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Racconto n.30: UNA FAVOLA PERFETTA

 

“Papino, raccontami una favola”, pregò Priscilla già in pigiama, prima di fare pipì.

“Papino è stanco”, rispose Gianni, che voleva solo sdraiarsi sul divano e dimenticare l’esistenza del mondo, distrutto da una giornata passata a interrogare studenti recalcitranti, ma la moglie gli lanciò un’occhiata infuocata. Gianni sapeva cosa significava: povera Priscilla, sempre ad aspettare che il suo papino avesse cinque minuti da passare insieme.

“Va bene”, acconsentì infine, sorridendo alla bambina che già lo aspettava in cameretta, fremendo dall’urgenza di fare pipì, ma determinata a puntare i piedi fino a quando papino non fosse stato pronto a raccontare qualcosa. “Vai in bagno”, le disse Gianni e poi iniziò a studiare i libri che sua figlia aveva sparso sul pavimento della cameretta.

“Che cosa vuoi che ti legga? Uno di quelli del dottor Seuss?”

“Ho detto una favola!” Strillò Priscilla seduta sul water.

“Va bene, allora cosa vuoi, la sirenetta? La bella addormentata? Cappuccetto? Ma quanti libri hai?”

Priscilla comparve sulla soglia tirandosi su i pantaloni del pigiamino. Sulle labbra aveva un piccolo sorriso diabolico. Gianni la guardò e pensò che a volte sua figlia gli incuteva un leggero timore.

“No. Ne voglio una nuova”, rispose la bambina.

“Ma devi fare la nanna, e ci vuole troppo tempo per inventarsi una favola…”

“Allora raccontami una nuova però uguale a quelle che so già.”

“Ma Priscilla! Come faccio?”

Priscilla saltò sul letto e incrociò le braccia borbottando: “Ti odio. Ti odio e non mi sei mai piaciuto.”

Gianni osservò la figlia, sapendo bene che quell’odio non si sarebbe sciolto se non con una sua capitolazione totale. “Va bene”, disse infine. “Vediamo un po’…”

La bambina si sistemò sotto le coperte e attese.

“Allora…”

“No, devi iniziare con ‘c’era una volta”, lo corresse la bambina. Gianni fece un sospiro, poi ricominciò:

“C’era una volta… Un infante che fu abbandonato da una fata in un bosco. Quell’infante era la figliastra di una Regina bellissima che aveva giurato di farla uccidere qualora si fosse tramutata in una ragazza più bella di lei. Quindi la fata l’aveva rapita e l’aveva protetta con un incantesimo: la giovane non si sarebbe svegliata fino a quando non avesse trovato qualcuno in grado di proteggerla dalla cattiveria della Regina. Passarono gli anni e la neonata crebbe cullata dalla corrente di un lago cupo e profondo. Crebbero i suoi lunghi capelli color rosso tramonto e la pelle si fece ogni giorno più candida, com’era di moda allora.

Un giorno, un bellissimo principe vestito di blu, come il suo sangue, stava cacciando vicino alle sponde del lago insieme al suo fedele compagno di giochi, il Gatto con gli Stivali. Presto il Gatto notò la barchetta sulla quale dormiva la giovane e richiamò l’attenzione del suo padrone. ‘Ottimo!’ Pensò il Principe Blu, ‘Basterà un bacio per farla svegliare e vivremo per sempre felici e contenti!’

Ma, aihmé, non fu così: dopo aver ricevuto il bacio, la giovane rimase avvolta nel suo sonno imperturbabile. Il Principe Blu provò ancora una volta, con più impeto, sentendosi già un po’ imbarazzato per aver fallito lì dove tutti i principi solitamente trionfavano. Il Gatto con gli Stivali gli indicò qualcosa nel bosco: il Principe alzò lo sguardo e notò uno Specchio Parlante appeso a uno degli alberi.

“State sprecando tempo”, disse lo Specchio non appena i due si avvicinarono. “L’unica cosa che la può svegliare è il canto di un tritone.”

“Che è un tritone?” Chiese il Principe. “Lo compro subito!”

“Un tritone è un sireno. Ciò che sto cercando di dirvi, vostra maestà, è che per svegliare questa giovane, dovete tramutarvi in una creatura marina e imparare a cantare.”

Il Gatto con gli Stivali era già pronto ad abbandonare la giovane su quella barchetta e tornare al castello, ma il Principe non seppe resistere al richiamo dell’avventura. Prima che potesse chiedere allo Specchio quale fosse il procedimento giusto per tramutarsi in tritone, quello si era già spento. Il Principe lo afferrò e lo scosse, ma non ottenne nulla.

“So io chi mi potrà aiutare!” Annunciò poi montando a cavallo e sollevando il Gatto per la collottola.

“Non ti è venuto in mente che se ti tramuti in qualcosa di marino, mi farai venire un certo appetito…?” Chiese il Gatto, ma il Principe lo ignorò.

Poco più tardi giunsero al castello di Mago Merlino. Prima che potessero spiegare il motivo della loro venuta, il mago annunciò: “Lo so già. Leggo il futuro. E anche il passato. Ma per tramutarti in tritone, l’unica cosa da fare è rubare la pozione magica da casa della Maga Circe.”

“E dove la trovo?”

“Nel labirinto del Minotauro”, spiegò Merlino dando loro una mappa con indicazioni dettagliate. I due di misero in viaggio immediatamente.

Il labirinto era molto diverso da come il Principe se lo aspettava: era delineato da alte siepi e a ogni angolo c’erano vecchie venditrici di mele avvelenate, che lui evitò con abilità mentre si addentrava nel dedalo. Seguendo delle briciole di pane raggiunse il centro in poco tempo, dove trovò una casetta di marzapane circondata da balocchi, tanti asinelli e tre porcellini grassottelli che aspettavano che qualcuno li facesse uscire dal loro recinto di paglia, di legno e di cemento.  Con la spada tratta, il Principe entrò nella casina cercando la Maga, ma all’interno trovò solo un caminetto acceso.

“Aiutaci! Facci uscire!” Lo pregarono due bambini magrissimi chiusi in gabbia, ma il Principe aveva già avvistato la boccetta che conteneva la pozione magica, e rispose:

“Non posso, questa è un’altra favola! Non confondiamoci le idee!”

Ma prima che potesse portare la boccetta alle labbra, un Grillo gli saltò sulla mano e intimò: “Se la bevi qui, soffocherai! Devi berla vicino a un lago così poi potrai tuffarti!”

Il Principe ripagò il Grillo con dei fagioli magici e si rimise in sella. Proprio in quel momento, la Maga Circe finalmente apparve zoppicando: qualcuno le aveva rubato una scarpetta di cristallo.

“Restituiscimi subito ciò che mi appartiene!” Gridò, ma il Principe diede uno strattone al cavallo e galoppò via: la Maga però non si arrese e iniziò a seguirlo lungo il labirinto, e poi nella foresta incantata.

A cavallo del suo Pegaso, il Principe prese il volo, passò attraverso la foresta e cavalcò oltre la fine dell’arcobaleno, fino a quando non tornò al lago dove la giovane addormentata riposava, con i suoi capelli che fluttuavano sull’acqua gelida.

Senza perdere tempo, il Principe prese il Gatto e lo legò a un albero: “È per il mio bene”, spiegò, e poi bevve la pozione. Prima che avesse il tempo di mettersi a posto i capelli spettinati dalla lunga galoppata, le sue gambe si riempirono di scaglie argentee e i suoi piedi si fusero in un’enorme pinna. Non attese oltre e si tuffò nell’acqua ghiacciata, dove si mise alla ricerca di qualcuno che gli insegnasse a cantare. Ma il lago era desolato, e abitato solo da lunghi pesci baffuti. Disperato, notò che in fondo a un avvallamento sabbioso giaceva una lampada. La raccolse, la sfregò e ne uscì subito il Genio, che accontentò il suo desiderio senza indugi.

Il Principe provò a cantare, e s’innamorò subito del suono della propria voce. Salì in superficie, dove nuotò fino a che non trovò la barcarola che conteneva la giovane. Ma proprio quando stava per salire a bordo, la Maga Circe apparve sulla sua scopa volante e si tuffò verso di lui, puntando la sua bacchetta magica, pronta a scagliargli contro una maledizione che l’avrebbe tramutato in rospo.

Il Gatto, lo Specchio, Pegaso e il Genio gridarono all’unisono: “Principe, canta! Canta!” E il Principe cantò.

L’effetto fu immediato: per sfuggire a quella terribile cacofonia, la Maga si puntò la bacchetta contro e sparì all’istante. Il Gatto, ancora legato all’albero, prese a dimenarsi con furia. E, finalmente, la giovane aprì gli occhi: come da copione s’innamorò del Principe all’istante. I due si baciarono e si abbracciarono, ma si accorsero presto di un piccolo problema: il Principe non era ancora tornato alla sua forma umana.

“C’è solo un modo per risolvere la questione”, disse lo Specchio Parlante. “La Principessa dovrà andare a trovare l’antidoto nel labirinto del Minotauro e dovrà portarlo al Principe.”

Il Principe sorrise alla giovane, anche se l’idea di rimanere in ammollo fino al suo ritorno non gli piaceva molto. La Principessa lo rassicurò: “Sarò di ritorno presto.”

“Fai attenzione!” La pregò il Principe, e si mise ad attendere. Ma non dovette attendere a lungo prima che la giovane tornasse e gli consegnasse l’antidoto.

“Ma ci hai messo poco!”

“Ci ho messo il tempo che ci vuole”, disse lei scrollando le spalle, tirando fuori un sacchetto di carta con dentro dei ciccioli ancora caldi. “Nel frattempo ho anche arrostito i tre porcellini, ho spazzato le briciole dal sentiero, ho scacciato la zingara con tutte le sue mele marce, ho lasciato andare quei bambini e gli ho fatto fare una cura ricostituente, ho tolto le impronte delle tue dita dallo Specchio e ho ritrovato la scarpetta di cristallo della Maga. Ora è tutto in ordine.”

Il Principe bevve la pozione e poi infilò la mano nel sacchetto di carta e si mangiò tutti i ciccioli, contento di aver fatto il suo dovere e di avere trovato una sposa così abile. Solo allora vissero tutti felici e contenti per sempre.”

Sulla stanza cadde una coltre di silenzio. Gianni spostò lo sguardo verso sua figlia, e vide che aveva chiuso le palpebre. Lentamente, si sollevò dal letto e spense la lampada. Prima di chiudere la porta, gli giunse la voce di Priscilla che, avvolta nel sonno, disse: “Grazie papino. Domani me ne devi raccontare un’altra.”

Gianni sospirò e chiuse la porta con il forte sospetto di aver appena firmato la propria condanna a mille e una storia.

The End


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