Lo chiamavano ‘Il Bambino di Gomma’ perché a guardarlo non gli avresti dato più di sei anni, e perché sapeva piegarsi in tutte le direzioni senza mai spezzarsi. Il suo vero nome era Wong Kam-ming, ma non lo sapeva quasi nessuno.
Intrappolato in quel corpo malleabile c’era in realtà un ragazzino di sedici anni, i cui arti si erano rifiutati di crescere perché troppo impegnati ad annodarsi in posizioni sempre meno probabili, sempre più complesse, che attiravano sempre più sguardi. La scuola che gli aveva insegnato quei trucchi l’aveva venduto dapprima a un circo, e poi alla televisione, che lo utilizzava a intervalli regolari per distrarre il pubblico dalle guerre internazionali che stupravano il pianeta. Ogni tanto lo invitavano a una trasmissione dove, dopo la solita domanda (“Dicci davvero, quanti anni hai?” “Sedici”, il tutto seguito dal silenzio del pubblico colto di sorpresa), gli chiedevano di fare qualche esercizio che lasciava tutti senza fiato. Wong sapeva che alcuni lo chiamavano ‘l’invertebrato’ ma cercava di non farci caso. Annodarsi era l’unica cosa che sapeva fare, ed era l’unica attività alla quale gli permettevano di dedicarsi. Tutti i giorni, senza tregua, si allenava, tirando gli arti come se non fossero collegati da tendini, come se fluttuassero all’interno del suo corpo, e lui potesse riassestarli come più gli pareva.
Una volta, il giorno del suo tredicesimo compleanno, un intervistatore gli aveva chiesto cosa volesse fare da grande. Wong era rimasto a guardarlo: sulle sue labbra era calata una saracinesca di piombo.
“Ce lo dirai un’altra volta, eh?” Aveva scherzato l’intervistatore, cercando di dirottare l’attenzione del pubblico, ma prima che potesse cambiare argomento, Wong aveva risposto: “Io non diventerò grande. Sarò sempre un bambino.”
“E bravo il nostro Wong!” Aveva esclamato l’intervistatore, sorvolando con abilità sulle note cupe della voce del ragazzino. “Vuoi rimanere sempre giovane e sempre giovane rimarrai! Un bell’applauso per il Bambino di Gomma!”
Wong era convinto che se avesse incontrato qualcuno come lui, avrebbero potuto piegarsi insieme e aiutarsi a vicenda a snodare le incertezze nascoste tra le forme che i loro corpi sapevano assumere, ma qualcuno come lui era difficile da trovare. Aveva incontrato una miriade di ragazze acrobate, dai corpi flessibili quanto il suo ma, per qualche ragione al di là di ogni spiegazione, loro non si erano bloccate a sei anni: erano cresciute, forse un po’ meno rispetto alla media, ma comunque avevano l’aspetto di ragazze avviate verso l’età adulta e non perse lungo la strada, rapite da un’infanzia eterna. Quando lavorava insieme a loro per qualche spettacolo, le ragazze della sua età lo facevano sedere sulle loro ginocchia e gli tiravano le guance cantandogli delle canzoncine, e ogni verso si andava a ficcare nelle sue ossa come schegge di vetro delle quali tutti ignoravano l’esistenza, ma che lui portava con sé, incapace di scrollarsele di dosso.
Pochi mesi prima del suo quindicesimo compleanno si era ripromesso che entro un anno avrebbe trovato una persona come lui, e aveva iniziato a chiedere in giro se qualcuno conoscesse una ragazzina (ma che diamine, anche un maschio sarebbe andato bene) con la testa da adulto ma il corpo da bambino. Tutti avevano riso alla sua richiesta, pensando stesse parlando di qualche mostro leggendario, tutti a parte la sua istruttrice, Mei-Zhen Cui, che lo conosceva da anni e che era l’unica persona che una volta gli aveva chiesto se voleva smettere di allenarsi e dedicarsi ad attività diverse, come gli altri ragazzini della sua età. Ma quella possibilità, anziché incoraggiarlo ad aprire le porte verso una vita meno prevedibile, l’aveva bloccato nell’indecisione e, per forza d’inerzia, era andato avanti con le attività che conosceva, che lo facevano sentire al sicuro.
“Secondo te esiste qualcuno come me?” Aveva chiesto a Mei-Zhen durante un allentamento.
La sua istruttrice era rimasta a guardare quelle curve perfette che creava il corpo di Wong con la grazia degna di un cigno, quella sua morbidezza che nascondeva tutte le sue spaccature interiori con tale abilità che anche lei, a volte, si dimenticava del precipizio nel quale il ragazzo stava scivolando, un poco ogni giorno. Mei-Zhen non l’aveva mai trattato da bambino, anche quando lo era stato. Gli aveva sempre detto ciò che pensava in quella maniera secca e diretta di chi non ha tempo da perdere con lodi. Forse per quello Wong sapeva che, qualsiasi risposta gli avesse dato, sarebbe stata la verità. O la sua versione della verità.
“La legge delle probabilità ci insegna che, con tutte le galassie, con tutte le stelle, con tutti i pianeti nell’universo, è impossibile che non esista un’altra Terra. Forse non la vedremo mai, ma che esista, è molto, molto probabile”, gli disse Mei-Zhen.
Wong si era sciolto da una posizione ed era transitato verso un’altra, con la naturalezza dell’acqua che incontra un sasso nel fiume e aggiusta il suo corso per evitarlo.
“Cosa devo fare per incontrarla?” Aveva chiesto.
“Andare avanti”, gli aveva detto Mei-Zhen, prima di correggere la posizione del suo dito mignolo, che tendeva sempre a squilibrare la forma quando Wong si distraeva.
Passarono i mesi, e gli anni, ma la terra dall’altra parte dell’universo rimase nascosta in una nebulosa densa e impenetrabile.
Poco dopo il suo diciottesimo compleanno, Wong fu invitato a una trasmissione televisiva nel sud America, e per la prima volta lasciò l’inverno del suo paese per un posto dove il sole brillava con costanza infinita. Durante il viaggio continuò a cercare, e s’informò anche con gli organizzatori della trasmissione: avevano mai sentito di qualcuno che gli somigliasse? Ma l’espressione sul volto dei suoi interlocutori rimase confusa, incapace di rassicurarlo.
“Prova a chiedere in diretta TV”, gli suggerirono. E così fece: quando il conduttore della trasmissione gli chiese se aveva qualche messaggio per il pubblico, lui rispose: “Se c’è qualche ragazza, o ragazzo, il cui involucro, come il mio, non è riuscito a crescere perché troppo molle, troppo flessibile, ma che nel contenuto è già adulto, per favore contattatemi. Sarebbe bello incontrarsi.”
Wong tornò al suo paese, e riprese ad allenarsi con il circo che l’aveva preso a lavorare e che ne sfruttava la fama per presentare numeri sempre più elaborati, più costosi, più ostentati. Wong interpretò per loro tutti i ruoli del suo repertorio: Gesù Bambino, piegato come una palla e poi lanciato in aria, dove lui si apriva come un ventaglio, precipitava verso il basso e poi veniva ripreso solo a pochi millimetri dal suolo da Maria e Giuseppe.
Quando interpretava Peter Pan, il pubblico rimaneva incantato a guardarlo fluttuare nell’aria, legato solo a un cavo, intento ad attorcigliarsi con disperazione, abbracciato a una Trilly più grande di lui. Come Puck, l’elfo, si era dilettato a fare scherzi agli altri personaggi per poi tramutarsi in una sedia o quant’altro; le sue trasformazioni erano ciò che il pubblico applaudiva con più tenacia.
Un giorno, dopo uno spettacolo, Wong tornò nel suo camerino e, posata contro lo specchio, trovò una lettera sigillata, con un francobollo del sud America. Sulla busta c’era scritto: ‘Per il Ragazzo di Gomma.’
Wong l’aprì, e dentro vi trovò solo poche righe battute a macchina: ‘Caro Ragazzo di Gomma. Io non sono come te, ma vorrei incontrarti lo stesso. Ho convinto mio padre a portarmi in viaggio fino da te perché, anche se non soffro di quello che soffri tu, penso che potremmo essere amici. Mi chiamo Mariana, ho sedici anni, ma tutti pensano che ne abbia la metà. Se per te va bene, io e mio padre verremo al tuo spettacolo il dieci di gennaio e aspetteremo fuori dal tuo camerino dopo che avrai finito.’
Wong attese con ansia l’arrivo del dieci di gennaio e quel giorno, durante lo spettacolo, rimase così distratto cercando di osservare il pubblico che per poco non cadde dall’asta sulla quale doveva contorcersi a ritmo di musica.
A spettacolo terminato, corse verso il camerino e si bloccò quando vide che davvero, davanti alla sua porta, lo attendevano degli ospiti. Wong si avvicinò lentamente e vide un uomo che spingeva una sedia a rotelle. Costui lo notò e gli sorrise, spostando la sedia in modo che la passeggera potesse vederlo. Wong si bloccò. Aveva cercato così a lungo una persona uguale a lui, e ora gli stava davanti il suo opposto. Mariana, la ragazzina che gli aveva scritto, era immobile. Solo il suo sguardo sembrava vivo e, quando parlò, le sue labbra fecero dei movimenti appena appena percettibili.
“Ciao”, gli disse con fatica, poi guardò suo padre, che iniziò a spiegare, per far sì che la figlia non facesse troppi sforzi.
“Mariana è voluta venire a trovarti perché dice che avete qualcosa in comune.” Wong non riuscì a trovare neanche una parola da dire, e il padre della ragazza continuò: “Vedi, la chiamano la Bambina di Granito. È così da quando era piccola e non è cresciuta. Le sue ossa sono come calcificazioni di cemento e per lei è impossibile muoversi, ma è voluta venire fin qui per incontrarti.” Nella voce dell’uomo c’era nascosta una scusa, come se sapesse che il Bambino di Gomma si aspettava qualcuno di diverso; ma Wong non l’ascoltò nemmeno. Si avvicinò alla sedia e prese la mano della ragazzina: la sua pelle era morbida ed era facile da stringere, come se l’immobilità fosse sepolta solo al suo interno.
“Possiamo andare a fare un giro?” Chiese Wong al padre di Mariana, e spinse la sedia a rotelle lungo il corridoio che portava al palcoscenico. Lì iniziò a esibirsi in contorsioni elaborate di fronte a lei, e sulle labbra di cristallo della ragazza si formò un piccolissimo sorriso. Quando Wong ebbe finito di presentarsi, si sedette di fianco a lei e le chiese: “Ti senti mai sola?”
Lentamente, la ragazza rispose: “Sempre.”
“Allora nel sentirci soli, siamo insieme.”
Il sorriso di Mariana si allargò leggermente.
“Sai che dall’altra parte dell’universo forse c’è un’altra Terra, uguale alla nostra?” Chiese, e Mariana batté le ciglia, che era il suo modo per annuire. “Noi siamo così, siamo due terre, separate da un universo, ma uguali. È solo l’universo che ci tiene separati che ci rende diversi l’uno dall’altra. Per il resto, siamo identici.”
Mariana e Wong passarono quasi una settimana insieme, al termine della quale lei tornò a casa con suo padre, e Wong riprese i suoi allenamenti con più brio. Il giorno dopo la partenza della ragazza, il Bambino di Gomma tornò al suo camerino e scrisse una nota per Mei-Zhen che diceva: “La legge delle probabilità è in mio favore.”
Quella sera, sdraiato sul letto, si accorse che la punta delle schegge infilate nelle sue ossa si erano smussate un poco.
-The End-
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