‘Si è messa di mezzo, per quello è andato tutto storto, ma io non c’entro’, avevo già la spiegazione adatta, e me la sono ripetuta come una filastrocca per ricordarmi esattamente le parole da usare, il tono giusto e anche il volume. Avevo subito deciso che non era il caso di gridare, perché Dio ha senz’altro un ottimo udito, altrimenti non avrebbe mai potuto sentire tutte le preghiere che gli ho inviato durante gli ultimi anni, da quando mi ha arruolata. Prima di allora, non avevo pensato mai al paradiso; ma negli ultimi tempi è diventato un punto di riferimento quotidiano, una stella che m’illumina il cammino attraverso il fumo che si alza nella mia mente quando cerco di bruciare pensieri vecchi, che non mi appartengono più, pensieri che risalgono a prima del mio incontro con Dio.
Non avendo niente da fare, passeggio avanti e indietro nella mia cella, aspettando che mi portino davanti a un giudice: mi darà la pena di morte che attendo con ansia, perché ormai ho compiuto il mio dovere e non mi resta nulla da fare. Mi hanno assegnato un avvocato, che si è seccato quando non ho voluto co-operare. È giovane, ha quasi cinque anni meno di me e, non avendo compiuto il mio stesso cammino, non può capire. Più passo il tempo con lui, più mi prende una smania di abbracciarlo, perché lo vedo perso, e voglio bisbigliargli in un orecchio di lasciar perdere, di arrendersi davanti al suo fallimento, perché non si può vincere contro Dio. Più crescono le sue insicurezze, più sale la mia voglia di arrivare al termine del processo, di vedere la forca, di salirci e mettermi il cappio al collo da sola, le mie mani guidate dalla Divina Provvidenza, per poi attendere la luce che mi accoglierà.
“Non ti lasceranno infilarti il cappio da sola”, mi ha detto l’avvocato quando gli ho spiegato quale fosse il mio ultimo desiderio. “E non ti metteranno neanche sulla forca. Qui c’è l’iniezione letale.”
Detto ciò, ha chiuso il suo quaderno e mi ha dato appuntamento al giorno successivo per la prima udienza. Si è alzato e ha aperto la porta ma, prima di andare via, si è girato a chiedermi: “Ti rendi conto di quello che hai fatto? Ragazzi giovani, con tutta la vita davanti.”
“Dovevano essere tutti maschi, ma quella ragazza si è messa di mezzo e ho colpito lei, che non c’entrava niente, e ho fallito.”
“Ma cosa diavolo pensavi di ottenere?” Mi ha chiesto, e il suo tono era diverso: non stava utilizzando più la sua voce d’avvocato. Era come se davvero fosse interessato a sapere quello che avevo da dire, e solo per questo motivo ho cercato di spiegarglielo: “Io sono una messaggera divina. Ho ricevuto un messaggio dal mio Dio. Ho fatto ciò che mi è stato richiesto dopo essermi preparata per quattro anni.”
“E cosa diceva questo messaggio?”
“Che dovevo uccidere dieci infedeli.”
“E perché secondo te il tuo dio ti avrebbe chiesto di fare qualcosa del genere?”
“Per mandare un messaggio al mondo. Che solo i fedeli possono sopravvivere.”
“Ma tu non sopravviverai.”
Un sorriso mi ha squarciato le labbra e, mentre gli spiegavo, ho sentito un’ebrezza salirmi in petto, un attimo d’estasi: “Ti sbagli. Io sopravviverò nel regno dei cieli.”
“Non so se io ti posso aiutare. Credo che questo processo sia al di là della mia portata.”
“Non devi farlo. Il mio Dio mi sta già aiutando.”
“A domani.”
Se n’è tornato a casa dalla sua ragazza, senz’altro ha la ragazza, e io sono stata riportata in cella. Sono rimasta a occhi aperti tutta la notte e, quando una delle guardie si è accorta che non dormivo, si è avvicinata e mi ha guardata a lungo. Poi mi ha chiesto: “Come puoi usare dio per giustificare quello che hai fatto?”
“Sei credente?” Le ho chiesto in risposta.
“Con ogni atomo del mio corpo.”
“E allora come puoi giustificare davanti a Dio quello che mi faresti se non ci fossero queste sbarre a separarci?”
La guardia mi ha guardata, incrociando le braccia sul suo petto ampio, ed è rimasta a lungo in silenzio. Poi si è avvicinata alle sbarre e ha sussurrato: “Dio approverebbe quello che ti farei per aver massacrato quei ragazzi.”
“Allora abbiamo qualcosa che ci accomuna: il mio Dio approva ciò che ho fatto, perché ho solo obbedito a un suo ordine. Sono solo una messaggera. Per cui, non posso portare alcuna colpa sulle mie spalle.”
La guardia ha fatto un passo indietro. Non era la prima volta che notavo come il mio Dio sapeva ravvivare gli istinti primordiali nella gente che m’incontrava. Ci ha creati così: siamo solo emozioni sotto questo strato sottile di pelle glabra.
“Ti farà male, lo sai? Sai come funziona, l’iniezione letale? Prima un liquido t’immobilizza per non farti reagire, e poi un altro di uccide, ma piano, molto lentamente e dicono che provochi un bruciore immenso. Sai perché? Così ti abitui alle fiamme dell’inferno.”
Ho scrollato le spalle. “Sarà solo un attimo, poi Dio mi accoglierà a braccia aperte perché gli sono rimasta fedele. Un attimo di dolore per un’eternità di gioia. Penso che chiunque sarebbe disposto a fare questo baratto.”
La guardia se n’è andata senza aggiungere altro. Ho notato che quando menziono ciò che vuole Dio, la gente spesso rimane senza parole. È questo il suo grande potere, e io sono solo un suo strumento: ma ne vado fiera.
Durante il processo, l’avvocato dell’accusa mi ha posto la domanda che attendevo e, di fronte a tutti, mi sono alzata in piedi, pronta ad annunciare come il mio Dio mi aveva contattata, ma mi hanno forzata a risedermi, facendomi bollire dalla rabbia. Però ho saputo comunque rispondere con freddezza.
“Signorina, dica, cosa intende dire quando afferma che Dio le ha chiesto di uccidere dieci infedeli?”
“Dio mi parla. Quando mi concentro, sento la sua voce chiarissima. E mi ha chiesto di prepararmi a una missione speciale, quattro anni fa. Mi ha detto di pregare e di continuare a farlo fino a che non sarebbe tornato a dirmi quale fosse la missione. Poi, una settimana fa, me l’ha comunicato. Mi ha detto di recarmi alla scuola musulmana e punire dieci infedeli con la morte, e che fossero tutti uomini perché in quella comunità la donna non conta. E così ho fatto.”
L’aula è rimasta in silenzio, e sapevo che Dio stava guidando i loro pensieri verso l’accettazione del fatto che la Sua parola non può essere contraddetta né contestata: nessuno al posto mio avrebbe potuto fare altrimenti.
“Non sono stata la prima”, ho spiegato. “Molti altri personaggi storici hanno ricevuto richieste simili. E abbiamo dovuto obbedire, come prova della nostra fede.”
“E cosa l’ha resa così certa del fatto che fosse la voce di Dio a parlarle?”
“Come hanno fatto i profeti antichi a dire altrettanto? Anche loro sono stati incompresi, ridicolizzati all’inizio, ma poi, con il senno dato dalla storia, hanno acquistato il rispetto che si erano meritati.”
Mi hanno riportata in cella, mentre la giuria ha dibattuto a lungo. Non capivo perché dovessero dibattere: sapevo che mi avrebbero dato la pena di morte, ed era solo una questione di poco tempo prima che Dio mi avrebbe accolta tra le sue braccia.
Dopo quasi due giorni è arrivato il momento. Mi hanno fatta mettere in piedi e io ho alzato le mani al cielo, con le braccia aperte, pregando ad alta voce mentre la giuria leggeva il suo verdetto, ma delle guardie mi hanno fatto abbassare le braccia e poi, poiché non la smettevo di pregare, mi hanno portata via, di nuovo in cella. Poco dopo è arrivato l’avvocato. Mi ha parlato attraverso le sbarre, senza che nessuno si procurasse di aprirgli la porta.
“Dimmi, quando morirò?” Ho chiesto.
“Non morirai.”
Sono rimasta in silenzio.
“Almeno non per il momento. Ti hanno dato l’ergastolo, passerai la tua vita rinchiusa non qui, ma in una prigione per malati di mente.” Nonostante il terrore che mi ha preso la gola, non ho potuto notare una scintilla di piacere nei suoi occhi. “Sono sicuro che ti divertirai, passando anni a chiedere spiegazioni al tuo dio.”
Non ha aggiunto altro e se n’è andato, mentre io mi sono sentita sprofondare in un precipizio di rabbia. Ho gridato, urlato, ho battuto le mani contro il muro e le sbarre, ho cercato di staccare il lavandino dalla parete, ho preso a calci il letto, e mi sono sbattuta contro il muro più e più volte, fino a che delle guardie non sono venute, mi hanno bloccata e mi hanno iniettato qualcosa nel braccio.
Quando mi sono svegliata, non ero più nella stessa cella, ma nella stanza dove mi trovo ora. Una volta al giorno qualcuno viene, mi slega la braccia e mi fa camminare in un giardino spoglio, poi mi riporta qui dentro. Quattro mura, nessuna possibilità di parlare con qualcuno o vedere fuori. Ho pregato Dio che venisse a consolarmi, a darmi una spiegazione, ma ancora non si è fatto vivo. E poi ho capito: ci sarà un’altra missione, e questa è la mia preparazione. Poiché non ho colpito uno dei miei bersagli, Dio mi vuole dare un’altra occasione per dimostrare che sono in grado di obbedirgli. Presto, molto presto, si farà vivo. E allora sarò pronta a eseguire il suo nuovo ordine, qualunque esso sia.
-The End-
Questo racconto è stato ispirato a una frase tratta da un libro di Terry Pratchett:
“Alcune delle cose più terribili al mondo sono fatte da persone che davvero pensano di agire per il bene di tutti, soprattutto quando c’è di mezzo qualche dio.”
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