Cladwell, 16 Ottobre, 2072, 11:16am
La claustrofobia è come una serpe che ti striscia nel sottopelle: per quanto tu cerchi di ignorarla, sei sempre cosciente della sua presenza e l’unica speranza è di riuscire a distrarti abbastanza da dimenticarla per qualche attimo.
Sono un biologo molecolare, e sono in questo bunker sotterraneo da quattro anni e undici mesi, insieme a 62 altri colleghi. Per quanto ne sappiamo, siamo gli unici sopravvissuti alla Grande Tragedia. Ci sono altri bunker sotterranei sparsi per il globo, ma non abbiamo idea di quante persone siano riuscite a raggiungerli e salvarsi.
Questo luogo era stato preparato per un’emergenza: avevamo magazzini sotterranei di cibi appositamente studiati per tenerci in vita per anni. Noi, unici naufraghi di una popolazione di miliardi di persone, siamo ancora in vita, ma non per molto. Se non sarà il fatto che le scorte stanno per terminare a farci morire di fame, sarà la nausea e il non riuscire a mandare giù più neanche un boccone di quel cibo disidratato e dall’odore repellente, che non assomiglia neanche all’ombra di qualcosa di commestibile. La sera, prima di addormentarmi nella mia capsula ossigenata, ripercorro una lista mentale di ciò che voglio mangiare non appena sarò in grado di uscire da questo cunicolo sotterraneo:
- Pomodori freschi, gonfi di succo, riscaldati dal sole.
- Ananas.
- Ostriche.
I miei sogni hanno sempre a che fare col raccogliere frutti o andare a pescare: anche il mio subconscio è ridotto ai minimi termini.
Io e il mio compagno Brian ci scambiamo desideri: il suo è quello di vedere la luce del sole. Per evitare carenza di vitamina D, qui sotto ci sottoponiamo a lampade abbronzanti una volta a settimana. Quella luce violastra è quanto di più simile al sole che possiamo permetterci.
Tutti soffriamo di depressione, ma Brian da mesi è avvolto in un umore cupo e solo il lavoro riesce a distrarlo. Siamo tutti in ‘allerta suicidio’: ci osserviamo a vicenda, il nostro compito è mantenere gli altri in vita- perché è l’unico modo per darci un qualche motivo per andare avanti.
Nei primi mesi ci sono stati 16 suicidi. Non perché queste persone non sopportassero l’idea di dover rimanere sepolte per anni come topi di fogna, ma perché sapevano che anche quando avrebbero avuto il permesso di tornare in superficie, non ci sarebbe stato nessuno ad accoglierle.
Ci sono voluti mesi prima che la nube tossica si estinguesse, e da allora abbiamo monitorato l’atmosfera; delle apparecchiature riportano la qualità dell’aria all’esterno: vanno da ‘ottimale’ ad ‘accettabile’, a ‘rischiosa’, a ‘inaccettabile’, a ‘fatale’. La lancetta è bloccata da anni sulla scritta in rosso di ‘fatale’.
Avevamo diversi animali da laboratorio, che abbiamo utilizzato per testare se, in effetti, le apparecchiature stessero ancora funzionando o se il livello di radiazione le avesse tarate. La cavia che è durata più a lungo è stata una scimmia, circa quattordici mesi fa: è sopravvissuta per due giorni. Non abbiamo più cavie da mandare in superficie, e rimaniamo sepolti.
Questo pomeriggio siamo stati convocati nell’aula magna- una sala cilindrica dove sono posizionati i monitor che tengono sotto controllo i dintorni esterni e le varie stanze interne al bunker. Tutte le nostre conversazioni vengono monitorate, per prevenire suicidi, dicono, ma io ho il sospetto che abbiano paura che qualcuno, preso dal panico, salga in superficie per poi tornare qui sotto a emanare radiazioni e ucciderci tutti. Questa prigionia ci ha resi paranoici.
Non so quale sia il motivo della convocazione, forse per annunciare quanti giorni rimangono prima che le razioni finiscano. Io faccio parte della squadra che tiene il cibo sotto controllo, e starà a me dare l’annuncio, che non stupirà nessuno, perché le notizie qui sotto corrono veloci come elettricità: sappiamo tutti che ci manca più o meno un mese, e poi non avremo niente da mangiare.
Cladwell, 16 Ottobre, 2072, 1:27pm
La riunione era al completo: 51 uomini e 12 donne in silenzio, già preparati all’annuncio funebre che sarebbe seguito. Ma anziché chiamarmi sul podio a dare un aggiornamento sulle scorte di cibo, il nostro capo Abbott si è rivolto alla piccola folla:
“Una delle nostre videocamere ha ripreso un’immagine che vorrei mostrarvi”, ha esordito, per poi schiacciare un pulsante che ha acceso un monitor. Il silenzio si è fatto più profondo, mentre noi, uno a uno, afferravamo il significato di quell’immagine: un sottile filo d’edera inerpicato su un tronco d’albero. Da fotografie scattate giorno dopo giorno, sapevamo che tutti gli arbusti colpiti dalla nube tossica erano rimasti come ossa secche, che col tempo avevano iniziato a sgretolarsi. Ma nessuno di noi aveva mai visto nulla di verde da anni. Avrebbe potuto significare speranza, o essere semplicemente un’allucinazione collettiva.
“Sono convinto che sia venuto il momento di metter in atto il nostro piano d’azione Zeta.”
Nessuno ha parlato, ma non è stato necessario: abbiamo tutti ben scolpito in testa qual è il piano Zeta. L’abbiamo votato molto tempo fa, all’unisono, ed è rimasto chiuso nella cassaforte delle nostre paure, sepolto tra le idee che abbiamo tutti di scappare ma che non metteremo mai in atto. Il piano Zeta è stato creato per quest’eventualità: semmai fosse arrivato il giorno in cui, per malattia o mancanza di cibo, la nostra sopravvivenza qui sotto sarebbe stata messa a repentaglio, uno di noi sarebbe stato estratto a sorte e mandato in superficie per testare se il livello di tossicità è diminuito e cercare di stabilire un contatto con qualche altra cellula sotterranea, qualche altro bunker da qualche altra parte del mondo che ha il potenziale di ospitare sopravvissuti. C’era solo un ostacolo non irrilevante: nonostante le nostre apparecchiature sofisticate e l’equipaggiamento di protezione a disposizione dello sfortunato, non c’era alcuna garanzia che egli avrebbe potuto sopravvivere se l’atmosfera fosse stata ancora tossica. Né, una volta esposto, gli sarebbe stato permesso di tornare nel bunker, per paura di una possibile contaminazione radioattiva. In sostanza, l’esser scelto per quel compito era una condanna a morte.
Silenziosamente Abbott ha dato il via al programma automatico d’estrazione di nomi, senza darci il tempo di cambiare idea, senza darci il tempo di pensare. Sull’enorme monitor abbiamo visto correre una serie di numeri, e ognuno corrispondeva a uno di noi. Io sono il numero 34. Le donne in età riproduttiva sono escluse dall’estrazione, questo era stato deciso subito, anche se in realtà nessuno si è mai procurato di controllare se l’aver vissuto così a lungo sepolte nel buio della terra le abbia rese sterili.
Sono passati alcuni secondi e mi sono accorto di non riuscire a respirare. Brian mi era a fianco, stava pregando. Da quando ha scaricato la Bibbia dalla nostra biblioteca elettronica, sembra aver trovato un modo per placare la depressione. Questo mi ha distratto per un istante ed è proprio in quel momento che il mio numero è apparso sullo schermo. Gli sguardi di tutti si sono fiondati su di me, ancora prima che potessi capire cosa significasse.
Più tardi, da soli prima dell’inizio della mia spedizione, Brian mi ha abbracciato. Mi aspettavo che dicesse che si sarebbe offerto di venire con me, perché non mi avrebbe abbandonato a quella morte angosciante da solo. Quando mi ha preso il volto tra le sue mani tremanti, ho anche pensato che volesse dirmi che si sarebbe offerto volontario per andare al posto mio. Per un istante mi sono chiesto cosa fare davanti a quel dilemma: se si fosse offerto, avrei dovuto andare con lui, per non lasciarlo solo. O avrei potuto essere egoista, seguire il mio istinto di sopravvivenza e lasciarlo andare? Invece, Brian mi ha detto:
“Quell’edera è la nostra colomba.”
Sono rimasto in silenzio, a chiedermi se avessi capito bene.
“Come Noè, quando ha mandato la colomba. È tornata per comunicare a tutti che il peggio era passato. E così sarà anche per te. Dio ha mandato un’edera.”
“Avrei preferito che Dio mandasse una colomba, almeno avremmo potuto mangiarla”, ho ribattuto con tono secco, e Brian mi ha guardato come se avessi appena rubato la mela dal giardino dell’Eden.
“Non sopravviverai a lungo lassù senza fede”, è stato il suo verdetto finale.
Chi era quest’uomo che mi stava di fronte? Negli ultimi tempi allo scienziato dalla mente lucida si era sostituito un amante del metafisico, pronto a vedere miracoli in ogni angolo buio di questa prigione.
“Lassù non sopravviverò a lungo punto e basta.”
“Pregherò per te.”
“Grazie, hai trovato davvero qualcosa di utile da fare”, ho ribattuto con un sarcasmo che non ha colto, e sono andato nella sala dove mi avrebbero preparato.
Mentre m’infilavo la tuta protettrice ho continuato a osservare l’entrata, sperando che Brian sarebbe venuto a scusarsi, o perlomeno a dirmi che gli sarei mancato, ma evidentemente era troppo impegnato a pregare per farlo. Forse lo stare chiusi in questa gabbia aveva strappato via ogni traccia di ciò che ci rendeva umani, aveva ridotto a brandelli l’empatia che ci distingueva dalle bestie.
Ho ascoltato le istruzioni senza riuscire a focalizzare la mia attenzione e, prima che potessi accorgermene, mi sono ritrovato nella capsula che mi avrebbe portato alla superficie. Gli assistenti mi hanno fatto un cenno d’assenso senza ricordarsi di sorridere, è meglio sorridere quando si manda qualcuno alla morte, giusto per dargli quell’ultima illusione di speranza. Poi sono partito. Mentre salivo nella parete rocciosa ho contato i miei ultimi respiri. Non ho dovuto attendere a lungo: presto, sopra di me, è apparso un punto di luce in lontananza che è andato via via allargandosi. La capsula si è aperta e, per la prima volta in quattro anni, sono uscito all’aria aperta.
Mi avevano istruito di mettermi subito a cercare tra le rovine, di trovare qualche informazione sugli altri bunker. Ma io non mi sono mosso: sono rimasto a guardare il paesaggio intorno, desolato, scabro. Sotto i miei stivali però, ho notato del muschio. Ho affondato un piede nella sua morbidezza, e quello ha rilasciato un rivoletto d’acqua. Ignorando gli ordini, ho slacciato l’elmetto e me lo sono sfilato dal capo, aspettando che l’aria mi facesse bruciare immediatamente la pelle, ma non è accaduto nulla. Con cautela, ho staccato il respiratore che mi dava ossigeno e mi sono preparato a respirare l’aria acida. Gli animali che avevamo mandato in superficie avevano iniziato a tossire non appena avevano tratto il primo respiro. C’era solo un modo per sapere se sarei morto, e volevo saperlo immediatamente. Ho trattenuto il respiro fino a quando non mi è stato più possibile, poi ho lasciato che l’aria mi conquistasse nuovamente i polmoni. Ho atteso. Non ho sentito nessun bruciore. Neanche un colpo di tosse. Neanche una vaga sensazione d’irritazione alla gola. Mi sono lasciato scappare un sorriso, volgendo il mio capo nudo alla luce del sole, sapendo immediatamente che la prima cosa da fare non era cercare altri bunker, ma cercare quei pomodori maturi che avevo sognato così a lungo: dovevano esserci, da qualche parte.
Mi sono spostato e ho visto l’edera sul quel tronco solitario. Forse Brian aveva ragione: forse era davvero una colomba.
-The End-
Foto inviata da Paola Dossi, fotografa. Per vedere il suo sito, clicca qui: www.paoladossi.com
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