La voce dall’altra parte della linea suonava come un esattore delle tasse venuto a ritirare i nostri ultimi centesimi: glaciale, di un’indifferenza sanguigna.
“Ma c’è qualcosa che non va?” Chiese Elsa.
“Deve venire a parlare col dottore.”
Elsa posò la cornetta del telefono e mi fece un sorriso cieco, un sorriso che sul suo viso scarno mosse le labbra e nient’altro.
Pochi ore più tardi, seduti fianco a fianco nello studio del dottor Braghi, la sentenza ci venne servita come un pacchetto preparato, parole studiate e senza la minima speranza d’appello. Ci fu servita dal medico e dai numerosi diplomi appesi ai muri, dalle sue lauree e specializzazioni, che con tono indiscutibile confermavano che ogni parola dell’arrogante dottor Braghi era sostenuta da anni di ricerche e studi, che l’avevano posto all’apice di una catena di persone che hanno accesso alla verità, un gradino sopra ai veggenti e uno sotto a Dio.
“Si tratta di un tumore già esteso ai polmoni e al fegato, di quarto stadio, inoperabile.”
Ci fu un silenzio, e i miei occhi caddero sulle mani di Elsa, raccolte in grembo, il pollice che cercava di spianare le pieghe della pelle, spingendo via gli anni, come a scavare e trovare un angolo in cui le fosse possibile non ascoltare il resto di ciò che il dottore aveva da dire, un angolo di se stessa da giovane, lontana dallo studio e dal tumore di quarto grado.
Sarebbe stato doveroso rispettare quel momento vulnerabile e tacere a lungo, ma il dottore forse stava già pensando al prossimo paziente che attendeva fuori, e quindi proseguì: “Purtroppo non esiste un quinto grado, per cui io le consiglio un corso aggressivo di chemioterapia, che potrebbe allungarle la vita di qualche tempo. Però la decisione sta a lei, perché le condizioni di vita durante la chemioterapia sono dure… Basta che prendiate una decisione nei prossimi due o tre giorni e me lo facciate sapere. Ma…” aggiunse, e io sentii quel ‘ma’ bucarmi la pelle, come un’iniezione d’inesorabilità, “Stiamo parlando di sei mesi- otto al massimo.” Poi si rivolse a me: “Sua moglie avrà bisogno di tutto il sostegno possibile. Avete figli?” mi chiese, e io annuii, con fastidio, come se svelargli dettagli della nostra vita privata significasse darli in pasto al cancro che stava infuriando nei polmoni di Elsa.
Il dottore si alzò, allungando la mano per stringere quella di mia moglie. Quando si rese conto che la sua mente era ancora altrove, la tese a me, infiocchettando il discorso con un ‘Mi dispiace’ finale. Neanch’io gliela strinsi. Rimase a guardarmi con la mano tesa, e io la osservai, mentre mi sbocciava in testa il desiderio di tagliargliela via, di prendere un’accetta e reciderla dal braccio. “Si tratta di una lacerazione di quarto grado” avrei voluto dirgli, “Irreparabile, occorre che si faccia crescere un’altra mano.”
Mi domandai, che razza di persona decide di lavorare in oncologia? Quanto dev’essere spessa la sua pelle per sopportare momenti come questi, quando ogni giorno c’è da dare una sentenza di morte?
“Se avete delle domande…” aggiunse il dottore, e pensai che la sua pelle doveva essere spessa come il marmo, perché non svelava alcuna traccia di compassione o cordoglio. Probabilmente aveva frasi fatte per ogni occasione. Forse le distribuivano con il dottorato. “Per qualsiasi cosa, io sono qui.”
Mi scattò in aria il braccio, e sventolai la mano in aria come quando a scuola la maestra ci poneva dei quesiti e io volevo essere il primo a rispondere. Il dottore mi guardò come se avesse sopravvalutato il mio livello mentale. Forse pensò che avrebbe potuto fare una doppia diagnosi quel giorno, cancro nella signora e demenza senile nel marito. Doppio dei punti.
“Sì…?” Mi chiese, un esplicito permesso a porgli la mia domanda.
“Ha tracciato qualche oroscopo specifico?” Chiesi.
“Prego?”
“Non mi preghi. Le sto chiedendo se ha consultato un qualche oracolo. Una palla di cristallo… O un medium, sono pronto ad accettare qualsiasi prova.”
“Signor Mandelli, non capisco…”
Gli occhi di Elsa finalmente si sollevarono e si spostarono su di me, forse percependo la rabbia che aveva provocato un cambiamento nel nostro termostato di coppia, da sempre tiepido, senza grandi sbalzi di temperatura, ma che in quel momento era andato in ebollizione. Continuai: “Mi spiego: lei dice sei, otto mesi. E su cosa si basa questa condanna?”
“Signor Mandelli, condanna? Quale condanna, qui stiamo parlando di una diagnosi, purtroppo di una malattia terminale…”
“Terminale per lei che vuole azzeccarci.”
“Posso capire la sua incredulità…”
“Quanti pazienti come Elsa ha visto?”
“Non ho intenzione di discutere la mia carriera professionale.”
“La sua carriera non ha niente a che fare con noi. La risposta è che lei non ha mai visto nessuno come Elsa, perché ognuno è diverso.”
“Certo. Certo. Ora, se avete altre domande…”
La mia mano scattò in aria ancora una volta.
“Signor Mandelli, non occorre che alzi la mano ogni volta…”
“Vorrei sapere quante volte ci ha azzeccato con le diagnosi. Quante volte si è sbagliato?”
“Quasi mai.”
“Quasi mai. Cioè lei guarda gli esami, dice, lei morirà tra tre mesi, lei invece tra un annetto, e quelli in effetti muoiono dopo tre mesi o un anno. È così?”
“Più o meno.”
“E non le viene un senso di colpa per aver portato così tanta sfortuna?”
Il dottore mi guardò, poi gettò qualche riga su un foglietto, lo strappò e me lo consegnò: “Un calmante. L’aiuterà.”
Mi sfilai la penna dal taschino e rivoltai il foglietto, per poi disegnarci su un impiccato, come quello del giochino delle parole, ma che già dondolava dal cappio.
“Una forca. Ci si impicchi subito” conclusi consegnandoglielo, poi presi mia moglie per mano e la dovetti quasi trascinare via. Durante il tragitto verso casa non ci venne in mente nulla da dire che avrebbe potuto sanare quella giornata letale. Guidai lento come facevo sempre, senza dare nota ai gestacci di chi era bloccato dietro di me e aveva fretta. Stavo bollendo nella mia bile, ma l’età m’impediva di venir conquistato dalla rabbia come avrei fatto trent’anni prima. Era una rabbia calma, limitata dai miei acciacchi, ma inesorabile.
Prima di scendere dalla macchina annunciai: “Andremo a farci dare una seconda opinione.”
Elsa annuì.
Nostro figlio Davide ha 42 anni, due ex-mogli, e una bambina che non vede da quando è nata, perché la sua prima donna lo detesta. Nostra figlia Alessandra ne ha 45 e sta divorziando, dopo una separazione di quasi dieci anni. “Ho fatto un errore sposandomi. Mica vuol dire che devo continuare a soffrire tutta la vita.” Ci mancherebbe. Ma come mai così tanti errori? La gente oggi s’incontra, sta insieme, si sposa, fa figli, ma la nozione della coppia è ben diversa da quella che mi era stata insegnata da giovane. C’è una leggerezza nello stare insieme, nel tradirsi, nel lasciarsi, come se nulla davvero importasse. Nessuno si sente incatenato ad altri, ma questo sembra aver prodotto insicurezza, più che libertà. Hanno tutti biglietti per volare in qualsiasi angolo del mondo, ma nessuno sa bene dove atterrare, e così si continua a viaggiare, senza meta, senza coscienza, con compagni provvisori, rincorrendo un ideale di relazione, tanto ideale da non essere realizzabile.
Con Elsa non è mai stato così, e a volte mi domandavo se fossimo parte di un altro mondo, dove le cose che contano sono quelle che si hanno, non quelle che si vorrebbero avere. Ci sposammo quando avevamo diciannove anni, un matrimonio deciso dai nostri genitori, ma l’unione non avvenne allora: l’unione vera avvenne molti anni dopo, nella vecchiaia, perché dopo così tanto tempo i confini tra due persone diventano offuscati. E allora quando girava la testa a Elsa, ero io a cascare. E se lei aveva solo sei mesi di vita, avrei dovuto far preparare due bare, identiche, magari unite, una bara matrimoniale, intima, nella quale avremmo potuto passare l’eternità a riraccontarci gli episodi della nostra vita che ci eravamo scordati.
Avrei dovuto contattare l’avvocato, rivedere il testamento e tutto il resto… Come si prepara il proprio funerale? Poi la rabbia che era nata nello studio del dottore mi fermò. E che diavolo. Volevo forse lasciare che il dottore servisse una sentenza anche a me?
“Vado a fare due passi” annunciai a Elsa che, dal ritorno, era rimasta seduta sul divano studiando il calendario, immobile come una bambola di gesso, già cercando di capire a quali compleanni non sarebbe riuscita a partecipare, contando i mesi per vedere se sarebbe arrivata a Natale.
Una volta fuori, chiamai mia cugina Adele, che lavorava nell’ospedale di un’altra città. “Ho un favore strano da chiederti. Ho bisogno di un dottore…”
“Che genere?”
“Non importa, fammi finire. Ho bisogno di un dottore che si faccia corrompere.”
Dall’altra parte del telefono ci fu un acuto silenzio.
“Aspetta che chiudo la porta.” E poi tornò ad ascoltarmi.
“Una cosa innocente, ma ho bisogno di un dottore che sappia dire una bugia.”
“Forse conosco qualcuno.”
Due giorni più tardi mi ricevette un certo dottor Norini, amico di mia cugina. Si occupava di pediatria, cosa che mi sembrò ideale.
Lo studio era caotico, fuori c’erano neonati che piangevano, dentro giocattoli sparsi sul pavimento, alcuni con attaccati pezzetti di Plasmon e saliva. Il dottor Norini mi sorrise come se avesse tutto il pomeriggio a mia disposizione.
“Non mi capitano mai pazienti sopra ai 10 anni”, esordì.
“Non è per me. È per mia moglie.”
“Una sposa bambina?” Rise.
“Solo mentalmente. Senta… Le voglio chiedere un favore. Sono pronto a firmare qualsiasi dichiarazione di esonero di responsabilità, se lo desidera.”
Il dottor Norini continuò a sorridere. “Responsabilità per che cosa?”
“Per quello che dovrà fare per me.”
Quando finii di spiegare, il dottore rimase a guardarsi le mani in silenzio. “Al di là delle complicazioni legali, quello che lei mi sta chiedendo di fare è poco etico.”
“Non è per niente etico” lo corressi. “Ma a questo punto, cosa abbiamo da perdere? Elsa non verrà a farle causa dall’aldilà. Lo sapremo solo io e lei.”
Tre giorni più tardi, io ed Elsa ci infilammo in macchina e tornammo in ospedale. Il dottor Norini aveva preso in prestito lo studio di un collega, cosa essenziale per mantenere almeno un’ombra di serietà agli occhi di mia moglie, che però era ancora così immersa nel suo turbamento che forse non avrebbe notato nulla di strano se l’avessi fatta entrare nello studio di un pediatra.
“Ma chi è questo dottore?” Mi sussurrò entrando.
“Un esperto di cancro ai polmoni.”
Poi il dottor Norini ci fece accomodare in uno studio asettico, ordinato, asciutto, dove tra da un oggetto e l’altro riverberava la certezza che colui che sedeva al di là della scrivania possedeva la speranza tra le mani.
“Elsa – posso darti del tu, va bene?” Esordì il dottore, e mia moglie rispose con un cenno del capo. “Ho riveduto i risultati degli esami e devo dire che sono in disaccordo completo con la diagnosi fatta dal mio collega. Mi sono anche preso la libertà di consultarmi con il dottor Isreal, che lavora a Chicago e si occupa di tumori incurabili. Ebbene né io né lui ci sentiamo in grado di dirti che il tuo sia un caso grave.”
Elsa si voltò a guardarmi confusa, poi si rivolse al dottore: “Ma il mio è un caso terminale… Così mi ha detto il dottor… Come si chiamava?”
“Vedi Elsa, un medico guarda le immagini di una radiografia, i risultati degli esami del sangue, e li paragona agli altri pazienti che ha avuto. Se la maggior parte dei suoi pazienti con risultati simili sono morti entro sei mesi, la cosa migliore da fare è dirti che anche tu cadi in quella categoria. Ma io ho pazienti diversi, e ho avuto risultati diversi, molto positivi nella maggior parte dei casi.”
“Cosa significa?” Chiese Elsa, caduta nuovamente nell’incertezza.
“Fai il corso di chemioterapia prescritto, ma tieni a mente che l’80% dei miei pazienti si è ripreso quasi del tutto.”
“Il dottore che abbiamo visto mi aveva dato sei mesi…”
“Sei mesi? Di cosa?”
“Di vita.”
Il dottor Norini mise in gioco tutta l’affabilità che probabilmente lo rendeva irresistibile agli occhi dei suoi piccoli pazienti, e scoppiò in una sonora risata. “Elsa, devi essere capitata nelle mani di un cupo pessimista. Mi dispiace dirlo, ma a meno che tu non abbia intenzione di prenderti qualche malattia grave, non vedo proprio alcun motivo per il quale preoccuparsi.”
Tornammo a casa ed Elsa mi studiò il viso a lungo, mentre io mi sedetti sul divano a guardare la TV, fingendo una tranquillità che non sentivo. Pensai che mi avrebbe fatto qualche domanda, stanando l’elaborata bugia che avevo messo in scena. Invece si è sistemata di fianco a me e mi ha posato la testa sulla spalla.
“Buona notizia, no?” Ho detto, e lei mi ha sorriso.
È passato un mese dalla visita al dottor Norini. Elsa ha iniziato il corso di chemioterapia ma non siamo più tornati dal primo dottore. Non so quale sarà il prossimo passo. Non so se la mia bugia avrà un effetto placebo così forte da far svanire la sentenza che ci era stata consegnata. Ma nel frattempo, Elsa ha smesso di contare i giorni sul calendario, e ieri mi ha chiesto se, una volta finito questo ciclo di chemio, possiamo iniziare a pensare al Natale, perché sarebbe bello passarlo al caldo.
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