al volante e sfrecciò tra il traffico fino ad arrivare alla periferia e poi prese l’autostrada: forse sarebbe arrivato a Brighton in tempo per il tramonto, ma voleva arrivarci intero, per cui rallentò, cercando di mantenere la calma. Quaranta minuti più tardi fermò la macchina all’entrata della casa che aveva visitato così tante volte e bussò. La porta venne aperta e, titubante, Beth apparve sbirciando fuori, assicurandosi che fosse davvero lui. Rimasero immobili a guardarsi, poi Thomas allungò la busta che aveva ricevuto dal cardiologo, ma Beth non la prese.

“Ha insistito lei per fartelo sapere così” disse, come per scusarsi. Rimasero ancora immobili, senza sapere cosa fare.

“Va bene” disse infine Thomas.

“Va bene cosa?”

Lui scrollò le spalle. “Va bene, non parto più”, concluse, incapace di trovare altre parole. Beth si morse le labbra, incapace di contenere un sorriso.

“Tua nonna mi ha fatto promettere una cosa.”

“Cioè?”

“Che se è maschio lo chiamiamo Arthur. Come Arthur Conan Doyle.”

“E se è femmina?”

“Jane.”

“Come mia nonna.”

“No. Come Miss Marple.”

Thomas trasse un respiro profondo, fece un passo verso Beth e, proprio mentre le prime ombre del tramonto macchiavano la luce del giorno, cinse la braccia intorno al tesoro che sua nonna aveva desiderato fargli trovare.

-The End-

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Racconto n.11: SCAGLI LA PRIMA PIETRA

Di solito il giovedì andava da Veronika, ma era da qualche settimana che la donna non si faceva più trovare, e la cosa l’aveva alquanto spiazzato, perché i cambiamenti non gli piacevano affatto. Forse era stata colpa sua: se lo era domandato già dal primo giorno dell’assenza della donna; l’ultima volta che si erano visti, lei gli aveva confidato che desiderava tornare in Ucraina per visitare la tomba di sua madre, morta mentre la figlia era in Italia. Lui aveva ribattuto che lei, col lavoro che faceva, forse non avrebbe dovuto andare al cimitero: va bene essere magnanimi, ma si trattava pur sempre di un luogo sacro! Veronika l’aveva guardato senza ribattere e a lui non era piaciuto affatto quel silenzio, perché aveva sentito come se la donna gli avesse ficcato le unghie negli occhi, tutte insieme, come sparate da una catapulta carica d’odio. Se n’era andato con la coda tra le gambe, ma con la consapevolezza di aver ragione. A volte chi ha ragione deve scagliare la prima pietra.

Così Antonio aveva iniziato a vedere Dina, che veniva da un altro paese dell’ex Unione Sovietica, uno di quegli stati dei quali tutti ignorano l’esistenza fino a quando non si scopre che la loro popolazione sta emigrando in massa in Italia. Antonio non era un esperto di paesi dell’est, ma le ragazze di là gli piacevano sempre meno. Però costavano meno delle asiatiche, e l’unica esperienza che aveva avuto con una tailandese (lei aveva detto di essere del Vietnam, come se ci fosse qualche differenza) era stata terrificante: la donna aveva giurato di avere quasi 30 anni, ma aveva il corpo mingherlino e senza forme di una ragazzina, tanto che per tutta la durata dell’incontro lui si era sentito profondamente scosso e per giorni dopo l’esperimento si era domandato se non fosse un pedofilo. Era quindi tornato a quelle della Russia e dintorni, più facili da categorizzare in fasce d’età. Antonio non era sciocco: non viveva in una bolla di sapone, e sapeva benissimo che non si devono sfruttare le donne, ma dopotutto lui pagava e dava anche una mancia, che neutralizzava  il suo senso di colpa con ampio margine.

A Dina non piaceva parlare, ma con tutto quello che si faceva pagare, era giusto che almeno ascoltasse. Dopo qualche incontro, Antonio sentì di potersi fidare e decise di chiedere il suo aiuto: “Ho bisogno del parere di una donna non sposata, e non posso chiedere alle mie colleghe, perché magari mi riderebbero in faccia”, disse tirando fuori dal taschino della giacca un pezzetto di carta stropicciato. “Te lo leggo e tu mi dici cosa ne pensi, va bene?”

Dina lo guardò un po’ perplessa mentre rifaceva il letto. Antonio si apprestò a leggere, ricordandosi che era inutile sentirsi imbarazzato, perché la donna non poteva certo permettersi di esprimere un giudizio su di lui.

“Allora. Cercasi: ragazza di bella presenza, sotto i 35 anni, dolce e disponibile.” Sollevò gli occhi speranzoso, ma Dina si limitò a fare spallucce. “Va beh, dimmi cosa ne pensi, no? Lo voglio far pubblicare sul giornale locale”, spiegò lui.

Gli amici gli avevano consigliato di tentare qualche agenzia per appuntamenti on-line, ma lui non si voleva far ciulare soldi solo per incontrare delle donne che non erano riuscite a farsi sposare perché troppo repellenti per un incontro in carne e ossa. No, lui preferiva fare le cose per bene, nella maniera già collaudata da generazioni.

“Che ne pensi? Funziona? Cioè, se tu non facessi la battona e fossi che so, una commessa in un centro estetico, risponderesti a questo annuncio?” Lo sguardo di Dina assunse le stesse note di quello utilizzato da Veronika, ma Antonio non si lasciò distrarre. “Oppure aggiungeresti qualcosa?”

La donna andò a prendergli il pezzetto di carta dalle dita, lo rilesse e poi rispose, con quel suo accento storpio: “Manca qualcosa di te.”

“Giusto! Eh, vedi che sei brava?” Antonio prese una biro e scarabocchiò qualche riga sul pezzetto di carta. “Allora, mettiamo: uomo maturo… Maturo? Maturo sembra vecchio, no?” Dina scosse il capo. Non sembrava vecchio. “Va bene, maturo. Amante della natura, della buona cucina, di macchine e appassionato di fossili. Cerca ragazza di bella presenza, sotto i 35 anni, dolce e disponibile.” Nuovamente guardò la donna in cerca di approvazione.

“Ma per fare cosa, perché la cerchi?” Chiese lei, struccandosi. Erano le tre del mattino ed evidentemente aveva finito il turno.

“Giusto”, Antonio chinò il capo e scrisse: “Per unione matrimoniale a lungo termine.”

Il braccio di Dina si fermò a mezz’aria, con un batuffolo di cotone sporco di nero tra le dita. “Cerchi una moglie sul giornale?”

“Perché, cosa c’è di strano, tu cerchi l’amore per strada.”

“Ma lo facevano i miei nonni.”

“I tuoi nonni si prostituivano?” Chiese incredulo.

“Ma no… Anche loro mettevano annunci sul giornale.”

“Beh, perché me lo dici, loro vivevano in Russia, cosa c’entra?”

“Non vivevano in Russia. Vivevano in Uzbekistan.”

“Ascolta Dina, a me fa piacere per i tuoi nonni, ma ho bisogno di un’opinione: secondo te, si tratta di un bell’annuncio?”

“Bello, non so. Spero che sarà utile.”

“Anch’io”, asserì Antonio prima di andarsene.

Ma prima di portare l’annuncio al giornale, c’era qualcun altro che avrebbe dovuto interpellare: Don Riccardo aveva poco tempo da dedicare alla gente perché era sempre impegnato in opere di carità, ma per Antonio, che da piccolo era stato un chierichetto esemplare, trovava sempre cinque minuti. Lesse l’annuncio e poi sentenziò: “Secondo me se vieni a messa più spesso qualche ragazza la incontri qui.”

“Perché, c’è qualcosa che non va se metto l’annuncio sul giornale?”

“No, è che non sai chi ti risponde, magari gente che ti vuole fregare o qualche prostituta.”

“E se aggiungo che voglio una donna onesta?”

Don Riccardo gli sorrise. “Se vuoi, prova… Ma cerca di essere specifico.”

Così, dopo qualche alterazione, l’annuncio fu pubblicato: “Uomo maturo, amante della natura, della buona cucina, di macchine e appassionato di fossili. Di bella presenza, alto, ben piazzato, intelligente e diplomato, con impiego fisso a contratto indeterminato, dotato di pazienza, amabilità e appartamento con mutuo a tasso fisso, automunito, che mastica inglese e spagnolo, cerca ragazza di bella presenza, sotto i 35 anni, dolce, disponibile, onesta, qualificata, con lavoro di natura esemplare (come: commessa, cassiera, avvocato, segretaria, insegnante, etc, mentre non va bene: massaggiatrice, passeggiatrice di strade e impieghi simili) per un matrimonio a lungo termine. Inviare referenze con foto all’indirizzo qui sotto. Perditempo e transessuali statemi alla larga.”

Antonio passò l’intera giornata a controllare di non aver perso delle chiamate sul cellulare. A metà mattina, notò che qualcuno aveva lasciato un messaggio, ma quando l’ascoltò, sentì solo una voce maschile che gli dava del pirla. Lo cancellò immediatamente, col cuore che gli stringeva la gola.

“Non funziona”, si lamentò quel giovedì con Dina. “Da quando ho fatto pubblicare l’annuncio, ho ricevuto solo tre chiamate: due per insultarmi e una di un pervertito.”

“Perché non provi su internet?”

“Ma non mi piace! È triste su internet, è proprio da disperati!”

Passò quasi un mese, e Antonio pagò affinché l’annuncio venisse ripetuto a giorni alterni, augurandosi che qualcuno lo leggesse. “Forse la mia donna ideale è in vacanza, devo aspettare il prossimo mese.”

Così attese. E attese. Arrivò Natale, Capodanno e Pasqua, e lui continuò ad attendere. Ormai i suoi concittadini avevano letto l’avviso talmente tante volte da saperlo a memoria, ma nessuno si era fatto avanti. Poi un giorno, il suo cellulare squillò.

“Antonio”, esordì una voce vagamente familiare.

“Sì, sono io.”

“Sono Veronika.”

“Chi?”

“Veronika, ti ricordi?”

Si ricordava, ma pensava che fosse in Ucraina al cimitero di sua madre. “Come hai fatto a trovare il mio numero di telefono?”

“È sul giornale”, rispose la donna.

“Ma tu come fai a sapere che era il mio?”

“Lo sanno tutti…”

“Va beh, cosa vuoi?”

“Ascolta… Volevo proporti una cosa.”

“No, guarda, c’è scritto sull’annuncio, non posso sposare una prostituta”, disse abbassando il volume per non farsi sentire, anche se era a casa da solo col gatto che, fino a quel momento, non aveva dato segno di capire il linguaggio umano.

“Non per me”, l’interruppe lei. “È mia figlia.”

“Tua figlia? Per chi mi hai preso, un pedofilo?” Senz’altro Veronika aveva parlato con la tailandese!

“No, mia figlia ha 23 anni. Studia in università in Ucraina. E lei dice che può venire qui a sposare te.”

“Ma cosa studia?”

“Ingegneria.”

“E com’è?”

“Bella.”

“Ma non mi ha mai incontrato, come fa a dire che vuole sposarmi?”

“Lei non è stupida- ha bisogno di lasciare Ucraina.”

“E così mi vuole sfruttare?”

“No sfruttare. Uno scambio. Lei sarà moglie perfetta, tu le dai opportunità. Incontrala, lei viene a trovare me fra due settimane.”

Antonio dovette pensarci su a lungo, ma alla fine accettò d’incontrare la giovane, anche se aveva i suoi dubbi: se l’avessero scoperto i suoi amici, l’avrebbero preso in giro per tutta la vita per aver sposato la figlia di una prostituta. Senza contare il fatto che lui con quella prostituta c’era anche andato a letto, ma quello era il problema minore perché non l’avrebbe mai saputo nessuno.

Yelena, quello era il suo nome, non parlava italiano ma era una bellissima ragazza. Sua madre assicurò Antonio che nel giro di pochi mesi avrebbe imparato la lingua, e che era una ragazza fedele: aveva avuto solo un fidanzato fino ad allora e si erano lasciati perché lui si era fatto prete. Questa connessione remota alla chiesa lo rassicurò.

Antonio e Yelena passarono due giorni da soli in silenzio, poi lei dovette tornare in Ucraina, su un pulmino gremito di emigrati dell’est. Quando l’aiutò a salirvi, Antonio si sentì stringere il cuore: non gli andava che la giovane facesse un viaggio di due giorni insieme a tutta quella gente sporca. La trascinò giù dal pulmino e la portò a Linate, dove la mise sul primo volo verso il paese dell’est più vicino all’Ucraina. Poi passò quasi un mese senza sentirla, e durante quel mese si convinse che, figlia di puttana o meno, Yelena era una donna più che adatta a lui. Decise di comunicarglielo tramite sua madre Veronika. Ma quando la chiamò, trovò il telefonino sempre spento. Dopo qualche giorno, il suo cellulare vibrò con l’arrivo di un messaggino. Antonio l’aprì con curiosità e sullo schermo apparve la scritta: “Mi spiace, ma mia figlia dice che non gli vai bene. Saluti, Veronika.”

Antonio rilesse il messaggio dieci volte prima di capire esattamente cosa volesse dire, poi si sdraiò sul letto. Tutta quella fatica. Quel forzarsi ad accettare una donna che veniva dall’Ucraina. Quell’essere galante… Non era servito a niente. Passò i tre giorni seguenti in una depressione profonda. Il giovedì mancò anche di andare da Dina per la prima volta in mesi, cosa non da lui, tanto che lei lo chiamò per assicurarsi che stesse bene. Solo dopo una settimana Antonio iniziò a emergere dallo stato di crisi nel quale l’avevano spinto Veronika e sua figlia. Si fece coraggio, si fece la barba e uscì di casa per andare alla redazione del giornale, dove chiese che il suo annuncio venisse cancellato per sempre.

“Sai una cosa?” Chiese al suo gatto quando tornò a casa col cuore più leggero. “Non ne vale la pena. Io sto bene così, senza una moglie. Meglio così. Solo io, tu, e le prostitute di viale Abruzzi.”

- The End-

Questo racconto è ispirato a una storia vera. Non  sto scherzando.

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Racconto n.10: FINO ALLA FINE

Tutta la famiglia se ne stava in fila davanti al tavolo della cucina, strettamente in ordine d’altezza: papà, figlio maggiore, mamma, figlia maggiore, figlia minore e Olek. Gli ufficiali dal governo, in uniforme con blusa bianca stirata con ossessione esemplare, stavano in fila dall’altra parte del tavolo.

“È stato stabilito”, annunciò il comandante, “Che la vostra famiglia è stata selezionata insieme ad altre 80 per pulire le strade dove si terrà la trecentosettantesima parata inaugurale in occasione della festa in onore del Supremo.”

All’unisono, l’intera famiglia chinò il capo in segno di ringraziamento.

“Siate felici” annunciò il comandante, e in risposta, i membri della famiglia alzarono le braccia al cielo gridando lodi per il Supremo, per poi andare a chinarsi davanti al ritratto che, come stabilito, tenevano appeso al muro, a esattamente quattordici virgola cinque centimetri dalla porta e un metro e settanta dal pavimento. Quell’onore capitava solo una volta nella vita, e tutti si sentirono felici così com’era stato loro ordinato. Tutti a parte Olek, che aveva sempre dato dubbi.

Spesso la sera, una volta a letto, i suoi genitori si guardavano nel buio illuminato dalla luna e si chiedevano: “Ma da dove arriva questo figlio, così diverso?” Innanzi tutto Olek era un bambino paffuto. Nessuno era paffuto. Non c’era tempo per ammassare anche solo un lieve strato di grasso, figuriamoci l’essere paffuto: impossibile. Nonostante gli versassero meno avena nel piatto rispetto agli altri figli, lui si ostinava ad avere delle guance belle gonfie: una sberla in faccia alla fame che tutti sopportavano con orgoglio tenace.

“Ma da chi ha preso quella testa?” Domandava la madre, speranzosa che il padre, come uomo di casa, avesse qualche risposta. Ma lui la guardava, incapace di afferrare un pensiero che fosse al di là delle norme stabilite dallo stato: “Ha preso la testa di tua madre.”

Non si riferivano alle dimensioni del cranio di Olek che, nonostante la paffutezza, era ben proporzionato. Ciò che li preoccupava era il suo contenuto perché il bambino, nonostante gli sforzi dei genitori, non era come tutti i loro concittadini: amava porre domande e ciò, diciamolo chiaramente, era inammissibile.

“Cosa c’è al di là delle montagne?” Aveva chiesto un giorno mentre la madre lo portava a scuola. Lei si era fermata per strada, intralciando il traffico. Non sapendo cosa rispondere, aveva detto: “Le montagne non esistono, te le sei immaginate.”

“Ma sono lì!” Aveva protestato il figlio, indicando le cime coperte di neve ai confini della città.

“Io non le vedo.” La madre l’aveva tirato per un braccio e l’aveva spinto verso la scuola, sperando che non si mettesse a porre domande anche in classe.

A volte, nei momenti in cui Olek si rifiutava di obbedire senza chiedere ‘perché?’ al padre veniva un dubbio assai cupo: e se suo figlio fosse una spia mandata dal Nemico Straniero? Era un’ipotesi non poi così strampalata: le risorse dei loro nemici erano infinite, questo si sapeva. E un indizio era il fatto che Olek non sembrava mai accontentarsi delle spiegazioni date alle sue domande: desiderava sempre saperne di più, esattamente come avrebbe fatto una spia. Ad esempio quando aveva compiuto sei anni, il bambino aveva chiesto: “Ma se sono io a compiere gli anni, perché devo fare i complimenti al Supremo?” La famiglia era rimasta in silenzio, non sapendo se rispondere o ignorarlo. Una cosa era certa: non si poteva porre una domanda del genere davanti al ritratto del Supremo! La madre, per riparare al danno commesso, gridò: “Evviva la nostra nazione!” “Evviva!”, risposero tutti, lasciando il bambino nel limbo del dubbio.

Pulire le strade per la Parata Nazionale significava lavorare altre quattro ore dopo una giornata standard di nove ore in fabbrica, passata a costruire aggeggi moderni come i macinini da caffè (fabbrica della madre), o registratore di suono con cassetta a nastro (fabbrica del padre), o portacandele (fabbrica del figlio), insomma oggetti utili nel ventunesimo secolo, età di grandi scoperte tecnologiche, come l’altoparlante.

L’unica cosa che dispiaceva alla famiglia di Olek era di non aver nient’altro da offrire alla nazione, almeno per il momento. Ma non appena il bambino avesse raggiunto l’età giusta, l’avrebbero messo a disposizione dell’esercito del Supremo, sempre che Olek avesse smesso di porre domande imbarazzanti e avesse perso un po’ di quella sua ciccia sfacciata.

La famiglia lavorò per giorni, pulendo le strade con gli altri selezionati, cantando all’unisono l’Inno Nazionale fino a quando la voce non venne loro meno, per poi cantarlo in silenzio, bisbigliando. Il giorno della parata, una grande folla calpestò le strade ben lustrate, e l’intera famiglia si sentì orgogliosa di aver contribuito a quella celebrazione così importante. Acrobati si esibirono per tredici minuti esatti, seguiti dalla parata militare, seguita da dei cavalli ammaestrati che camminavano all’indietro.

Al termine, venne il momento tanto atteso da tutti i membri del pubblico: messi in riga e divisi in settori, fu dato loro l’ordine di piangere per quindici minuti per la perdita del Supremo, avvenuta anni addietro, forse molti anni addietro perché nessuno sapeva dire con precisione quando il Supremo fosse vissuto o quando fosse venuto a mancare; ciò che si sapeva era che la sua mancanza manteneva unificata la Nazione.

Il pubblico versò lacrime con sincera agonia mentre i soldati stavano sull’attenti, pronti a fustigare qualsiasi persona fosse passata dal pianto alle risa isteriche (a volte questo capitava, ed era un avvenimento difficile da gestire, poiché causava confusione). Era permesso anche chinarsi a terra e battere i pugni sul cemento ben pulito, con cautela, perché qualunque graffio causato dalla furia sarebbe stato responsabilità del cittadino e non dello stato.

Tutto il popolo si abbandonò a grida disperate, tranne Olek che, nascosto tra le varie file, si guardava intorno, incerto. Quando vide le lacrime e la disperazione sul volto di suo padre, gli tirò una manica e chiese: “Perché piangi?” Ciò andò a rimarcare il dubbio dell’uomo: solo un nemico poteva porre un quesito del genere e aspettarsi una risposta in un momento di cordoglio nazionale. “Dobbiamo piangere su lacrime versate, Olek. Devi farlo anche tu.”

“Ma perché?” Insistette il bambino.

Il padre cercò di nascondere il volto serio del figlio, per paura che qualcuno li vedesse e li accusasse di tradimento. “Perché è così”.

“Ma a me non viene.”

Preso dalla disperazione e per il bene del bambino, il padre gli diede un pizzico bello forte alla guancia paffuta, portando immediatamente le lacrime al volto del figlio. Ma era troppo tardi: una guardia aveva notato che c’era qualcosa che non andava e si era avvicinata. Dopo aver constatato che il bambino continuava a non piangere, l’aveva preso per un braccio e trascinato via con forza, lasciando il padre a disperarsi liberamente senza intralci.

Olek fu portato in uno stanzino per un interrogatorio gestito da ben quattro esponenti dell’esercito, ma quella sua mania di porre domande li lasciò alquanto spiazzati.

“Chi è il tuo unico Leader?” Chiese il Primo Ufficiale.

“Cos’è il leader?” Domandò a sua volta Olek.

“Sei stato mandato dal Nemico?” Chiese il Secondo Ufficiale.

“Quale nemico?”

“Stai cercando di distruggere la nostra nazione?”

“Cosa c’è al di là delle montagne?” Rispose Olek, convinto che questi ufficiali, essendo uomini di un certo calibro, avrebbero potuto rispondergli.

“Perché vuoi sapere cosa c’è al di là delle montagne? Stai cercando rifugio? Stai cercando di far passare il tuo esercito clandestino? O vuoi destabilizzare l’intera Nazione con delle frane? Hai dato il permesso ai tuoi sostenitori di nascondersi in caverne nelle montagne e attaccarci al tramonto? Nascondi armi nucleari? Sei stato tu a compromettere il nostro Programma Spaziale?”

Olek rimase in silenzio, perché prima di allora nessuno aveva mai risposto alle sue domande con altre domande. Era davvero spettacolare realizzare di non sapere così tante cose: c’era un intero universo di quesiti a sua disposizione! Ma prima che potesse chiedere altro, gli ufficiali lasciarono la stanza per riunirsi privatamente.

Gli uomini discussero a lungo sul da farsi; era evidente che quel bambino era una mina in carne e ossa, e ciò che potevano fare era: opzione a) farla detonare. Opzione b) disinnescarla. Opzione c) farla passare per qualcosa di innocuo. Optarono per la c) farla passare per qualcosa di innocuo.

Così due giorni più tardi, la famiglia di Olek venne trasferita nel Palazzo Nazionale e venne messa in scena una grande cerimonia, dove fu annunciato che erano stati trovati dei Diari Sacri del Supremo, e che in codesti c’era una profezia: un nuovo, giovane Supremo dalle guance paffute avrebbe preso il posto dell’altro Supremo proprio quell’anno. Colui avrebbe regnato sulla Grande Nazione fino alla fine dell’eternità. O fino a quando il Nemico non avesse invaso il paese.



-The End-

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