Racconto n.15: QUEL GRAN GIORNO

(Brano musicale consigliato per la lettura: Bach Bradenburg Concert n.3, Allegro)

Candice aveva atteso quel giorno con spietata impazienza perché fin da piccola si era sentita dire che il matrimonio è il sogno di ogni donna. Con gli anni, questa era diventata una delle sue convinzioni più profonde: un giorno avrebbe celebrato il proprio matrimonio in maniera perfetta. Sarebbe stato un sogno. Quando incontrò Michael, seppe immediatamente che tutto stava per accadere così come si era aspettata.

Un anno prima della Grande Data aveva steso una lista di compiti ai quali adempire e, piano piano, col passare dei mesi, era riuscita a organizzare tutto. La cosa più difficile era stata tenere Michael alla larga, perché ogni volta che cercava di dare una mano, combinava qualche disastro. Aveva protestato un paio di volte, “Il matrimonio è anche il mio, lascia che ti aiuti”, ma alla fine si era arreso. Era un ragazzo straordinario, sempre che cercava il lato positivo in tutto, e ciò bilanciava ottimamente il carattere spigoloso di Candice… Ma nelle questioni pratiche, era meglio che si arrangiasse da sola.

Aveva prenotato il rinfresco. Aveva computato una lista d’invitati che comprendeva delle cugine di terzo grado che voleva fossero presenti per stabilire che lei aveva vinto: si sarebbe spostata prima di loro. Aveva trovato un abito di seconda mano che sembrava nuovo; aveva convinto sua madre atea a presenziare al matrimonio in chiesa e suo padre, che odiava volare, a venire fin dalla Scozia, lasciando un vicino a occuparsi delle sue capre. Per l’occasione lui aveva annunciato che avrebbe indossato il kilt tradizionale, e Candice era riuscita a ottenere una promessa che si sarebbe infilato un paio di mutande prima di uscire di casa.

La cerimonia sarebbe stata celebrata in una piccola cittadina sul mare dove c’erano più chiese che case- un posto ideale per i matrimoni. Candice aveva composto una lista di ben dieci damigelle d’onore e aveva deciso che, anziché noleggiare una limousine, sarebbero arrivate tutte insieme su un pulmino, che suo fratello Angel avrebbe preso in prestito dalla sua ditta e che si era offerto di guidare (cosa inconsueta alla sua indole, che generalmente tendeva alla domanda e non all’offerta). Candice non aveva obiettato: almeno così non avrebbe dovuto sprecare soldi per pagare un autista.

L’unico problema sarebbe stato accertarsi che Angel per l’occasione non fosse ubriaco, e Candice decise che era un compito che avrebbe passato a suo padre. Aveva anche creato un sito internet per il matrimonio, in modo che le cugine potessero dare un’occhiata agli sviluppi e corrodersi dall’invidia. “Non vuoi mettere una foto anche mia?” Aveva chiesto Michael, e Candice gli aveva promesso che dopo il matrimonio, quando ci sarebbero state delle foto decenti anche sue, le avrebbe caricate subito. Lui aveva concordato che era giusto così.

La mattina del Grande Giorno giunse con prontezza, e dopo due ore passate sotto le mani della truccatrice e della parrucchiera, Candice fu pronta: insieme alle dieci damigelle, salì sulla carrozza/pulmino e attese che Angel arrivasse. Il fratello e il padre di Candice si presentarono a breve e diedero un bacio alla sposa.

“Ma sapete di alcol”, disse lei con tono sospetto.

“Solo un pochino. Io e tuo fratello abbiamo organizzato una festa per Michael ieri sera, un piccolo addio al celibato in miniatura, e ci siamo un attimo ubriacati.”

“Ma Michael è astemio.”

“Sì, ma noi no.”

Candice sentì la pazienza evaporare, ma decise di ignorare il padre e proseguire come se niente fosse. Non le venne in mente di controllare se Angel fosse tornato a casa dopo l’addio al celibato o se fosse semplicemente andato avanti a bere tutta la notte. La risposta non tardò ad arrivare: erano quasi arrivati alla chiesa, quando Angel vide un piccione in mezzo alla strada. Suonò il clacson più volte ma quel volatile stolto restò immobile, facendo andare solo la testa da un lato all’altro. Angel premette il piede sul freno, virando il pulmino, cercando si evitare il piccione, ma così facendo perse il controllo e andò a schiantarsi contro un albero rinsecchito al lato della strada. Ci fu attimo di silenzio, mentre tutti i passeggeri si resero conto dell’accaduto e controllarono di essere ancora vivi.

Dei passanti aiutarono le dieci damigelle d’onore a scendere, ma Candice si tuffò sul fratello, prendendolo a sberle e urlando: “Per un PICCIONE?? SEI ANDATO A SCHIANTARTI PER UN PICCIONE???”

“Calmati, che ti rovini il trucco!” Intervenne il padre. Quelle parole la riportarono alla realtà. Non si era fatto male nessuno. Persino il piccione era ancora vivo. Ora dovevano solo cercare un altro modo per arrivare alla chiesa, che non era lontana.

Candice accettò di scendere dal pulmino ma, cercando di non sprofondare coi tacchi nel terriccio bagnato, si avvicinò troppo ai rami dell’albero e prima che potesse evitarlo, sentì uno strappo sonoro. Il suo volto si fece color cenere. Le damigelle e i passanti si azzittirono e persino Angel sembrò riconquistare un velo di sobrietà quando si accorse che la sorella aveva un taglio che partiva dal bordo del vestito e saliva fino al sedere. Il silenzio fu spezzato da un grido d’agonia che squarciò i polmoni della sposa ma che fu interrotto quando la macchina di Michael si fermò di colpo in mezzo alla strada.

“Cos’è successo?” Chiese lui, andando incontro alla futura sposa.

“Non puoi vedermi, porta male!” Gridò lei, momentaneamente intrappolata tra una sfortuna e l’altra.

“Ti si vede il sedere!”

“LO SO!” Ringhiò la sposa.

Ma il morbo da Pollyanna che affliggeva Michael non gli permise d’arrendersi. “Aspetta qui: torno subito”, disse prima di correre via.

Candice si sedette sui gradini di un’abitazione e attese come le era stato chiesto, cercando di mettere in atto la respirazione yoga che aveva imparato e mai praticato fino a quel momento. Funzionò. Dopo quasi un minuto si sentì meglio, almeno fino a quando un gabbiano non decise di rilasciare una cascata d’escrementi sul suo capo. Il volto di Candice rimase perso in una distesa di sgomento, mentre il liquido grigiastro le colava sulla palpebra sinistra e poi sulla bocca; la sua mente venne intrappolata da un solo pensiero: ‘Occorre dare fuoco a tutti i volatili.’

Fu allora che Angel, cercando di rendersi utile, utilizzò il vestito strappato della sorella per pulirle il capo, e suo padre, dopo aver estratto un piccolo pugnale dalla borsa del kilt, lo lanciò contro il gabbiano che si era appollaiato su un davanzale sopra di loro; lo mancò, ma riuscì a colpire la finestra, creando una cascata di vetri che li mancò per pochi centimetri, prima di annunciare soddisfatto: “Ecco!”, come se fosse riuscito a concludere qualcosa. Fu in quel momento che tornò Michael, portando con sé una macchina da cucire. Senza neanche notare i vetri intorno alla sposa né il suo nuovo look, disse: “Ho bussato a una porta e guarda cosa ti ho trovato! La generosità degli sconosciuti, eh!? Così possiamo aggiustare il vestito!”

Candice lo guardò, le ciglia incrostate di escrementi, e per un momento volle fargli ingoiare la macchina da cucire e ficcargli gli aghi negli occhi. Poi la respirazione yoga ebbe la meglio e riuscì a racimolare qualche granulo di calma: decise che aveva investito troppo tempo e troppa speranza per arrendersi così facilmente. Sentenziò: “Non m’interessa il vestito. Ci sposiamo e basta”.

Salirono sulla macchina di Michael e la misero in marcia, o almeno l’avrebbero fatto se, nell’uscire dal parcheggio, le ruote non fossero passate sopra i vetri rotti caduti dalla finestra, forando le gomme irrimediabilmente. Candice iniziò a tremare dalla rabbia, ma non si lasciò abbattere: si fiondò fuori dall’auto, trascinando il suo futuro sposo fino all’angolo della strada: per fortuna la chiesa non era lontana e avrebbero potuto raggiungerla a piedi.

“No, ti porto in braccio io!” Si offrì lui. “È più romantico!”

Senza attendere il suo consenso, il giovane la prese in braccio, non tenendo però in conto il peso aggiunto dall’ampio abito.

“Aspetta” si bloccò, facendola scendere in qualche modo. “Mi sa che mi sono fatto male alla schiena.” In effetti, aveva assunto una posizione ad angolo asse-da-stiro, e sembrava incapace di raddrizzarsi. Tenendo a bada una violenta dose d’isteria che stava per conquistarla, Candice prese di nuovo per mano Michael e lo spinse verso la chiesa, anche se il ragazzo dovette percorrere gli ultimi metri col viso rivolto verso l’asfalto e dovette fare un’entrata degna di Quasimodo, il gobbo di Notre Dame. Sentendo la rabbia mischiarsi alla vergogna, all’impazienza e al terrore che potesse capitare qualcos’altro, la sposa trascinò lo sposo fino all’altare della chiesa gremita di invitati, dove li attendeva il prete.

“Facciamo in fretta”, intimò Candice. “Prima che accada qualcos’altro!”

Il prete, incerto, cercò di ribattere, ma la sposa lo interruppe con premura: “Passi subito alla parte del ‘lo voglio’. Lei non ha idea della giornata che abbiamo passato.”

L’uomo fece ciò che era richiesto: “Prendi tu, Mark, questa donna come moglie?” Chiese.

“Chi è Mark?” Domandò Michael.

“Non importa, dì lo voglio”, ordinò Candice.

“Lo voglio.”

“Anch’io” aggiunse poi lei e attese le ultime parole del prete, che tardarono ad arrivare. Tardarono così tanto che gli sposi si voltarono per capire cosa l’avesse distratto, giusto in tempo per vederlo stringersi il petto, mentre il suo viso si era fatto paonazzo.

“Sta per avere un infarto!” Gridò uno degli invitati, ma Candice fu più veloce dei soccorritori: in un attimo fu alla gola del prete, stringendo con le mani e gridando: “Lo dica! Dica vi dichiaro!”

“Vi…” riuscì a mormorare il prete. “Dichiaro…” E poi collassò a terra.

“L’avete sentito? Ci dichiara marito e moglie! L’avete sentito tutti!?” Gridò trionfante Candice voltandosi verso gli invitati. Solo allora si accorse di un giovane vestito di tutto punto che li osservava perplesso al lato dell’altare, e di una donna vestita in abito da sposa immacolato che, in fondo alla navata, li guardava mentre un’espressione d’orrore le cadeva sul volto.

Solo allora Michael riuscì a sollevare il capo abbastanza da guardare gli invitati avvolti in un muto stupore, e sussurrò: “Questa non è la chiesa giusta.”

Candice lo prese nuovamente per mano e, senza una parola di scusa, lo condusse verso il retro della chiesa dove cercò disperatamente un’uscita, mentre gli invitati li guardavano sempre più perplessi aprire una porta per poi richiuderla, uscire da una parte per poi tornare indietro e uscire da un’altra, fino a quando non si ritrovarono in un  chiostro circondato da mura.

“Andiamo…”, disse Michael. “Se ci sbrighiamo siamo ancora in tempo. La nostra chiesa dev’essere vicina…”

Ma Candice si era bloccata. Nonostante il vestito strappato e gli escrementi di gabbiano sul volto, sorrideva: “Ce l’abbiamo fatta!” Rise. Michael la guardò perplesso.

“Ma quello non era il nostro matrimonio. Mi ha chiamato Mark…”

“Che importanza ha un nome?” Ribatté lei. “Siamo sposati, non farmi ripetere il tutto! Non sappiamo cos’altro può succedere, tu vuoi davvero correre questo rischio? Perché non ce ne andiamo semplicemente in luna di miele?” Disse lei, trascinandolo ancora una volta dentro la chiesa, percorrendo la navata e porgendo scuse ai vari invitati per poi irrompere in strada, dove suo padre, suo fratello e le dieci damigelle li attendevano.

“Ma questo non è il posto giusto…” Disse Angel cercando di rendersi utile, ma Candice l’ignorò, andando in strada e facendo cenno a un taxi di fermarsi.

“Dite alle mie cugine che il matrimonio è stato bellissimo, peccato che loro avessero sbagliato chiesa!” Gridò, prima d’infilarsi nella vettura e attendere che anche Michael vi salisse, compito non facile data la sua postura da compasso. Mentre il taxi si portava via gli sposi, il padre di Candice si rivolse soddisfatto al figlio: “Hai visto che siamo riusciti a farla sposare? Ora andiamo a bere qualcosa.”

Nella chiesa giusta, dopo un’attesa di più di un’ora, una delle cugine di Candice chiese a un’altra: “Ma non è che abbiamo sbagliato indirizzo?” Il dubbio si propagò come un terremoto tra gli invitati che, ben presto, raccolti in uno stormo di volti incerti, s’incamminarono di chiesa in chiesa, in un pellegrinaggio che durò diverse ore, alla ricerca di Candice e del suo futuro marito.

- The End-

Dedicato a Silvia e Lorenzo, che si sono sposati senza problemi

 

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