Archivi autore: Sara Bovolenta

Racconto n.54: UN’INIEZIONE DI SPERANZA

La voce dall’altra parte della linea suonava come un esattore delle tasse venuto a ritirare i nostri ultimi centesimi: glaciale, di un’indifferenza sanguigna.

“Ma c’è qualcosa che non va?” Chiese Elsa.

“Deve venire a parlare col dottore.”

Elsa posò la cornetta del telefono e mi fece un sorriso cieco, un sorriso che sul suo viso scarno mosse le labbra e nient’altro.

Pochi ore più tardi, seduti fianco a fianco nello studio del dottor Braghi, la sentenza ci venne servita come un pacchetto preparato, parole studiate e senza la minima speranza d’appello. Ci fu servita dal medico e dai numerosi diplomi appesi ai muri, dalle sue lauree e specializzazioni, che con tono indiscutibile confermavano che ogni parola dell’arrogante dottor Braghi era sostenuta da anni di ricerche e studi, che l’avevano posto all’apice di una catena di persone che hanno accesso alla verità, un gradino sopra ai veggenti e uno sotto a Dio.

“Si tratta di un tumore già esteso ai polmoni e al fegato, di quarto stadio, inoperabile.”

Ci fu un silenzio, e i miei occhi caddero sulle mani di Elsa, raccolte in grembo, il pollice che cercava di spianare le pieghe della pelle, spingendo via gli anni, come a scavare e trovare un angolo in cui le fosse possibile non ascoltare il resto di ciò che il dottore aveva da dire, un angolo di se stessa da giovane, lontana dallo studio e dal tumore di quarto grado.

Sarebbe stato doveroso rispettare quel momento vulnerabile e tacere a lungo, ma il dottore forse stava già pensando al prossimo paziente che attendeva  fuori, e quindi proseguì: “Purtroppo non esiste un quinto grado, per cui io le consiglio un corso aggressivo di chemioterapia, che potrebbe allungarle la vita di qualche tempo. Però la decisione sta a lei, perché le condizioni di vita durante la chemioterapia sono dure…  Basta che prendiate una decisione nei prossimi due o tre giorni e me lo facciate sapere. Ma…” aggiunse, e io sentii quel ‘ma’ bucarmi la pelle, come un’iniezione d’inesorabilità, “Stiamo parlando di sei mesi- otto al massimo.” Poi si rivolse a me: “Sua moglie avrà bisogno di tutto il sostegno possibile. Avete figli?” mi chiese, e io annuii, con fastidio, come se svelargli dettagli della nostra vita privata significasse darli in pasto al cancro che stava infuriando nei polmoni di Elsa.

Il dottore si alzò, allungando la mano per stringere quella di mia moglie. Quando si rese conto che la sua mente era ancora altrove, la tese a me, infiocchettando il discorso con un ‘Mi dispiace’ finale. Neanch’io gliela strinsi. Rimase a guardarmi con la mano tesa, e io la osservai, mentre mi sbocciava in testa il desiderio di tagliargliela via, di prendere un’accetta e reciderla dal braccio. “Si tratta di una lacerazione di quarto grado” avrei voluto dirgli, “Irreparabile, occorre che si faccia crescere un’altra mano.”

Mi domandai, che razza di persona decide di lavorare in oncologia? Quanto dev’essere spessa la sua pelle per sopportare momenti come questi, quando ogni giorno c’è da dare una sentenza di morte?

“Se avete delle domande…” aggiunse il dottore, e pensai che la sua pelle doveva essere spessa come il marmo, perché non svelava alcuna traccia di compassione o cordoglio. Probabilmente aveva frasi fatte per ogni occasione. Forse le distribuivano con il dottorato. “Per qualsiasi cosa, io sono qui.”

Mi scattò in aria il braccio, e sventolai la mano in aria come quando a scuola la maestra ci poneva dei quesiti e io volevo essere il primo a rispondere. Il dottore mi guardò come se avesse sopravvalutato il mio livello mentale. Forse pensò che avrebbe potuto fare una doppia diagnosi quel giorno, cancro nella signora e demenza senile nel marito. Doppio dei punti.

“Sì…?” Mi chiese, un esplicito permesso a porgli la mia domanda.

“Ha tracciato qualche oroscopo specifico?” Chiesi.

“Prego?”

“Non mi preghi. Le sto chiedendo se ha consultato un qualche oracolo. Una palla di cristallo… O un medium, sono pronto ad accettare qualsiasi prova.”

“Signor Mandelli, non capisco…”

Gli occhi di Elsa finalmente si sollevarono e si spostarono su di me, forse percependo la rabbia che aveva provocato un cambiamento nel nostro termostato di coppia, da sempre tiepido, senza grandi sbalzi di temperatura, ma che in quel momento era andato in ebollizione. Continuai: “Mi spiego: lei dice sei, otto mesi. E su cosa si basa questa condanna?”

“Signor Mandelli, condanna? Quale condanna, qui stiamo parlando di una diagnosi, purtroppo di una malattia terminale…”

“Terminale per lei che vuole azzeccarci.”

“Posso capire la sua incredulità…”

“Quanti pazienti come Elsa ha visto?”

“Non ho intenzione di discutere la mia carriera professionale.”

“La sua carriera non ha niente a che fare con noi. La risposta è che lei non ha mai visto nessuno come Elsa, perché ognuno è diverso.”

“Certo. Certo. Ora, se avete altre domande…”

La mia mano scattò in aria ancora una volta.

“Signor Mandelli, non occorre che alzi la mano ogni volta…”

“Vorrei sapere quante volte ci ha azzeccato con le diagnosi. Quante volte si è sbagliato?”

“Quasi mai.”

“Quasi mai. Cioè lei guarda gli esami, dice, lei morirà tra tre mesi, lei invece tra un annetto, e quelli in effetti muoiono dopo tre mesi o un anno. È così?”

“Più o meno.”

“E non le viene un senso di colpa per aver portato così tanta sfortuna?”

Il dottore mi guardò, poi gettò qualche riga su un foglietto, lo strappò e me lo consegnò: “Un calmante. L’aiuterà.”

Mi sfilai la penna dal taschino e rivoltai il foglietto, per poi disegnarci su un impiccato, come quello del giochino delle parole, ma che già dondolava dal cappio.

“Una forca. Ci si impicchi subito” conclusi consegnandoglielo, poi presi mia moglie per mano e la dovetti quasi trascinare via. Durante il tragitto verso casa non ci venne in mente nulla da dire che avrebbe potuto sanare quella giornata letale. Guidai lento come facevo sempre, senza dare nota ai gestacci di chi era bloccato dietro di me e aveva fretta. Stavo bollendo nella mia bile, ma l’età m’impediva di venir conquistato dalla rabbia come avrei fatto trent’anni prima. Era una rabbia calma, limitata dai miei acciacchi, ma inesorabile.

Prima di scendere dalla macchina annunciai: “Andremo a farci dare una seconda opinione.”

Elsa annuì.

Nostro figlio Davide ha 42 anni, due ex-mogli, e una bambina che non vede da quando è nata, perché la sua prima donna lo detesta. Nostra figlia Alessandra ne ha 45 e sta divorziando, dopo una separazione di quasi dieci anni. “Ho fatto un errore sposandomi. Mica vuol dire che devo continuare a soffrire tutta la vita.” Ci mancherebbe. Ma come mai così tanti errori? La gente oggi s’incontra, sta insieme, si sposa, fa figli, ma la nozione della coppia è ben diversa da quella che mi era stata insegnata da giovane. C’è una leggerezza nello stare insieme, nel tradirsi, nel lasciarsi, come se nulla davvero importasse. Nessuno si sente incatenato ad altri, ma questo sembra aver prodotto insicurezza, più che libertà. Hanno tutti biglietti per volare in qualsiasi angolo del mondo, ma nessuno sa bene dove atterrare, e così si continua a viaggiare, senza meta, senza coscienza, con compagni provvisori, rincorrendo un ideale di relazione, tanto ideale da non essere realizzabile.

Con Elsa non è mai stato così, e a volte mi domandavo se fossimo parte di un altro mondo, dove le cose che contano sono quelle che si hanno, non quelle che si vorrebbero avere. Ci sposammo quando avevamo diciannove anni, un matrimonio deciso dai nostri genitori, ma l’unione non avvenne allora: l’unione vera avvenne molti anni dopo, nella vecchiaia, perché dopo così tanto tempo i confini tra due persone diventano offuscati. E allora quando girava la testa a Elsa, ero io a cascare. E se lei aveva solo sei mesi di vita, avrei dovuto far preparare due bare, identiche, magari unite, una bara matrimoniale, intima, nella quale avremmo potuto passare l’eternità a riraccontarci gli episodi della nostra vita che ci eravamo scordati.

Avrei dovuto contattare l’avvocato, rivedere il testamento e tutto il resto… Come si prepara il proprio funerale? Poi la rabbia che era nata nello studio del dottore mi fermò. E che diavolo. Volevo forse lasciare che il dottore servisse una sentenza anche a me?

“Vado a fare due passi” annunciai a Elsa che, dal ritorno, era rimasta seduta sul divano studiando il calendario, immobile come una bambola di gesso, già cercando di capire a quali compleanni non sarebbe riuscita a partecipare, contando i mesi per vedere se sarebbe arrivata a Natale.

Una volta fuori, chiamai mia cugina Adele, che lavorava nell’ospedale di un’altra città. “Ho un favore strano da chiederti. Ho bisogno di un dottore…”

“Che genere?”

“Non importa, fammi finire. Ho bisogno di un dottore che si faccia corrompere.”

Dall’altra parte del telefono ci fu un acuto silenzio.

“Aspetta che chiudo la porta.” E poi tornò ad ascoltarmi.

“Una cosa innocente, ma ho bisogno di un dottore che sappia dire una bugia.”

“Forse conosco qualcuno.”

Due giorni più tardi mi ricevette un certo dottor Norini, amico di mia cugina. Si occupava di pediatria, cosa che mi sembrò ideale.

Lo studio era caotico, fuori c’erano neonati che piangevano, dentro giocattoli sparsi sul pavimento, alcuni con attaccati pezzetti di Plasmon e saliva. Il dottor Norini mi sorrise come se avesse tutto il pomeriggio a mia disposizione.

“Non mi capitano mai pazienti sopra ai 10 anni”, esordì.

“Non è per me. È per mia moglie.”

“Una sposa bambina?” Rise.

“Solo mentalmente. Senta… Le voglio chiedere un favore. Sono pronto a firmare qualsiasi dichiarazione di esonero di responsabilità, se lo desidera.”

Il dottor Norini continuò a sorridere. “Responsabilità per che cosa?”

“Per quello che dovrà fare per me.”

Quando finii di spiegare, il dottore rimase a guardarsi le mani in silenzio. “Al di là delle complicazioni legali, quello che lei mi sta chiedendo di fare è poco etico.”

“Non è per niente etico” lo corressi. “Ma a questo punto, cosa abbiamo da perdere? Elsa non verrà a farle causa dall’aldilà. Lo sapremo solo io e lei.”

Tre giorni più tardi, io ed Elsa ci infilammo in macchina e tornammo in ospedale. Il dottor Norini aveva preso in prestito lo studio di un collega, cosa essenziale per mantenere almeno un’ombra di serietà agli occhi di mia moglie, che però era ancora così immersa nel suo turbamento che forse non avrebbe notato nulla di strano se l’avessi fatta entrare nello studio di un pediatra.

“Ma chi è questo dottore?” Mi sussurrò entrando.

“Un esperto di cancro ai polmoni.”

Poi il dottor Norini ci fece accomodare in uno studio asettico, ordinato, asciutto, dove tra da un oggetto e l’altro riverberava la certezza che colui che sedeva al di là della scrivania possedeva la speranza tra le mani.

“Elsa – posso darti del tu, va bene?” Esordì il dottore, e mia moglie rispose con un cenno del capo. “Ho riveduto i risultati degli esami e devo dire che sono in disaccordo completo con la diagnosi fatta dal mio collega. Mi sono anche preso la libertà di consultarmi con il dottor Isreal, che lavora a Chicago e si occupa di tumori incurabili. Ebbene né io né lui ci sentiamo in grado di dirti che il tuo sia un caso grave.”

Elsa si voltò a guardarmi confusa, poi si rivolse al dottore: “Ma il mio è un caso terminale… Così mi ha detto il dottor… Come si chiamava?”

“Vedi Elsa, un medico guarda le immagini di una radiografia, i risultati degli esami del sangue, e li paragona agli altri pazienti che ha avuto. Se la maggior parte dei suoi pazienti con risultati simili sono morti entro sei mesi, la cosa migliore da fare è dirti che anche tu cadi in quella categoria. Ma io ho pazienti diversi, e ho avuto risultati diversi, molto positivi nella maggior parte dei casi.”

“Cosa significa?” Chiese Elsa, caduta nuovamente nell’incertezza.

“Fai il corso di chemioterapia prescritto, ma tieni a mente che l’80% dei miei pazienti si è ripreso quasi del tutto.”

“Il dottore che abbiamo visto mi aveva dato sei mesi…”

“Sei mesi? Di cosa?”

“Di vita.”

Il dottor Norini mise in gioco tutta l’affabilità che probabilmente lo rendeva irresistibile agli occhi dei suoi piccoli pazienti, e scoppiò in una sonora risata. “Elsa, devi essere capitata nelle mani di un cupo pessimista. Mi dispiace dirlo, ma a meno che tu non abbia intenzione di prenderti qualche malattia grave, non vedo proprio alcun motivo per il quale preoccuparsi.”

 Tornammo a casa ed Elsa mi studiò il viso a lungo, mentre io mi sedetti sul divano a guardare la TV, fingendo una tranquillità che non sentivo. Pensai che mi avrebbe fatto qualche domanda, stanando l’elaborata bugia che avevo messo in scena. Invece si è sistemata di fianco a me e mi ha posato la testa sulla spalla.

“Buona notizia, no?” Ho detto, e lei mi ha sorriso.

 È passato un mese dalla visita al dottor Norini. Elsa ha iniziato il corso di chemioterapia ma non siamo più tornati dal primo dottore. Non so quale sarà il prossimo passo. Non so se la mia bugia avrà un effetto placebo così forte da far svanire la sentenza che ci era stata consegnata. Ma nel frattempo, Elsa ha smesso di contare i giorni sul calendario, e ieri mi ha chiesto se, una volta finito questo ciclo di chemio, possiamo iniziare a pensare al Natale, perché sarebbe bello passarlo al caldo.

tardi

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Racconto n.53: PERDONO

Mia madre, che si definisce un’atea belligerante, dice sempre: ‘Non ti fidare di chi va a messa, perché chi pensa di poter essere perdonato per qualsiasi cosa con un padre nostro non ha più bisogno di una coscienza.’ E lei scriverebbe ‘padre nostro’ strettamente con lettere minuscole. Non ho ereditato il suo desiderio di bruciare le chiese, perché ne apprezzo la struttura architettonica e, generalmente, non mi piace fare di tutte le erbe un fascio. Ma ora mi domando se non abbia ragione. Fatemi spiegare.

La vicenda riguarda i due figli della nostra vicina di casa, soprannominata da mia madre ‘la signora Avemariapienadigrazia’. I ragazzi, di ventuno e diciannove anni, si chiamano Pietro e Matteo, per rimanere in tema. La signora Avemariapienadigrazia non ha mai amato sgridare i suoi due angeli, per paura di reprimere la loro personalità, o la loro arroganza, che dir si voglia.

Mio figlio Alessandro, di diciasette anni, ha sempre sofferto per mano dei due fratelli fin dall’asilo, e poi alle elementari, dove si procurarono di etichettarlo come sfigato, un’etichetta che è ancora attaccata alla sua figura slanciata ma fragile. ‘Sfigato’, ‘gay’ e ‘ritardato’ sono solo alcuni dei sassi che da anni si porta nelle scarpe. Il fatto poi che sia davvero gay non aiuta le cose, non perché ci sia qualcosa di sbagliato nell’essere omosessuale, ma perché c’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato in una società che si ostina a usare chi ne è a margini come simbolo del ‘peccato’. Ma il peccato è un concetto soggettivo.

Quando i nomignoli hanno smesso di soddisfarli, sono passati a dispetti sempre più coloriti, fino a quando non gli hanno distrutto il motorino. Non abbiamo prove che siano stati loro e non li si può denunciare ma, checché ne dicano, non siamo dementi. Chi altro proverebbe gusto a fare un dispetto del genere? Ma se l’autostima di Alessandro è difficile da far risbocciare, almeno alla distruzione del motorino c’è rimedio; pensavo di comprarne un altro e dimostrare che le loro trovate meschine sono al di sotto della nostra considerazione, ma mio figlio mi ha detto: “Mamma, compriamo una bicicletta anziché il motorino. Almeno la possiamo mettere nel cortiletto la notte e non dobbiamo lasciarla fuori.” Il nostro cortile è un angolo cementato di circa un metro quadro per due, e la bici l’abbiamo infilata in piedi, contro al muro, con orrore della nostra cagnolina, che risiede sul metro quadro e lo considera il suo palazzo.

Durante gli anni ho avuto diversi colloqui con la signora Avemaria, ma nessuno ha maturato frutti, poiché la sua risposta è sempre stata la stessa: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.” Come ribattere a tanto acume?

“Sbattile un crocifisso in testa fino a quando non insegna agli apostoli infernali un attimo di rispetto” sbotta mia madre ogni volta che gliene parlo, ma non ho crocifissi a portata di mano. ‘Gli apostoli infernali’ è il suo soprannome per Pietro e Matteo. Così tiriamo avanti da anni, sperando ogni giorno che un arcangelo venga a bussare alla loro porta e li prenda a sberle o, più realisticamente, che cambino casa e vadano ad abitare nel loro paese dei sogni, senza persone al di sotto della loro stima. Ma penso che si annoierebbero troppo.

Poi, si è raggiunto l’apice, e da un apice si può solo precipitare.

Ieri sera la nostra cagnolina Penelope è sparita. Ormai è anzianotta e non è il tipo di cane che scappa e se ne va a fare quattro passi in libertà. Per farla uscire a volte occorre ricattarla, e se ne è obbligata, poi è capace di tenere il muso per ore per rimarcare il tradimento subito. Forse ha assorbito la personalità di Alessandro, ma è una cagnolina diffidente che non ama gli sconosciuti, e che ha il terrore dei temporali. Per questo, quando siamo tornati a casa e non l’abbiamo vista, ci siamo preoccupati: Penelope non sarebbe mai andata da nessuna parte sotto la pioggia. Siamo subito partiti in missione speciale per rintracciarla ma, neanche a farlo apposta, ha iniziato a tuonare e il cielo ha scaricato elettricità e lenzuola di pioggia che rendevano il solo guidare un rischio. Dopo più di un’ora passata a setacciare le strade del paese, ci siamo arresi e siamo tornati a casa, sperando che qualche anima generosa l’avesse accolta e protetta dal temporale; l’alternativa, il saperla a guaire sotto i tuoni, era forse ancora più dolorosa per noi che non per lei.

Questa mattina piove ancora ma la furia del temporale sembra essere scemata. Sono già pronta per riprendere le ricerche, ma alle sei e trenta suona il citofono: è il Bassiani, il guardiano del cimitero, un ometto senza denti con gli occhi venati di rosso da un bere senza tregua. Ai suoi piedi c’è Penelope, viva ma tremante, col corpicino reso scheletrico dal pelo schiacciato dall’acqua e la coda tra le gambe. Ci guarda con quei suoi occhi neri enormi. Il Bassiani si rivolge ad Alessandro con tono accusatorio: “Sono andato ad aprire i cancelli del camposanto stamattina e ce l’ho trovata lì, la vostra cagnolina, legata al cancello, tutta bagnata. Ma si può sapere cosa vi è venuto in mente di lasciarla lì? È questo il modo di abbandonare un animale?”

Senza aspettare una spiegazione, il Bassiani mette la corda che aveva usato come guinzaglio in mano a mio figlio e se ne va. Non so se intendesse dire che c’è un modo migliore di abbandonare un animale, e che avremmo dovuto essere più astuti ma, in ogni caso, non abbiamo il tempo di ribattere.

Alessandro, col passare degli anni, ha dovuto imparare a difendersi e si è fatto una pelle dura contro commenti perfidi, ma Penelope non è in grado di far molto, se non sventolare la coda. L’uomo classifica l’intelligenza degli animali a seconda del rapporto che riescono a stabilire con lui: i cani sono più svegli dei serpenti, i gatti hanno più acume delle farfalle, i delfini sono più intelligenti degli squali. Le scimmie poi, che assomigliano molto all’uomo, sono addirittura straordinarie. Contrariamente a questo criterio, io credo che il cane sia l’animale più stupido al mondo: solo uno stolto può fidarsi dell’uomo così ciecamente, solo uno stupido si affida a un essere che userebbe un animale per fare del male a qualcuno. Saremo anche al vertice della catena alimentare, ma durante la scalata abbiamo sviluppato un certo amore per il sadismo. Forse dovremmo tornare qualche gradino più in basso, sotto agli avvoltoi. O forse più in basso ancora: gli animali non avrebbero mai bisogno di chiedere perdono.

Alessandro asciuga Penelope con uno straccio, e rimane in silenzio. Li guardo ed è come se i due fossero uno, entrambi incapaci di reagire ai dispetti se non con qualche morso innocuo. Forse dovremmo cambiare casa, cambiare paese, cambiare regione, ma mio marito ha un negozio di ferramenta che ha ereditato da suo padre, difficile da sostituire. Anni di clientela fissa sono più importanti dei piccoli problemi che deve affrontare un ragazzino per mano di due cretini, o di un cane costretto a passare la notte sotto un temporale.

Non so se raccontare il tutto a mia madre, ho paura che faccia cadere sette piaghe sulla villetta dei nostri vicini.

Che siano stati Pietro e Matteo non c’è dubbio: anche dal video della telecamera di sicurezza si distinguono chiaramente i loro volti, alle 19:31, quando sono venuti e hanno fatto uscire Penelope dal cortiletto per portarsela dietro. I due sanno perfettamente che Penelope ha il terrore del temporale, perché la sentono guaire per ore appena il cielo inizia a borbottare gravido di tuoni. Andare dalla signora Avemaria non servirebbe, visto che a sentire lei non abbiamo pietre da scagliare, pieni di peccato come siamo.

Quando alla fine cedo e racconto l’accaduto a mia madre, per giorni va avanti a dire: “Non possiamo accettare queste cazzate… Dobbiamo denunciarli!”

“Denunciarli per cosa? Non le hanno fatto niente, possono dire che l’hanno portata a spasso e lei è scappata via, e qualcun altro l’ha legata… E comunque non è un reato!”

Quando alla fine mi viene in mente un’idea, non la confido a nessuno, per paura che qualcuno mi faccia notare che ho perso la ragione. Nella mia minuscola follia, usando il video che ritrae Pietro e Matteo riesco a scattare delle foto dove i due si vedono chiaramente ritratti, e li salvo sul computer. Non ho mai usato Facebook in vita mia, ma non sono del tutto ritardata. Mi iscrivo con un nominativo falso e poi creo una pagina che chiamo ‘Chiedi perdono a noi’. Poi ci metto sopra la foto dei due ragazzi, con una piccola nota introduttiva:

“Questi due ragazzi sono stati visti abbandonare un cane sotto la pioggia dopo averlo rubato ai suoi padroni. Se pensate che debbano essere pubblicamente umiliati fino a quando non chiederanno scusa, fate girare questa foto”

E poi la incollo su tutte le pagine che vedo, come ricordo di aver visto fare a mio figlio: la incollo su pagine che lui segue, e anche pagine che non c’entrano niente con lui. Qualcuno risponderà. Spengo il computer e torno alle mie vicende con lo stomaco che mi vibra dall’emozione. Poi iniziano a emergere i timori: magari ora si vendicheranno su Alessandro. Oppure la prossima volta mi scuoiano Penelope. Torno subito al computer per cancellare il tutto, togliere la foto e ricominciare. Vado sulla pagina che ho creato, e vedo che la foto è stata già condivisa 300 volte. 300 volte! E il numero continua a salire. 460, 890, 1560! È capace di arrivare agli apostoli infernali prima di cena, se continua così. Non so bene cosa fare e rimango attaccata al monitor tutto il pomeriggio, mentre il conteggio sale. Alessandro torna dalla biblioteca e mi chiede spiegazioni: tutti i suoi compagni l’hanno già vista.

Scrollo le spalle. “Ho pensato che l’unica cosa efficace che possiamo fare è un’umiliazione pubblica” spiego. Alessandro mi guarda incerto.

“Facebook ti bloccherà la pagina.”

Gli faccio cenno di sedersi di fianco a me. “E noi ne apriamo un’altra. Stai tranquillo che quei due cretini ci penseranno due volte prima di fare qualcos’altro di così stupido.”

Mi sorride. Il conto è arrivato a quasi 14.000. Ridiamo. Anche Penelope entra in camera e sventola la coda. Non m’interessa chi ha peccato e chi no, intanto abbiamo iniziato a lanciare qualche pietra. Spero solo che colpisca qualche demente in testa.

The End 

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L’ANNO E’ TERMINATO…

Dopo 52 settimane e 52 racconti che variano tra il comico e il tragico, tra il fantastico e il realistico, finisce qui l’Anno di Racconti. Il blog rimarrà attivo e continuerò a pubblicare racconti brevi (senza però la scadenza settimanale), insieme a presentazioni di nuovi libri, interviste ad autori emergenti e consigli di lettura. Qui e sulla pagina Facebook di Un Anno di Racconti, continuerò a promuovere autori conosciuti e meno conosciuti.

Alcuni delle storie pubblicate qui sono state sottratte al blog per essere editate e corrette, e ora fanno parte di una raccolta, intitolata ‘Briciole d’Isteria – racconti dedicati alle donne’, disponibile su amazon.it in formato elettronico, che contiene anche tre storie inedite. Il cost dell’e-book è di soli  € 0.99.

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Ringrazio tutti coloro che hanno contribuito mandandomi materiale per ispirarmi

e coloro che hanno letto fedelmente ogni racconto! 


Racconto n. 52: NOTE DI VITA

Quand’ero ragazzina avevo una professoressa di musica del tutto inadatta all’insegnamento. Ho conosciuto poche persone in vita mia meno dotate di spirito ispiratore, e la professoressa Benedetti era un esempio particolarmente lampante di cosa succede quando un individuo fa un lavoro per il quale non è portato.

Sull’orario scolastico, anziché  scrivere ‘MUSICA’ avevo disegnato un omino impiccato, e quell’omino era la professoressa, che cercava di sgridarci e minacciarci di spedire qualcuno dal preside se non avessimo iniziato a suonare il flauto, copiando i suoi movimenti. Ma dal preside non ha mai mandato nessuno, e noi continuavamo a ballare sui banchi tirandole addosso palline di carta masticata che atterravano sulla lavagna e poi scivolavano a terra, mentre lei cercava di spiegare teoria musicale a un gruppo di ragazzini che durante quell’ora prendevano le sembianze di scimmie in gabbia. Una volta stabilito che nessuno le avrebbe dato retta, la Benedetti andava avanti con la lezione come se si trovasse altrove, e disegnava chiavi di sol sulla lavagna come se davvero ci fosse qualcuno che l’ascoltava. Poi prendeva in mano il flauto e suonava qualche nota che si perdeva nel vociare della classe. A fine lezione chiudeva il registro e se ne andava, e a volte neanche lo notavamo.

Un giorno durante il quale, per un motivo o per un altro, gli umori dei miei compagni erano particolarmente galvanizzati, la Benedetti venne tra i banchi a riprenderci uno a uno, minacciando: “Siediti o ti metto un tre”. Ma la sua voce non aveva il sapore di minaccia, e nessuno le diede retta. Dopo un poco si arrese e tornò alla cattedra, dove proseguì la sua lezione destinata a nessuno.

Quel pomeriggio, prima di tornare a casa, andai sul retro della scuola a fumare con Laura, la mia migliore amica di allora. Mentre eravamo lì a tirare boccate fulminanti da una Marlboro, sentimmo delle note provenire da qualche aula. Sbirciammo attraverso i vetri sporchi fino a quando non trovammo la fonte di quella musica: seduta a un pianoforte in una classe vuota, la Benedetti suonava, inceppandosi. Tutte le volte che la melodia sembrava prendere il volo, le sue dita balbettavano, e lei ricominciava, come un carillon inceppato.

“Che imbranata, come fa a insegnare a noi se non sa neanche suonare tre note?” Disse Laura, e s’incamminò verso casa. Non si era procurata di abbassare la voce, e la professoressa dovette sentirla, perché si voltò di scatto verso la finestra e i nostri sguardi s’incrociarono. Per un istante pensai che si sarebbe adirata e che mi avrebbe cacciata via, e l’unica protezione tra me e la sua furia erano le macchie di pioggia sul pannello di vetro. Invece non disse nulla, distolse lo sguardo e tornò alla tastiera dove proseguì con ancora meno entusiasmo di prima.

Il giorno successivo a scuola mi sentii appesantita da un senso di colpa, come se quelle parole d’accusa fossero state cucite dalla mia lingua e non da quella di Laura, come se il trovarmi insieme a lei mi avesse marchiata come complice. Non sapevo perché m’importasse o perché quel giorno non riuscii a far fracasso con tutti i miei compagni durante l’ora di musica. Anziché unirmi al vociare corale, rimasi a studiare la professoressa, e l’immagine delle sue dita incerte tra i tasti bianchi e neri serpeggiò tra i miei pensieri per tutta la mattina. All’epoca non potevo saperlo, ma quello sguardo che ci eravamo scambiate aveva per sempre fatto sfumare la possibilità d’ignorarla, e di esserne ignorata.

Quando tornai a casa quel pomeriggio, sbottai: “Voglio imparare a suonare uno strumento”, senza preavviso, prendendo anche me stessa alla sprovvista. Mia madre alzò a malapena lo sguardo dalle carte che stava firmando per conto di un cliente e rispose: “Hai già scelto quale?” come se stessimo parlando di qualcosa deciso anni prima, e ora bisognasse solo sistemare i dettagli.

“La viola” dissi, perché fu la prima immagine che mi venne in mente. Finalmente riuscii ad afferrare l’attenzione di mia madre, che rispose: “Anna, e dove la mettiamo la viola? E poi te la devi portare in tassì quando vai a fare lezione” ancora, questo ritorno al tono di qualcosa di già accettato e collaudato, perché Anna dovrà prendere il taxi per andare alla lezione di musica, e Anna si stancherà presto di uno strumento così ingombrante.

“Non possiamo fare qualcosa di più piccolo?”

“Il violino?”

“No, per l’amor di Dio Anna, che i vicini si lamentano.”

“Va beh, allora decidi tu!” Gridai, ma mia madre restò calma.

“Quando avevo la tua età, volevo tanto suonare la cetra.”

La cetra. Mia madre aveva lo stampo del liceo classico ancora sulla fronte, andava bene che non cercasse di comunicare in greco antico. “Mamma, non sono mica un fauno.”

“Va beh, allora impara la chitarra classica.”

Non sapevo da dove fosse sbocciato quel desiderio, ma mi aspettavo che sfumasse via prima di sera. Non fu così, e dopo qualche giorno iniziai a prendere lezioni di chitarra da un ragazzo dai capelli oleosi ma dalle dita abili, che mi spiegò come funzionano le note e gli accordi come non mi era mai stato spiegato prima di allora. Improvvisamente tutto aveva un senso, e suonare divenne facile ma impegnativo, come salire un gradino alla volta su una scala che porta in cima al Monte Bianco.

Durante le lezioni di musica a scuola me ne stavo in disparte, senza più unirmi al chiasso dei miei compagni, ma neanche donando all’insegnante alcuna attenzione, per paura che incrociasse il mio sguardo e riconoscesse la pena che sentivo per lei, per quelle sue dita che non sapevano fare l’unica cosa che avrebbero dovuto saper fare. Alla fine, non ne potei più e mi decisi: un martedì mattina, quando entrò in classe e iniziò a fare l’appello mentre i miei compagni avevano già preso a ignorarla, io andai a sedermi in prima fila col mio flauto e le puntai gli occhi addosso. Lei sembrò non notarmi e fece lezione come sempre, come se tutta la classe la stesse ascoltando, anziché giocare a twister sul retro dell’aula. Quando iniziò a soffiare nel flauto, portai anche il mio alle labbra e la copiai. Ne uscì un sibilo acuto, e finalmente lei sembrò accorgersi di me. Rimase a guardarmi come se non si fosse mai aspettata che qualcuno prendesse le sue istruzioni sul serio. Quando si scrollò di dosso la sorpresa, si avvicinò e aggiustò la posizione delle mie dita sui buchini dello strumento e poi disse: “Ecco, prova ora.” Ne venne fuori una melodia che ricordava il fischio del treno in partenza in quei vecchi film in bianco e  nero, ma lei sembrò soddisfatta.

Quella fu la prima lezione privata che la professoressa Benedetti mi diede in pubblico. Andammo avanti così per tutto l’anno e presto iniziai ad applicare ciò che stavo imparando grazie alle lezioni di chitarra anche a quel flauto di plastica. Non mi parlava quasi mai, non mi chiedeva di ripeterle la lezione, anche se la volta precedente magari mi aveva chiesto di studiare un po’ di vita di Donizetti, o di Verdi. La prof. era fissata su un brano semplice che riuscii a suonare decentemente dopo poca pratica, tanto che a metà anno scolastico, quando mia madre andò a parlare con tutti i professori, la Benedetti le disse: “Sua figlia ha un dono per la musica. Dovrebbe provare a entrare in conservatorio.”

Quando mia madre mi disse di quel commento, le risposi: “Mamma, la Benedetti sa suonare Jingle Bells e il Ballo del qua qua quando le va bene. Vogliamo davvero darle retta?”

“Ha detto che hai un dono.”

“Chiunque ha un dono, paragonato a lei. Se sai tenere in mano un tamburello, sei più dotata di quanto lei non lo sia mai stata.”

Mia madre posò la forchetta e mi prese il braccio in una stretta salda. Quella era la stretta che conservava per quando i clienti non volevano seguire i suoi consigli, era la stretta che significava: ‘ascoltami bene perché se non fai come ti dico saremo tutti nella merda e tu farai la figura del coglione’. Era una stretta importante e anch’io misi giù la forchetta.

“Ascolta Anna: solo perché una persona non è dotata, non è detto che non sappia riconoscere il dono in un altro individuo. Anzi, forse lo sa riconoscere meglio di chiunque altro, perché probabilmente ha passato la vita a rincorrerlo, a invidiarlo. Prova. Se non passi l’esame d’ammissione non lo saprà nessuno. Non lo devi dire neanche a me.”

Scrollai le spalle. Forse aveva ragione, ma non avrei fatto una scelta del genere solo perché io e la mia professoressa ci eravamo scambiate uno sguardo pietoso. “Va bene, non te lo dirò, così non rimarrai delusa di sapere che non ho fatto nessun esame d’entrata.”

Invece due anni dopo, e dopo innumerevoli lezioni di chitarra l’esame d’ammissione lo diedi davvero. E mia madre alla fine lo venne a sapere perché mi accettarono. Avevo già finito le medie e la professoressa Benedetti non la vedevo più. Mi mancavano quelle lezioni: io, lei e il caos dietro di noi, forato solo dalle note acute del mio flauto.

Entrai in conservatorio, dove continuai a studiare chitarra classica e sviluppai un amore anche per il flauto traverso, e una volta finito il corso di studi andai a lavorare in un’orchestra negli Stati Uniti. A lungo mi sono domandata se avevo fatto male ad andare avanti così, senza mai far sapere alla Benedetti che il seme che lei aveva piantato era germogliato. Forse avrei dovuto mandarle una lettera di ringraziamento… Poi però pensavo che erano passati più di dieci anni, e che lei non se ne sarebbe ricordata.

Passò altro tempo e un giorno, quand’ero tornata a trovare i miei genitori e camminavo per le strade della mia città, la vidi. Era incurvita dall’età, ma aveva la stessa espressione sul volto, come sospesa al di fuori dalla realtà, rifugiata in un mondo dove non poteva sentire il caos, il traffico, le urla degli allievi. Forse nella sua testa c’era una melodia sublime che non le permetteva di udire altro.

La seguii fino a casa sua. Entrò e poco più tardi vidi una finestra aprirsi al terzo piano, e un gatto tigrato ne uscì, balzò abilmente sul davanzale e da lì sul tetto, dove andò a curiosare tra le grondaie. La Benedetti si affacciò e gli disse qualcosa; lui alzò il muso per ascoltarla e poi proseguì le sue esplorazioni tra lo smog e i gerani secchi sui balconi. Neanche il suo gatto le dava retta.

Me ne tornai a casa e l’immagine della vecchia professoressa affacciata al davanzale davanti a una città grigia, nebbiosa e cacofonica mi diede un’idea. Era un’idea assurda e che aveva il potenziale di farmi passare per cretina, ma che diamine: avevo suonato in posti disparati, avevo sbagliato abbastanza accordi, mi si erano spezzate abbastanza corde durante un passaggio critico di un pezzo difficile, e non avevo più paura di fare la figura dell’idiota.

La sera successiva presi il mio strumento e tornai sotto casa della professoressa. Attesi che rientrasse a casa e che facesse uscire il gatto come senz’altro era sua abitudine. Non dovetti attendere a lungo, e quando vidi la finestra aprirsi, estrassi il flauto dalla custodia e iniziai a suonare un brano dal concerto in do maggiore per flauto e arpa di Mozart. Per un attimo fu come se la nebbia autunnale si fosse sollevata, e i rumori della città si fossero quietati in ascolto. Mi tremavano le dita, forse dal freddo o forse dall’emozione, e pregai che la professoressa sporgesse la testa dalla finestra, che mi vedesse, che potesse capire che quella musica era per lei. Attesi, nota dopo nota, e poi finalmente la vidi: coi capelli grigi che le calavano ai lati del viso, si era sporta a vedere da dove veniva quel suono. Finii il pezzo e per un momento mi domandai se mi avrebbe riconosciuta, se avrebbe preso la mia visita come un affronto, come se volessi dimostrare ancora una volta che anche una ragazzina senza talento era riuscita a raggiungere un traguardo a lei negato. Forse avevo fatto male a mettermi lì per strada a suonare, sotto casa sua, a ricordarle il suo tormento. Ma la professoressa alzò la mano e mi salutò. Poi, iniziò ad applaudire. Feci un breve inchino, rimisi il flauto nella custodia e rimasi lì a ricambiare lo sguardo che ci aveva legate anni prima. Poi, m’incamminai verso casa. Non mi voltai, ma ero sicura che la Benedetti era ancora alla finestra, e che si era resa conto che le sue parole di tanti anni prima avevano fatto centro. In pieno.

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The End

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Racconto n.51: LETTERA A SORPRESA

Quando ho annunciato ai miei genitori che mi sarei sposato, mia madre, una volta ripresasi dallo shock, è scesa in cantina e ne è riemersa poco dopo, portando con sé una scatola di latta, una di quelle che ti regalano a Natale con dentro biscotti zuccherosi al burro e vaniglia.

“Tu vai di là un attimo”, ha ordinato a mio padre che ha obbedito perché, dopo trent’anni di matrimonio, finalmente ha capito che con mia madre ogni resistenza è futile, se non dannosa. Lei si è seduta di fronte a me e ha aperto la scatola, che non conteneva nessuno dei biscotti ritratti sull’esterno della confezione.

“Quando sei nato” mi ha spiegato, “tutti i parenti e gli amici ci portarono regali d’ogni genere, tra i quali abbondarono le solite catenine d’oro e braccialetti che nessun bambino normale poi vuole indossare. Tua nonna no. Sai che la nonna Alba è sempre stata un bastian contrario, e va beh, sia io che te abbiamo ereditato quel suo gene strafottente e mordace, che ci vuoi fare? Comunque… La nonna venne a guardarti in ospedale, e rimase in silenzio. Le chiesi, cos’hai mamma? ‘Mah! Mi domandavo, che ne sarà di questo bambino’, disse. Lei già pensava a trent’anni più in là, aveva già saltato a piè pari l’infanzia e i capricci della gioventù e stava cercando di indovinare che lavoro avresti fatto, che tipo di uomo saresti diventato, che razza di donna ti avrebbe domato, perché sai, per lei era inaccettabile che una donna non fosse un generale, almeno in casa.”

Si è fermata e si è tolta gli occhiali per asciugarsi gli occhi che le si erano inumiditi. Mia madre pare a tutti un muro marmoreo di forza, ma chi la conosce sa che davanti ai ricordi si sbriciola come un biscotto immerso nel latte. Le emozioni sono contagiose e mi sono spostato leggermente sul divano, deviando il mio sguardo per non venir attaccato dallo stesso torrente di commozione.

“Mamma mi sposo, mica vado al fronte… Non è che mi devi raccontare della nonna adesso”, ho cercato di minimizzare, e l’emozione le si è asciugata immediatamente sulle labbra.

“Non essere sciocco, un matrimonio può essere molto peggio della guerra” ha risposto, poi ha sorriso. “Va beh, ascolta, che ti devo raccontare un attimo della nonna, e poi devo andare a riordinare in cucina.”

“Ti sto ascoltando.”

“Va bene. Allora dicevo, tutti arrivavano a casa a farci i complimenti, anche se eri un bambino bruttino, te lo dico così perché tanto sei diventato un bel ragazzo, per cui che importanza ha? Però eri proprio bruttino, rachitico e pieno di peli sulla faccia, Dio mio, un piccolo scimpanzé sarebbe stato più roseo. Va beh, tutti dicevano lo stesso: ‘Ma che bello!’ ‘Che carino!’ magari chi si trovava un po’ spiazzato diceva solo: ‘Com’è piccolo!’, che non era che un dato di fatto. Comunque, a me sembravi bellissimo. E tutti che portavano ‘sti regali inutili. Ricordi la spilla bruttissima a forma di caramella dorata? Ecco, era uno di quelli. Non sto neanche a raccontarti cosa ti regalarono per il battesimo, al quale peraltro tua nonna si oppose con tutta la sua forza. Ma che ci vuoi fare, le convenzioni sono convenzioni, uno le accetta anche se non ci crede. Allora, tua nonna non mi portò neanche un calzino fatto a mano, una bavaglia comprata al mercato, un berrettino rubato. Niente. Alla fine le dovetti chiedere, ma mamma non sei contenta di avere un nipotino? Non gli prendi neanche un regalo? E lei mi disse che un regalo l’aveva preso molto tempo prima della tua nascita, ma quando ti aveva visto ci aveva ripensato e te ne stava preparando un altro. Io ci rimasi male. Però dopo tre settimane, arrivò a casa tutta contenta e mi diede questa.”

Mia madre infilò la mano nella scatola di latta senza biscotti e ne estrasse una busta con sopra il mio nome scritto a mano: Per Luca Mariani da parte di tua nonna Alba che non è fuori di testa come tutti dicono.

“Non devi leggerla adesso” ha continuato mia madre. “Portala a casa.”

“Ma cos’è?”

“Il regalo di tua nonna per la tua nascita.”

Siamo scoppiati entrambi a ridere. “Mi ha chiesto di dartela prima del tuo matrimonio. Io non l’ho letta. Aprila a tuo rischio e pericolo.”

Sono tornato a casa da Margherita, ma non le ho detto niente di quel regalo, e la sera ho aspettato che uscisse con le sue amiche per poi chiudermi in camera a leggere. Ho aperto la busta come se avessi per le mani un reperto storico. Dentro c’erano dei foglietti da bloc-notes a quadratini, spiegazzati e ingialliti dal tempo.

“Caro Luca,

ti scrivo queste righe che sei ancora piccolissimo e spero che tu cresca sano e impari a leggere perché non mi piace sprecare tempo, e questa lettera mi ha preso un sacco d’energie, che tu lo creda o meno. Ho voluto scriverti perché secondo me questo è il regalo più utile che io ti possa fare. Un giocattolo di plastica lo dimenticheresti, una camiciola all’uncinetto prima o poi si sfalderebbe, e non mi restano che le parole.

Non so che razza di bambino sarai, se farai impazzire tua madre o sarai obbediente, se ti piacerà stare in compagnia o preferirai giocare da solo. Qui però voglio darti consigli per l’età adulta, perché è lì che si compiono gli errori più gravi, alla faccia della maturità. Spero che questi consigli ti arrivino prima che tu t’imbarchi nella vita matrimoniale. Devi ascoltare quello che ho da dire perché, anche se io e te abbiamo vissuto in epoche diverse, io ho più esperienza di quanta tu ne abbia. Ora ascoltami bene.

 

  • 1.     Spero che tu abbia trovato una sposa che sappia ascoltarti senza interrompere e che sappia risponderti a dovere senza alzare la voce. La fiamma irascibile che brucia nella nostra famiglia può essere facilmente placata da una persona che sa adoperare la calma.

 

  • 2.     Quando sarai tentato da altre donne, com’è costume tra i tuoi parenti uomini, lascia perdere. Una donna è più che sufficiente per un uomo, perché i maschi non sanno fare due cose allo stesso tempo. Non andare a impegolarti in situazioni che ti faranno solo cascare i capelli dall’ansia: la calvizie arriverà senza doverla affrettare con comportamenti idioti. Se il desiderio di trovare qualcun altro riaffiora con costanza, allora non sei sposato alla persona giusta. Divorzia e ricomincia da capo, cosa che senz’altro tra vent’anni sarà più facile di quanto non sia ora. Non c’è vergogna nell’aver sbagliato. C’è vergogna nel sbagliare e non imparare dai propri errori, per cui scegli una donna futura con più cautela.

 

  • 3.     Se sei uno di quegli uomini col fuoco nelle mutande, cancella tutti i piani e non sposarti. Passa la vita assecondando i tuoi desideri e divertiti, senza l’ancora di una moglie tradita intorno al collo. Passa per tutti i letti che vuoi fino alla sazietà, ma metti via i tuoi risparmi e preparati a una terza età in solitudine, perché i Dongiovanni fanno solo figli intrisi di rancore che ti lasceranno a macerare nella vecchiaia senza sensi di colpa.

 

  • 4.     Non finire mai la giornata con una lite. L’antidoto è la risata. Non t’impegolare mai in discussioni che non possano essere sbrogliate con una battuta. Se la tua futura moglie non lo sa, insegnaglielo. Se non lo vuole imparare, scappa.

 

  • 5.     Non sposare una donna che ama le liti. Le liti consumano la corda che tiene insieme due persone, e prima o poi la spezza. Se la tua donna ama discutere e usa come giustificazione il fatto che è una persona piena di passione, lascia che si consumi nella sua passione e tu scappa. La rabbia non è passione. L’insofferenza non è passione. L’inalberarsi non è passione. La passione è passione, ed è qualcosa di costruttivo, e non deve prosciugare l’amore.

 

  • 6.     Sposa una donna che ti possa far crescere, non una donna che ti faccia rimpicciolire. Siamo ancora scimmie, e abbiamo bisogno di qualsiasi cosa ci aiuti a migliorare, e una coppia deve fare ciò, l’una per l’altro: darsi una mano a espandere i propri orizzonti. Altrimenti, non ne vale la pena.

 E infine, ricorda: il matrimonio non è roba per deboli. Il resto lo scoprirai da te.

 Tua nonna Alba, che ha sempre ragione.

Sono rimasto con le paginette da bloc-notes in mano, in una nebbia di pensieri, immaginando la nonna scrivere al tavolo della sua cucina sempre in disordine.  Ho immaginato la punta della penna fare un buco sulla carta là dove aveva scritto con più enfasi, e la pagina rimanere attaccata alla tovaglietta plastificata unta. Ho rimesso i fogli nella busta, ma prima che potessi iniziare a pensare, ho notato che dentro c’era qualcos’altro: una busta più piccola, piegata in due. Su di essa, mia nonna aveva scritto: Alla futura moglie di Luca.

Non l’ho aperta ma, quando Margherita è rientrata, le ho spiegato cos’era e gliel’ho consegnata. Ho studiato la sua espressione mentre la leggeva, aspettandomi un sorriso, ma il suo volto si è fatto serio. Dopo un istante, mi ha guardato e mi ha detto: “Tua nonna dev’essere stata una donna molto piacevole.”

Poi ha posato la lettera sul tavolo ed è andata a cambiarsi. Confuso, ho preso la lettera tra le dita, aspettandomi un decalogo simile al mio. Invece, la lettera indirizzata alla mia futura moglie conteneva solo poche righe:

Cara futura signora Mariani,

Tu non mi conosci ma voglio solo chiederti una cosa: credi ai fantasmi? Dovresti farlo. Perché se mai ti verrà in mente di tradire mio nipote, se mai ti stuferai di lui, se mai smetterai di sforzarti affinché questa relazione funzioni, allora puoi stare certa che il mio fantasma di farà visita, e non sarà una visita cordiale.

Spero dunque che mai c’incontreremo.

Nonna Alba

Che dire? Il gene mordace e strafottente aveva colpito anche attraverso la barriera della morte.

 The End

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Racconto n.50: TERMINATO

Il Leader Devoto si sedette di colpo nel letto. Contò Uno due tre quattro cinque, respirando lentamente. Uno due tre quattro cinque sei sette. Lo stomaco gli doleva, un dolore fitto e continuo. Continuò a respirare, pigiando il pulsante che aveva fatto installare di fianco al letto. Sentì un ronzio sordo. Attese. Poi, con l’impazienza che a volte muoveva i suoi gesti, attaccò nuovamente l’indice al pulsante e lo tenne premuto fino a che non udì dei passi nel corridoio.

“Posso aiutarla?” disse il suo assistente al di là della porta, un giovane appena assunto che fino a quel momento aveva commesso uno sbaglio dopo l’altro, in un ballo di passi falsi che l’avrebbe portato presto a cadere nel baratro della disoccupazione. Ma il Leader Devoto era stato troppo preso dalle ultime notizie sul suo stato di salute per riprenderlo, fino a quel momento.

“Entra, no? Come fai ad aiutarmi da lì fuori?” Gli gridò, provando un’altra fitta allo stomaco.

La porta s’aprì e il giovane dalla casacca verde acqua e i capelli pettinati con la riga da una parte in stile Playmobil entrò. “Come posso aiutarla?”

Il Leader Devoto attese che la fitta gli restituisse il fiato, dopodiché rispose: “Prima di morire ti devo licenziare. Ricordamelo!”

“Sissignore” rispose il giovane, e fece per andarsene.

“Ma non è per quello che avevo bisogno di aiuto, cretino!” gridò il Leader prima che lui potesse sparire nel corridoio. Tornò nella stanza poco illuminata e iniziò a sudare freddo, come gli capitava tutti i giorni da quando aveva iniziato a lavorare al Palazzo Presidenziale, dove il Leader ormai abitava e lavorava da anni.

“Passami la vestaglia, portami la colazione e chiama il Medico. Strettamente in quest’ordine.”

La vestaglia di seta lo ringiovaniva, non c’era dubbio. Ma per togliersi quell’aria stanca avrebbe dovuto forse indossarne una d’oro, pensò il Leader. Rimase immobile davanti al vassoio della colazione picchiettando freneticamente con le dita sul bracciolo della poltrona; non dovette picchiettare a lungo prima che il Medico si facesse vivo. Questi portò con sé un’apparecchiatura sofisticata su un carrellino lindo, e, senza attendere ordini, la attaccò al petto del Leader Devoto con delle piccole ventose trasparenti.

La macchina iniziò a vibrare, poi emise un suono acuto, e infine stampò delle tracce su un pezzetto di carta lucida, il verdetto che l’avrebbe forse salvato, pensò il Leader Devoto. Ma il Medico si fece scuro in volto. Era stato assunto grazie alla sua esperienza come tuttologo, con un dottorato in cardiologia e chirurgia plastica, in aggiunta alle sue innumerevoli lauree. L’intestino tenue era un’altra delle aree delle quali poteva vantare un’ottima conoscenza, e così anche i tumori: aveva preso parte a una ricerca con quarantaseimila cavie umane, alle quali era riuscito a far sviluppare tumori di qualsiasi tipo e forma. Alcuni di questi erano poi stati selezionati e studiati con attenzione, e i pochi che lo meritavano erano stati curati con risultati eccezionali.

Da quando lavorava al Palazzo Presidenziale,  il Medico  aveva avuto il tempo di ampliare la sua conoscenza anche in malattie esotiche, distrofie rare, malattie della bocca e degli organi digestivi; era diventato un esperto del pancreas. Aveva studiato e sviluppato omeopatia, naturopatia e pranoterapia, e su richiesta, avrebbe potuto compiere anche atti magici del terzo tipo. Ma quel giorno la macchina da lui inventata aveva dato l’unico verdetto contro il quale non vi era cura, antidoto, discussione, speranza. Il Medico alzò gli occhi e non dovette far altro che scuotere la testa perché il Leader Devoto capisse. Il Leader si prese i capelli (che erano stati appena infoltiti da un trapianto alquanto doloroso) tra le mani (ben curate e dalle unghie limate), lasciando cadere a terra il foglietto del responso che aveva strappato dalle mani dal Medico. Il foglietto diceva: TERMINATO.

Poco dopo il Leader venne portato in una stanza sotterranea ad alta protezione, in compagnia del Medico e del suo consulente speciale, Mister Mystère, per sfogliare un catalogo virtuale di candidati, tra i quali il Leader avrebbe dovuto scegliere un sostituto al trono della nazione.

“Troppo basso” disse, e il computer accartocciò automaticamente l’immagine virtuale e ne propose un’altra.

“Troppo basso” ripeté. Una nuova immagine apparve, e ancora una volta il Leader sbottò: “Troppo basso!”

Il Medico e Mister Mystère guardavano con attenzione, senza dar segno di disapprovazione.

Una nuova immagine scattò di fronte a loro, e iniziò a roteare mettendo in risalto le qualità tridimensionali della fotografia. Ci fu un breve silenzio puntellato dal suono di una fontana virtuale che sgocciolava acqua su un tappeto di sassi altrettanto virtuale, dopodiché il Leader sbuffò ancora: “Troooppo baaasso!”

Un’altra immagine venne fatta scorrere davanti ai loro occhi, del tutto identica a quella precedente, del tutto identica alle altre già scartate e del tutto identica all’immagine del Leader Devoto stesso. Il catalogo di cloni che stavano prendendo in esame era un progetto che era risalito al primo Leader Devoto, già deceduto da decenni senza che alcun abitante della nazione se ne fosse reso conto. A lui era seguito il primo clone, che però aveva dimostrato anomalie tipiche di un esperimento poco collaudato, ed era stato sostituito quasi subito dal clone numero due, che purtroppo era durato solo qualche anno prima di ammalarsi di una malattia rara che il Medico non aveva neanche voluto prendere in considerazione. Si era passati subito a clone numero tre, che però aveva dimostrato una personalità flebile e paranoica, per cui era stato sostituito a sua volta con il clone attuale, il numero quattro, che ormai regnava imperterrito da circa 16 anni e tre mesi. Quando, durante uno dei controlli giornalieri, il Medico si era reso conto che qualcosa non andava più, aveva consultato la sua invenzione migliore, e la macchina del resoconto aveva dato circa 7 settimane prima che il tumore mangiasse via il fegato del Leader e passasse agli altri organi. Non si era potuto fare alcunché per fermare il cancro, poiché il Leader non doveva mai dar segno di debolezza in pubblico, né i suoi avversari politici avrebbero dovuto mai dubitare della sua piena salute mentale e fisica, per cui le varie chemioterapie e radioterapie erano state scartate a priori.

Era proprio per quello che era stato attuato il progetto di clonazione: per garantire il suo regno eterno senza debolezze. L’unico problema era sempre stato il popolo: per evitare che iniziasse a domandarsi come mai il Leader Devoto sembrava vivere più a lungo di tutti, occorreva tenerlo occupato con altri problemi. Mister Mystère era in grado di far fronte a questa evenienza, spargendo panico nel paese con abilità: terremoti, crisi finanziarie, corruzione e debito pubblico di solito riuscivano a distrarre il popolo a sufficienza.

In occasione del prossimo scambio di cloni (sempre che il Leader Devoto numero quattro si decidesse a nominare un successore) occorreva una distrazione piuttosto consistente per evitare che il popolo notasse che, anziché invecchiare, il Leader Devoto sembrava ringiovanire, e in modo che nessuno si accorgesse della differenza di personalità tra i due cloni- cosa che, nonostante gli sforzi, variava da esemplare a esemplare in maniera evidente. A sostituzione avvenuta, il Leader Devoto sarebbe stato portato sull’isola segreta dove avrebbe finito i suoi giorni in compagnia degli altri cloni spodestati prima di lui.

Il quarto clone si stancò di studiare le proprie immagini e chiese di fare una pausa. Il Medico gli versò una bevanda al tè verde con antiossidanti nonostante davvero non avessero alcuna speranza di agire. Il Leader Devoto si voltò e chiese a Mister Mystère se avesse già pensato a cosa utilizzare questa volta per garantire un passaggio al trono anonimo e senza danni all’opinione pubblica.

Il consigliere rispose: “Pensavo a una guerra.”

Il Leader Devoto sbuffò e allontanò la bevanda troppo calda dalle labbra. “Un’altra?”

“Si tratta della soluzione che tende a distrarre in maniera più efficace sia il pubblico nazionale che quello internazionale.”

“Ma che noia” ribatté il Leader, studiando il consigliere e domandandosi come mai lui e il Medico non erano ancora stati sostituiti, come mai i loro cloni non fossero ancora stati utilizzati. C’era forse qualcosa che gli nascondevano? Qualche vita eterna in gocce che prendevano tutti i giorni?

“E con chi vorresti farla questa guerra?” Chiese ironico.

“Con un paese nuovo. Un paese abbastanza povero, così da creare una questione morale, oltre che bellica.”

Il Leader fece cadere la testa di lato con un gesto secco e roteò gli occhi. “Che noia!” ripeté.

Il consigliere lo guardò in silenzio, poi domandò: “Lei cosa aveva in mente?”

 “Io vorrei…” il Leader si perse per qualche momento a fantasticare, poi tornò al consigliere dicendo: “Voglio lasciare un segno. Una guerra, come tante, che segno è? Qualcosa di più grande, per favore!”

“Potremmo creare un’invasione di alieni con esemplari da laboratorio non riusciti, cloni di alcuni individui che ho tenuto nel caso potessero un giorno tornare utili” suggerì il Medico.

L’idea stuzzicò il Leader Devoto, che però presto la scartò: “Qualcosa di più grande. Di più magico! Con tanti elementi! Cosicché il quinto clone dovrà confrontarsi con delle vere difficoltà… Creiamo qualcosa di eccezionale!” Gridò, e l’entusiasmo gli forò quel poco di stomaco che gli era rimasto.

“Ci sarebbe qualcosa…” iniziò a dire Mister Mystère, lo sguardo luccicante. “Ma è alquanto laborioso da mettere in opera.”

“Stai insinaundo che non ne abbiamo le capacità?”

“Tutt’altro. Ma forse non abbiamo abbastanza tempo.”

“Quanto tempo ho?” Si rivolse nuovamente al Medico, che rispose:

“La macchina dice questa sera, non più tardi.”

Il Leader Devoto iniziò a far tamburellare le dita sul tavolo, e dopo qualche minuto di silenzio annunciò: “Bene. Selezionerò il mio successore e dopodiché verrà annunciato che il Leader Devoto andrà in vacanza per un periodo di un mese. Un mese è abbastanza per preparare tutto?”

“Credo di sì.”

“Dopodiché, quando la crisi scoppierà, salirà al trono il quinto clone.”

Il Medico e Mister Mystère non si fecero prendere dall’entusiasmo ma annuirono.

“Ebbene, qual è questa idea?” Chiese il quarto clone al consigliere.

“Si tratta di qualcosa che io e il professore stiamo perfezionando da tempo. Tuttavia pensavamo di utilizzarla per il prossimo passaggio di cloni, dal quinto al sesto, per intenderci, perché allora sì che i sospetti del popolo inizieranno a crescere quando, se tutto andrà bene, supereremo i 50 anni consecutivi al potere.”

“Beh, io lo voglio attuare adesso, se è qualcosa di grande abbastanza. Forza. Di cosa si tratta?”

“Esistono degli scritti antichi che parlano di come il nostro pianeta sia in pericolo, di come ci restino pochi anni di vita.”

“Che noia” lo interruppe subito il Leader Devoto. “Ma vai avanti! Vai avanti no?”

Il consigliere proseguì: “Potremmo far ritrovare un falso scritto antico che afferma che la fine del mondo avverrà esattamente tra un mese, quando avverrà anche la vostra sostituzione. Potremmo far arrivare un meteorite, usare gli esemplari clonati non identificati per un’invasione aliena, aggiungere qualche carestia, prosciugare la terra dall’acqua, poi far smettere di girare il pianeta intorno al sole, far crollare gli altri pianeti dalle loro orbite, far implodere la galassia, far apparire Dio e poi farlo scoppiare.”

Il Leader Devoto rimase in silenzio per qualche istante, il gocciolio della fontana virtuale era l’unico suono che riempiva la stanza. Il consigliere e il professore attesero soddisfatti. Poi il quarto clone gonfiò il petto e urlò: “Ma-che-noiaaaaaaaaaaaaaaaa!!!”

Mister Mystère e il Medico si guardarono negli occhi senza tradire l’odio che provavano per il loro Leader, poi il dottore estrasse da un sacchetto una pillola gialla che consegnò al Leader Devoto così come faceva tutti i giorni. Lui la mise in bocca e deglutì.

“Pensate davvero che possano far scemare il dolore? Io non sento nessun miglioramento da quando le prendo.” disse il Leader Devoto, senza accorgersi del sorriso che era guizzato sulle labbra del professore.

“Certo. Anzi, oggi prendetene due” e gliene tese un’altra, che il Leader mandò giù senza proteste.

Mister Mystère si mise in disparte a studiare le immagini dei cloni sullo schermo virtuale, mentre il Leader si accasciò stanco sulla poltrona.

“Ho bisogno di riposare” disse, ma né il professore né il consigliere gli davano più retta. Ben presto il Leader chiuse gli occhi e si abbandonò a un sonno pesante e repentino, e quasi non si accorse degli aiutanti che vennero chiamati per farlo stendere su una brandina e che lo portarono via senza batter ciglio, per poi infilarlo nello scivolo della spazzatura. Mentre cadeva, un ultimo pensiero lo illuminò: “Ma l’isola…? Dovevate mandarmi sull’isola dei cloni…”  Poi il buio l’inghiottì del tutto.

Quella sera durante l’usuale discorso alla nazione, i cittadini notarono che il Leader Devoto sembrava ringiovanito, la sua carnagione era più colorita, le rughe meno tese, i denti più bianchi. Ma non ebbero tempo di pensarci a lungo, perché ben presto i loro figli vennero arruolati in una guerra lampo annunciata in grande velocità da quel Leader sempre giovane, sempre bello, sempre sempre.

The End

NKOREA-KIM

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Racconto n.49: UNA TROVATA GENIALE

Luca non si stupì quando nessuno si mostrò interessato alla sua idea, perché era da tempo che gli adulti avevano smesso di dargli retta. Quella volta però non riuscì a contenere la rabbia e, quando tornarono a casa dall’ospedale, prese a  pugni il peluche enorme di Winnie Pooh che sua sorella gli aveva passato quando lei aveva compiuto 11 anni.

“Siete degli stronzi!” Aveva gridato ai suoi genitori, e suo padre gli aveva consegnato un manrovescio che quasi l’aveva fatto cadere a terra.

“Non voglio sentire queste parole uscire dalla tua bocca, specialmente in un momento come questo! Ma quand’è che cresci?!”

Luca era stato etichettato a scuola come un bambino ‘difficile’, che non stava mai fermo, che disturbava, che picchiava i compagni, che una volta aveva portato in classe un accendino e aveva tentato di dare fuoco alla cattedra. Il preside aveva convocato i suoi genitori e aveva detto che loro figlio era un piromane; la mamma e il papà di Luca si erano scusati copiosamente, neanche fossero stati loro a dargli l’accendino. Una volta a casa, lo avevano messo in castigo per una settimana senza TV, senza playstation e soprattutto senza le caramelle Mou, che erano le sue preferite. Era stata una settimana dura, ma ora gli sembrava nulla se paragonata agli ultimi giorni. Da quando sua sorella Sabrina era entrata in coma dopo esser stata investita da una moto, le caramelle Mou erano diventate l’ultimo dei suoi pensieri.

La cosa che più lo faceva arrabbiare era che i suoi genitori erano disposti a provare qualsiasi cosa, tranne che dare retta a lui. Sua madre aveva letto su internet che a volte i bambini si svegliavano dal coma se la madre stringeva la loro mano, e allora si era messa a stringere la mano di Sabrina fino a che non era diventata bianca – la mano, non Sabrina- ma di un risveglio neanche l’ombra. Allora aveva riempito la stanza dell’ospedale di santini. Il loro aiuto era stato inversamente proporzionale al numero di preghiere snocciolate sottovoce dalla mamma, vale a dire del tutto nullo: dopo due giorni di santini, i dottori avevano detto che Sabrina stava slittando in un coma profondo, e che un risveglio sarebbe stato sempre meno probabile. Luca immaginava che sua sorella fosse immersa in un lago e, più i suoi genitori sprecavano tempo coi santini, più lei affondava in un’acqua melmosa, e più sarebbe stato difficile tuffarsi a recuperarla. Luca aveva un’idea proprio per riuscire a ripescarla, ma nessuno voleva ascoltarlo.

“S_ _ _ _ _I!” Ripensò, sostituendo le lettere della parola condannata dal padre coi trattini, perché non si può mai essere troppo cauti. Ma lui sapeva che quei trattini stavano per TRONZ.

Luca litigava sempre con Sabrina, due o tre volte le aveva anche detto che la odiava, e lei aveva anche pianto, perché era una bambina frignosa! Ma quando l’aveva vista piangere, anche a Luca erano cresciute le lacrime in gola e l’avevano pizzicato fintanto che non si era chiuso in bagno e aveva buttato per terra tutti i cotton fioc. Poi la mamma si era inalberata, e Luca aveva dato la colpa a Plumcake, che era il cane stupido di Sabrina, un esserino dalle gambette corte che era sempre felice; non era neanche un animale utile, perché come cane da guardia il suo valore era zero. Però Sabrina lo adorava e lui adorava lei, per cui anche la mamma e il papà lo trattavano come un membro della famiglia; invece, quando era morto Limone, il pappagallino di Luca, nessuno aveva fatto una piega, e papà l’aveva buttato nell’immondizia senza grandi cerimonie.

Luca non amava Plumcake ma, da quando Sabrina era in ospedale, il cane era così mogio che il bambino aveva iniziato a farlo dormire sul proprio letto, e lui era stato buono buono senza neanche sventolare la coda. Se ne stava lì sdraiato e ogni tanto tirava un sospiro. Luca l’aveva osservato a lungo ed era giunto alla conclusione che il cane stava così male perché si sentiva inutile: tutti che andavano in ospedale, pure i santini, e lui invece a casa a fare la guardia che tanto non sapeva come fare. Era stato guardando Plumcake che Luca aveva avuto la sua idea geniale, che i suoi genitori si rifiutavano di ascoltare. “Luca ora taci!” Gridavano. “Non abbiamo voglia di ascoltare sciocchezze.”

Ma che gli costava prestargli attenzione per un attimo? Erano proprio S_ _ _ _ _ I! Come la maestra di Luca, anche lei… Gli faceva delle domande trabocchetto tipo: sette per sette? E poi, senza aspettare che lui avesse il tempo di mettere in moto il cervello, iniziava: “Bambini, vedete che Luca non studia mai? Non diventate come lui, mi raccomando!” Ma se non lo voleva ascoltare, allora perché fargli delle domande? Una volta la maestra l’aveva sorpreso a tirare i capelli di Valentina, la sua compagna di banco, e gli aveva detto: “Se tu fossi mio figlio, ti riempirei di sberle dalla mattina alla sera.” Luca ci era rimasto male, perché fino a quel momento la maestra gli era piaciuta abbastanza e, anche se sapeva di essere un po’ irrecuperabile (glielo dicevano sempre tutti), aveva sperato che almeno la maestra un giorno l’avrebbe proclamato ‘comandante di classe’. Tutti gli altri bambini erano stati comandanti di classe almeno una volta, ed erano incaricati di portare il registro alla maestra e comunicare ai bidelli cose importanti. Invece, niente.

Tornando dall’ospedale il sesto giorno dopo l’incidente, la mamma e il papà erano rimasti in silenzio; erano entrati in casa e si erano seduti sul divano, la mamma con la borsetta ancora a tracolla, il papà con su il cappotto e il cappello. Luca li aveva guardati e aveva pensato fosse un buon momento per ritentare di proporre il suo piano ma, prima che potesse aprir bocca, la mamma disse: “Se Dio la vuole chiamare a sé, non c’è niente che possiamo fare. E con Dio starà bene.”

Luca assorbì quelle parole e sentì il sangue friggergli nel cuore. Innanzitutto, Dio poteva anche evitare di chiamare la sua unica sorella, perché non ne aveva una di scorta; e se proprio doveva chiamarla, allora che lo facesse per telefono, e non scaraventandole addosso una motocicletta; inoltre Dio non aveva Plumcake, e Luca sapeva che sua sorella non sarebbe mai stata bene senza il suo cane. “È proprio S_ _ _ _ZISSIMO!!” Pensò, scandendo bene tutti i trattini. Si chiuse in camera, e mentre la rabbia lo faceva irrigidire da capo a piedi e la voglia di gridare gli segava la gola, notò Plumcake che lo guardava con la testa piegata da una parte, come faceva quando non capiva cosa stava succedendo. A vederlo, tutta la rabbia di Luca si dileguò.

“Hai ragione”, gli disse. “Se aspettiamo quei cretini di mamma e papà, Sabrina affonda del tutto e Dio se la viene a prendere. Vieni qui!” Esclamò, facendo segno al cane di avvicinarsi. “Dobbiamo sbrigarci, perché Dio è molto veloce!”

Luca aveva progettato quel piano facendo un patchwork di deduzioni e ricerche su Google quando la mamma aveva lasciato il computer acceso. Così aveva scoperto che i bambini in coma a volte si risvegliano quando qualcuno che amavano era con loro. La mamma aveva provato con la stretta della mano, e non aveva funzionato. Avevano provato anche a far venire la nonna, che tanto aveva la demenza senile e non aveva neanche riconosciuto sua nipote, e infatti anche quel tentativo non era servito a niente; e poi c’erano i santini, ai quali non fregava niente di Sabrina, visto che non l’avevano neanche mai incontrata, per cui col cavolo che l’avrebbero aiutata a risvegliarsi, pensò Luca. Ora toccava a lui. E la cosa che Sabrina amava più di tutte era quel cane-accessorio. Il problema era che in ospedale non facevano entrare i cani, gliel’aveva già detto un’infermiera: “Per motivi d’igiene.” Luca non capiva perché l’igiene era più importante del risveglio di sua sorella, ma non importava: occorreva trovare un altro modo.

Il bambino tornò in cucina e, senza far rumore, estrasse da un armadietto un cestino di vimini per il picnic, una tovaglia e un vasetto di nutella con tre fette di pan carré. I suoi erano ancora seduti sul divano a osservare il vuoto, e non notarono neanche quando Luca uscì di casa, portandosi dietro il cestino e Plumcake.

Sotto la luce dei lampioni, Luca si fece tutta la strada che portava all’ospedale, e il cagnolino lo seguì senza esitazione, cosa alquanto straordinaria, dato che di solito dopo tre passi si sedeva perché le sue gambe corte non riuscivano a portarlo molto lontano. Una volta giunti all’entrata, Luca si chinò verso il cane, e gli disse: “Tu sai nuotare, ti ho visto. Quando vedi Sabrina, devi tuffarti dov’è lei e la devi riportare a galla. Ora devi stare immobile e che non ti venga in mente di abbaiare!”

Dopodiché, Luca sistemò il cane nel cesto del picnic e lo coprì con la tovaglia. Da un lato mise la nutella e il pane, in modo che se l’avessero fermato, avrebbe potuto mostrare che era venuto solo a portare qualcosa a sua sorella, anche se non poteva mangiare. Con fatica sollevò il cesto. All’interno dell’ospedale, nessuno gli prestò attenzione, a parte un’infermiera in ascensore, che gli chiese dov’era la sua mamma.

“Mia sorella è in coma”, rispose lui prontamente. “Ora vado nella sua stanza.”

“Bravo”, disse lei. “Torna subito in camera di tua sorella e stai con tua mamma, non puoi andartene in giro per l’ospedale da solo.”

E infatti non stava andando in giro per l’ospedale da solo, perché Plumcake era accucciato nel cestino che pesava un sacco, porco cane! Però Luca riuscì a trascinarlo fino alla stanza di Sabrina, ed entrò.

Non c’era nessuno e solo una lucina d’emergenza era accesa sul comodino. L’unico suono era il soffio della macchina che l’aiutava a respirare; il corpo di Sabrina era ancora tumefatto e giaceva immobile, le palpebre serrate come se fossero di cera.

Luca si avvicinò e scollò i santini che la mamma aveva appiccicato con lo scotch alla testata del letto, poi li buttò a terra. Plumcake iniziò a gemere nel cesto, indicando che la sua pazienza era finita, e il bambino lo fece uscire, intimandogli di rimanere in silenzio; ma il cane si dimenticò immediatamente di Luca e iniziò a correre da una parte all’altra del letto, forse cercando un modo per riuscire a toccare la sua padrona. Si arrampicò sulle coperte, poi giù di nuovo, diventando sempre più agitato, sempre più disperato.

“Calma!” Gli sussurrò Luca, che si rese conto che forse il cane avrebbe potuto urtare qualcosa e staccare le macchine che monitoravano Sabrina, e quello sarebbe stato un problema molto più grave dell’igiene.

“Siediti!” Comandò. Invece Plumcake, che non aveva mai eseguito un ordine in vita sua e non avrebbe certo iniziato ora, balzò sul letto e andò dritto a leccare le guance di Sabrina, spingendole la testa col muso.

Luca non sapeva se lasciarlo fare o fermarlo. Aveva sperato che solo la presenza di Plumcake avrebbe fatto il miracolo che i santini si erano rifiutati di operare, ma Sabrina rimaneva immobile.  Il cane forse aveva capito che doveva cercare di riportarla in superficie, ma non era sicuro di come farlo.

Il bambino attese, osservando le palpebre della sorella, pronto a cogliere qualsiasi movimento, ma quelle rimasero ostinatamente serrate. Non poté far altro che arrendersi, far scendere il cane, rinfilarlo nel cestino e tornarsene a casa. Ma prima di uscire dalla stanza, quello stupido di Plumcake saltò fuori e andò in un angolo della stanza.

“Dobbiamo andare!” Gridò Luca, ma quello non si mosse. “Arrangiati, io torno a casa. Se vuoi rimanere, rimani ma preparati a ricevere un bel calcione quando ti trovano.”

Luca non aveva voglia di rimanere a discutere con un cane: s’avviò verso casa e con ogni passo sentì un cristallo di lacrime scagliarsi nei suoi occhi, incapace di sciogliersi in pianto, rimanendo a offuscargli la vista e legandogli i pensieri in nodi disordinati. Quando arrivò a casa, la mamma e il papà erano ancora sul divano e dormivano; la mamma aveva ancora su il cappotto e la borsetta a tracolla, mentre il papà non si era ancora tolto il cappello. Era come se Malefica fosse venuta a farli addormentare per anestetizzare il loro dolore. Luca salì in camera e si accucciò sotto il piumone e sentì la mancanza del corpo caldo di Plumcake ai piedi del letto.

Il mattino seguente, Luca si svegliò che la luce già filtrava dalla finestra. Nessuno l’aveva chiamato per andare a scuola: forse era l’effetto di Malefica. Scese in salotto e non trovò né la mamma né il papà. Controllò in tutta la casa, e non c’erano. L’avevano lasciato lì da solo. Andò in cucina e aprì il barattolo di Nutella e c’infilò dentro due dita. Quando stava per infilarsele in bocca, udì il telefono squillare. Andò a rispondere, anche se la mamma gli diceva sempre di non rispondere al telefono e soprattutto di non dire a nessuno che era a casa da solo.

“Pronto?”

Era la voce di papà. Gli disse che ora sarebbe venuto a casa a prenderlo, perché era successa una cosa stranissima. L’ospedale li aveva chiamati perché avevano trovato un cane nella stanza di Sabrina, e, indovina un po’, era Plumcake! Ma un’altra cosa più importante, disse papà, era che Sabrina si era svegliata!

“Luca lavati in fretta perché tra dieci minuti passo a prenderti e poi torniamo in ospedale! Pensa! Si è svegliata! Tutte le preghiere hanno funzionato!” Gridò prima di riattaccare.

Luca rimase lì in pigiama, con la nutella che gli colava dalle dita. Dunque quel cane scemo aveva dimostrato che un’utilità ce l’aveva: in qualche modo, si era tuffato là dov’era Sabrina e l’aveva riportata a galla. Luca pensò che forse avrebbe dovuto dire ai suoi genitori che era stato lui a portare Plumcake in ospedale, ma probabilmente l’avrebbero sgridato per via dell’igiene, per cui decise di tenersi per sé quel particolare.

Soddisfatto, s’infilò le dita in bocca e succhiò via il cioccolato dal sapore di nocciola. Poi un pensiero lo fece raggelare: “Ecco!” Sbottò. “Vedrai che ora diranno che sono stati i santini!” E s’illuminò di così tanta rabbia da voler spargere Nutella sul divano, sulle sedie e sui vetri della sala. Poi si calmò. Sabrina sarebbe tornata a casa. E lei avrebbe detto alla mamma e papà che era stato Plumcake, a non quei santini inutili. Era stato Plumcake, ed era stata un’idea di Luca, che magari era un bambino difficile, magari era anche un piromane da prendere a sberle dalla mattina alla sera, ma intanto aveva avuto una trovata geniale.

The End

cane

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Racconto n.48: CUORE DI RAME

“Non esistono fiabe non cruente. Tutte le fiabe provengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia”

F. Kafka

C’era una volta, in una terra arida e deserta, una Regina dal cuore a pezzi tenuti insieme da un filo di rame. La Regina non poteva provare alcun sentimento a causa della sua anomalia, e rimaneva del tutto indifferente davanti al dolore dei suoi sudditi. Come passatempo andava a caccia per poi far sgozzare il destriero una volta terminata la battuta, perché la vista del sangue non la turbava. L’unica cosa che l’affascinava erano le lacrime degli altri, poiché era qualcosa che lei non era mai riuscita a produrre, e per questo motivo coglieva ogni occasione per farne scaturire di nuove, soprattutto tra le persone che le stavano accanto: non riusciva a capire perché loro fossero in grado di creare quei piccoli diamanti liquidi, mentre lei, nonostante fosse la sovrana, nonostante gli sforzi, nonostante i pomeriggi passati a strizzare gli occhi fino a farli dolere, non ne era capace.

Di quando in quando, la Regina mandava a chiamare un paggio e domandava quale fosse la cosa che più gli era cara: appena questi rispondeva, lei dava subito l’ordine di distruggerla. Se lo sfortunato dichiarava di amare un libro, lei lo faceva buttare nel camino acceso; se invece quello svelava di amare un animale, lei lo faceva sgozzare all’istante, per poi rimanere incantata a guardare gli occhi del poveretto inumidirsi.

Poiché la sua fama era ben conosciuta in tutto il regno, coloro che venivano convocati erano al corrente della situazione, e non svelavano mai il proprio amore per qualcosa d’importante, come una persona o il luogo dov’erano cresciuti: si limitavano a darle informazioni che li avrebbero portati alla perdita di qualcosa al quale erano affezionati, così da poter donare alla Regina qualche lacrima, senza che ciò potesse farli sprofondare nella miseria.

Un giorno la Regina chiese al suo consigliere: “Ma perché io non riesco a piangere?”

“Perché non vi siete mai innamorata, Vostra Maestà.”

Quella risposta la fece riflettere: era vero che non si era mai innamorata, perché non ne aveva mai avuto bisogno; essendo già regina, non era obbligata a sposarsi, e il suo cuore di rame non l’aveva mai portata a sentire la mancanza di un compagno.

“Bisognerà rimediare”, annunciò, e diede ordine affinché tutti i Re vedovi di altri Reami venissero convocati, in modo da discutere una possibile unione.

Di sovrani vedovi ce n’erano solo tre: il Re Bianco, che era vedovo già da sessantotto anni e che non faceva al caso della Regina, il Re Grigio, che era vedovo da quindici anni e che lei trovò abbastanza affascinante ma non del tutto intrigante. E poi c’era il Re Nero, che mandò le proprie scuse tramite una lettera indirizzata alla Regina: poiché sua moglie era appena deceduta, non se la sentiva di mettersi in viaggio.

A sentire nominare la morte della donna, la Regina s’incuriosì e decise che se il Re non poteva andare al suo palazzo, sarebbe stata lei a fargli visita. Così si bardò con il suo mantello color neve, che conservava nel rivestimento interno le grida degli ermellini uccisi per ottenerne il pelo. Puledri dalle gambe ossute trascinarono la Regina lungo la strada terrosa fino al palazzo del Re Nero. Durante tutto il tragitto, il coro di ermellini torturati sussurrarono un ritornello persistente, al quale però la Regina non diede peso:

“Al cospetto del Re la Regina si pone.

Il Re si macchierà di sangue

e per salvare un grande amore

Ne sacrificherà uno nuovo.”

Quando il portone del palazzo del Re nero venne aperto, la Regina entrò con tutto il suo seguito; si fece cadere il manto d’ermellino di dosso e lo lasciò a terra, avviandosi con passo deciso verso il trono, per presentarsi al cospetto del monarca. Ma come vide il Re avviluppato in tutto il suo dolore, la sovrana sentì un formicolio nel petto e fu incapace di parlare, mentre un seme di sentimento s’impiantava nella sua carne. Il Re diede ordine affinché l’ospite avesse la stanza migliore del palazzo, e poi tornò ai suoi pensieri cupi.

La Regina passò la notte a pensare al sovrano, ai suoi occhi resi stanchi dalle lacrime, al suo volto inciso dal dolore, e sentì un desiderio improvviso di andare a offrirgli conforto. Ma nel frattempo il Re aveva raccolto il manto d’ermellino dimenticato dalla Regina, e stava per dare ordine affinché qualcuno lo portasse alla stanza dell’ospite, quando gli ermellini parlarono:

“Per rimediare alla vostra perdita

C’è un modo soltanto:

prelevare tre fili di rame

 e ricucirli intorno

Al cuore della vostra consorte,

e lei si risveglierà dalla morte.”

 “Bastano tre fili di rame per far risvegliare la mia consorte?” Chiese il Re, incredulo.

“Tre fili saranno sufficienti

Purché vengano estratti da un altro corpo

Per trasferirne la forza vitale a chi ne è stato prosciugato.”

 “Ma in quale corpo posso trovare dei fili di rame?” Domandò il sovrano.

Gli ermellini, desiderosi di sfogare il proprio desiderio di vendetta per la morte cruenta alla quale erano stati sottoposti, non esitarono a svelare il segreto della Regina al Re che, cieco di dolore, non trovò neanche un’ombra d’esitazione tra i propri pensieri. Andò a bussare alla stanza dove dormiva la Regina e quando lei aprì, lui le offrì il mantello d’ermellini. Lei notò che, con ogni gesto dell’uomo, un tremore l’attraversava.

“Mi vorrei scusare per la poca accoglienza dimostrata oggi, e domani vorrei dare un banchetto in vostro onore”, annunciò il Re prima di andarsene.

La Regina passò la notte a rigirarsi nell’immenso letto, attorcigliando i propri pensieri all’immagine del sovrano, incapace di abbandonare l’idea di baciarne le labbra.

“Cosa mi sta succedendo?” Chiese agli ermellini, che prontamente risposero:

“È la nascita di un sentimento”

La Regina fece fatica a credere alle proprie orecchie: possibile che lei potesse finalmente essere la fonte di un’emozione? Se così era, doveva assicurarsi che il Re la sposasse perché, nonostante fosse una novizia nel territorio dell’amore, sapeva che quel sentimento l’avrebbe divorata viva se non fosse riuscita a conquistarlo. Con questa convinzione, attese l’alba. Presto il sole affogò le nubi notturne e i paggi vennero a prelevarla dalla sua stanza per portarla al cospetto del Re ma, anziché un banchetto, la Regina trovò una grossa tavola di legno.

“Questa è un’usanza del mio regno. Prima che venga servito il pasto, l’ospite deve coricarsi su questo legno sacro”, mentì il Re, ma la Regina, impregnata d’amore, non si fermò a giudicare quella richiesta arcana.

Tuttavia, appena si sdraiò, dei servi vennero a bloccarle braccia e gambe, intrappolandola, e il Re si avvicinò con un’ascia e un uncino. Prima che la Regina potesse ribellarsi, questi fece calare la lama e le aprì il petto in due, per poi usare l’uncino per estrarre i fili di rame dal cuore ancora palpitante della sovrana. Immediatamente il Re corse alla tomba della sua consorte, l’aprì e legò il rame intorno al cuore ormai fermo da settimane, e questi ricominciò a battere senza esitazione. La moglie del Re si svegliò e guardò il marito che, incredulo, la bagnò con le proprie lacrime, già dimentico del sacrificio che aveva dovuto commettere. Abbracciò la moglie e lei si fece trascinare a palazzo, dove la pulirono, pettinarono e la prepararono ai festeggiamenti. Ma la moglie del Re non sorrise, né pianse, né riuscì a gioire della fortuna che le era capitata.

“Cosa le succede?” Chiese suo marito agli ermellini, notando l’indifferenza della donna.

“Avete voluto la vostra sposa a costo di una vita

E ora dovrete vivere con la maledizione dell’indifferenza”

 Risposero quelli in coro.

Il Re tornò dalla sua consorte, ma mai nei mesi a venire vide un sorriso, una lacrima, né un’espressione che indicasse un’ombra di sentimento sul volto della donna. Solo quando un giorno, passeggiando tra le stanze del palazzo, la sovrana trovò il luogo dov’era stata sacrificata l’altra Regina, e ne vide il corpo aperto in due e il cuore spezzato, la donna iniziò a piangere, e pianse tutte le lacrime che la Regina non era mai riuscita a emettere, e il dolore fu così grande da spezzare i fili di rame che tenevano insieme il suo cuore, facendolo aprire in quattro, come un fiore che sboccia con violenza. I corpi delle due Regine furono trovati abbracciati, i volti bianchi, il sangue drenato, i cuori divisi in spicchi color corallo.

Gli ermellini, prede di un acuto rimorso per la morte della Regina innocente, mai più osarono parlare, e offrirono conforto al Re, cercando di consolarlo quando egli trovò sua moglie morta una seconda volta, e tutta la speranza e la gioia svanirono dal suo volto per sempre.

The End

 

 bl

ill: Benjamin Lacombe

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